QUADERNI

Come impren­di­to­ri, nei gara­ge come nei con­si­gli di ammi­ni­stra­zio­ne, abbia­mo il dove­re di inter­ro­gar­ci sul sen­so del lavo­ro povero. 
Tre rap­pre­sen­tan­ti del par­ti­to dei ric­chi, occu­pa­to a difen­de­re gli inte­res­si di chi ce l’ha fat­ta (e maga­ri non per meri­ti suoi, ma per meri­to dei pro­pri geni­to­ri) e non a per­met­te­re che il figlio del­l’o­pe­ra­io pos­sa fare il medico. 
Da sei gior­ni e sei not­ti i lavo­ra­to­ri del call cen­ter Qè di Pater­nò occu­pa­no la sede del Comu­ne. Un atto cla­mo­ro­so che arri­va alla vigi­lia del­la sca­den­za degli ammor­tiz­za­to­ri sociali. 
Il para­dos­so, va det­to subi­to, è che la nor­ma­ti­va “con­tro le fake news” annun­cia­ta con gran­de cla­mo­re da Mat­teo Ren­zi alla Leo­pol­da, e ripre­sa subi­to da tut­ta la stam­pa ita­lia­na sen­za alcu­na veri­fi­ca, rien­tra essa stes­sa nel­la cate­go­ria del­le fake news. 
Pro­vo­ca­no divi­sio­ni e poi se ne ram­ma­ri­ca­no. E poi chie­do­no: per­ché non vi alleate? 
Un’ex base mili­ta­re, con il recin­to di filo spi­na­to intor­no e den­tro una festa dell’unità sen­za la festa, con 13mila metri qua­dra­ti di ten­do­ni bian­chi e con­tai­ner. Qui den­tro vivo­no 800 persone