La scuo­la, nel nostro idea­le, lavo­ra inces­san­te­men­te per gene­ra­re inclu­sio­ne, edu­ca­zio­ne alle dif­fe­ren­ze, per dare ugua­li pos­si­bi­li­tà a cia­scu­no.

 

Dob­bia­mo rimet­te­re la scuo­la nel­le con­di­zio­ni di cor­ri­spon­de­re al pro­prio ruo­lo in una socie­tà com­ples­sa e for­te­men­te incri­na­ta come la nostra.

 

«Se si per­de loro (gli ulti­mi) la scuo­la non è più scuo­la. È un ospe­da­le che cura i sani e respin­ge i mala­ti», scri­ve­va don Loren­zo Mila­ni. Ancor pri­ma del­la cri­si sani­ta­ria, pri­ma del diva­rio digi­ta­le del­la DAD, l’abbandono sco­la­sti­co pre­co­ce inte­res­sa­va il 17,6% dei gio­va­ni in Ita­lia, cir­ca 750mila ragaz­zi e ragaz­ze, con­tro una media euro­pea del 12,8%, rag­giun­gen­do per­cen­tua­li mol­to ele­va­te negli isti­tu­ti pro­fes­sio­na­li, nel­le aree metro­po­li­ta­ne meri­dio­na­li, lad­do­ve il tas­so di anal­fa­be­ti­smo è ben al di sopra del­la media nazio­na­le: l’obiettivo euro­peo di far scen­de­re la per­cen­tua­le di abban­do­no al 10% entro il 2020 appa­re per l’Italia piut­to­sto lon­ta­no.

 

Pos­sia­mo sta­bi­li­re una stra­te­gia per respin­ge­re que­sta disgre­ga­zio­ne. Rico­min­cia­mo da un model­lo col­la­bo­ra­ti­vo tra docen­ti, stu­den­ti e fami­glie, sen­za quell’ordinamento orga­niz­za­ti­vo di tipo ver­ti­ca­le che appa­re stan­tio. Ripor­tia­mo la scuo­la al ruo­lo di edu­ca­zio­ne alla comu­ni­tà di cit­ta­di­ni e cit­ta­di­ne, abban­do­nan­do defi­ni­ti­va­men­te quel­lo di scuo­la-azien­da volu­ta dal­le rifor­me di que­sti anni.

 

Leg­gi il docu­men­to “La scuo­la sal­va il mon­do. Pro­po­sta per una scuo­la pos­si­bi­le”.

Cin­que moti­vi per cui cre­dia­mo che le Nuo­ve Indi­ca­zio­ni Nazio­na­li 2025 sia­no ina­de­gua­te, a par­ti­re dal cam­bio di para­dig­ma alla base del­le Indi­ca­zio­ne del 2012 — Cul­tu­ra, Scuo­la, Per­so­na — ad un mot­to che asso­mi­glia ad un altro già sen­ti­to: Per­so­na, Scuo­la, Fami­glia.
Par­tia­mo il 5 Mar­zo a Tori­no al Blah Blah con le ami­che di ADI — Asso­cia­zio­ne Dot­to­ran­di e Dot­to­ri di Ricer­ca in Ita­lia e Assem­blea Pre­ca­ria. Con­tat­ta­ci per orga­niz­za­re un dibat­ti­to nel­la tua cit­tà: scri­vi­ci a [email protected]
Le sole paro­le di cor­do­glio non basta­no più così come le inu­ti­li com­me­mo­ra­zio­ni se poi si tor­ne­rà alla vita uni­ver­si­ta­ria di tut­ti i gior­ni facen­do fin­ta — per l’en­ne­si­ma vol­ta — che nul­la sia suc­ces­so.
Quel­lo che lascia più inter­det­ti del­l’in­ter­vi­sta di Val­di­ta­ra è il sapo­re nostal­gi­co e ita­lo-cen­tri­co di tut­to il discor­so, il pou­le tut­to al maschi­le a capo del­la com­mis­sio­ne, l’assenza di stu­den­tes­se e stu­den­ti al tavo­lo del­le deci­sio­ni sul futu­ro del­la loro istru­zio­ne.
Il gover­no Melo­ni ha scel­to di ridur­re le spe­se per uni­ver­si­tà e ricer­ca, andan­do in con­tro­ten­den­za rispet­to alle poli­ti­che euro­pee, men­tre il costo del per­so­na­le e l’inflazione con­ti­nua­no a cre­sce­re, aggra­van­do le dif­fi­col­tà eco­no­mi­che degli ate­nei. Inol­tre, il nuo­vo sche­ma di distri­bu­zio­ne del FFO pre­mie­rà le uni­ver­si­tà in base ai risul­ta­ti del­la ricer­ca, ridu­cen­do le risor­se “pere­qua­ti­ve” desti­na­te a bilan­cia­re le disu­gua­glian­ze tra ate­nei, aumen­tan­do ulte­rior­men­te il diva­rio tra le uni­ver­si­tà.
La dif­fe­ren­zia­zio­ne degli indi­riz­zi ha valo­re se sle­ga­ta dall’etichettamento degli isti­tu­ti e di chi stu­dia. “Al pro­fes­sio­na­le va chi non vuo­le stu­dia­re” men­tre “al liceo va chi ha voglia di stu­dia­re”. Quan­te vol­te l’abbiamo sen­ti­to: eti­chet­te che get­ta­no semi di futu­re disu­gua­glian­ze socia­li. 
Dopo le imma­gi­ni scon­vol­gen­ti del crol­lo dell’aula magna dell’Università di Caglia­ri del 18 otto­bre, il 21 otto­bre il crol­lo di un con­tro­sof­fit­to negli uffi­ci Era­smus, anco­ra a Caglia­ri, anco­ra loca­li dell’Università. Tra­ge­die, inci­den­ti sfio­ra­ti, gli enne­si­mi. Le enne­si­me inchie­ste del­la pro­cu­ra, gli accer­ta­men­ti tec­ni­ci e le inda­gi­ni sul­le cau­se e sul­le respon­sa­bi­li­tà, come pri­ma e dopo il Pon­te Moran­di, per for­tu­na sta­vol­ta sen­za vit­ti­me, ma sem­pre gli stes­si già sen­ti­ti ‘refrain’. Pos­sia­mo dire basta? Pos­sia­mo anda­re al pun­to noda­le del­la que­stio­ne e al ‘dire’ pro­via­mo a con­net­te­re il ‘fare’?
Avrem­mo volu­to che il Gover­no affian­cas­se alla solu­zio­ne del vac­ci­no, impor­tan­tis­si­ma, anche altre ini­zia­ti­ve strut­tu­ra­li per rispon­de­re a una emer­gen­za edu­ca­ti­va, oltre che sani­ta­ria, che dura ormai da 2 anni: ridur­re il nume­ro di alun­ni per clas­se, poten­zia­re orga­ni­ci e tra­spor­ti, area­re ade­gua­ta­men­te le aule sco­la­sti­che con impian­ti di ven­ti­la­zio­ne mec­ca­ni­ca con­trol­la­ta, stan­zia­re fon­di ade­gua­ti per il soste­gno psi­co­lo­gi­co di stu­den­ti e per­so­na­le.
Anche ammes­so che fos­se con­di­vi­si­bi­le l’obiettivo di anti­ci­pa­re la con­clu­sio­ne del per­cor­so sco­la­sti­co, l’ipotesi del­la ridu­zio­ne a quat­tro anni del ciclo secon­da­rio appa­re super­fi­cia­le e sem­pli­ci­sti­ca. In pra­ti­ca, si trat­te­reb­be di far­ci­re in quat­tro anni gli stu­den­ti dei mede­si­mi con­te­nu­ti attual­men­te svi­lup­pa­ti in cin­que. 
Non si può insom­ma sfug­gi­re al sospet­to che l’eventuale scom­par­sa del­le pro­ve scrit­te si con­fi­gu­re­reb­be come l’ennesima rifor­ma a costo zero, alla ricer­ca di qual­che faci­le con­sen­so poli­ti­co pres­so una par­te del­la popo­la­zio­ne stu­den­te­sca e del­le fami­glie, evi­tan­do di impe­gnar­si in un ben più pro­fon­do e pro­fi­cuo pro­ces­so di inno­va­zio­ne nel­la scuo­la, che com­por­te­reb­be inve­ce cospi­cui inve­sti­men­ti, non solo dal pun­to di vista stret­ta­men­te finan­zia­rio, ma anche in ter­mi­ni di intel­li­gen­za e crea­ti­vi­tà pro­get­tua­le.
Ma per­ché la scuo­la deve sup­pli­re alle man­can­ze del­la poli­ti­ca? Il tra­spor­to pub­bli­co e la mobi­li­tà non sono for­se com­pe­ten­za degli enti loca­li? La veri­tà è che si trat­ta del­l’en­ne­si­mo ten­ta­ti­vo di gree­n­wa­shing.
È illu­so­rio pre­ten­de­re la per­fe­zio­ne del sin­go­lo ingra­nag­gio quan­do è l’intero mec­ca­ni­smo a esse­re difet­to­so. La scuo­la non è e non può esse­re Atlan­te, non può por­ta­re i pesi del mon­do, sana­re i con­flit­ti o ricom­por­re le frat­tu­re. Non può, in sostan­za, esse­re scam­bia­ta per mito, o favo­la, immo­bi­le e intat­ta rispet­to al con­te­sto in cui esi­ste. La scuo­la vive, evol­ve, ed è fat­ta del­la stes­sa mate­ria del­la socie­tà, che non è cer­to quel­la dei sogni.
Può un diri­gen­te sco­la­sti­co abu­sa­re del suo pote­re a tal pun­to? E cosa acca­drà ades­so, nei vari Grup­pi di Lavo­ro, ora che c’è sta­ta la rifor­ma del PEI e que­sto pote­re di deci­de­re chi come dove e per quan­to tem­po e ore gli alun­ni disa­bi­li han­no dirit­to al soste­gno è con­se­gna­to qua­si inte­ra­men­te nel­le mani dell’azienda-scuola e dei suoi super­di­ri­gen­ti?
Abbia­mo let­to scru­po­lo­sa­men­te la “Mis­sio­ne 4, Istru­zio­ne e Ricer­ca” del Pia­no Nazio­na­le di Ripre­sa e Resi­lien­za (PNRR) e la visio­ne di scuo­la che ne emer­ge è mol­to lon­ta­na da quel­la di Pos­si­bi­le. Il PNRR deli­nea infat­ti un’idea di scuo­la su base indi­vi­dua­li­sta, che rispon­de a logi­che di mer­ca­to e model­la­ta sul­le esi­gen­ze del mon­do del lavo­ro.