QUADERNI
Se un appello si può aggiungere agli appelli e ai contrappelli che si sono alternati in questi mesi, ebbene è il seguente: diamoci una mossa, diamoci un taglio e cerchiamo di cogliere il momento, l’opportunità che clamorosamente — e chi l’avrebbe mai detto — ci si sta presentando.
Se a tutti noi, educatori, professionisti, artisti, attivisti, eccetera, spetta il compito di osservare e interpretare il tessuto sociale, alla politica spetta invece l’obbligo morale di trovare una soluzione alla violenza di genere, che in Italia è diventato un fenomeno dai numeri preoccupanti, troppo per essere considerato un Paese civile.
Siamo di fronte ad un arretramento preoccupante circa i risultati e le politiche a difesa della parità uomo – donna ottenuti negli scorsi decenni.
Dalla lettura delle bozze degli accordi, gli intenti rispetto alla regionalizzazione del sistema di Istruzione appaiono più inquietanti di quanto avevamo previsto e sanciscono la volontà politica conclamata di frammentare la scuola pubblica statale e stravolgerne gli obiettivi più profondi.
Ma siamo così sicuri che siamo noi ad essere contro e non siano quelli (e quelle) che si definiscono “di tutti” a voler discriminare in ogni modo chi non si adegua ai loro canoni?
Vogliamo provare a coinvolgere direttamente le persone nella vita collettiva, renderli parte di discussioni e scelte, senza aspettare che sia qualcuno ad agire per loro ma stimolando ciascuno e ciascuna ad occuparsi di un pezzettino di città, di noi tutti, del bene comune.
Durante il Consiglio dei Ministri dello scorso 21 dicembre, senza che fosse mai stato aperto il necessario dibattito né col mondo della scuola né con l’opinione pubblica, si è deciso di proseguire il percorso verso l’autonomia differenziata iniziato un anno fa sotto il governo Gentiloni: entro il 15 febbraio il governo chiuderà le intese con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna, che si stanno svolgendo nel più assoluto riserbo.