L’uguaglianza di gene­re per noi è sem­pre sta­ta più di una voce inse­ri­ta in un pro­gram­ma, più di un gior­no all’anno con cui lavar­si la coscien­za fino alla ricor­ren­za suc­ces­si­va, più di un agget­ti­vo di moda da aggiun­ge­re in auto­ma­ti­co per caval­ca­re l’onda del momento.

 

Quan­do par­lia­mo del­la neces­si­tà di miglio­ra­re la con­di­zio­ne del­le don­ne, oltre ai bene­fi­ci per le don­ne stes­se, non dimen­ti­chia­mo che stia­mo par­lan­do di un van­tag­gio per tut­te e tut­ti. Le ana­li­si – com­pre­se quel­le eco­no­mi­che, come quel­la del Fon­do Mone­ta­rio Inter­na­zio­na­le – ci dico­no che inve­sti­re nel miglio­ra­men­to del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le por­ta bene­fi­ci gene­ra­liz­za­ti. Una socie­tà che sof­fo­ca il con­tri­bu­to del­le don­ne è una socie­tà che ope­ra con un brac­cio lega­to die­tro la schie­na e oggi che ci tro­via­mo a fron­teg­gia­re cri­si su più ambi­ti – sani­ta­rio, ambien­ta­le, eco­no­mi­co, edu­ca­ti­vo – non pos­sia­mo permettercelo.

 

Chi con­trol­la il dena­ro e le spe­se di fami­glia può usa­re que­sto con­trol­lo come un’arma e, in più, l’incertezza del futu­ro e dell’indipendenza eco­no­mi­ca spes­so spin­ge le don­ne a resta­re più a lun­go in situa­zio­ni di abu­so e di peri­co­lo. La pari­tà sala­ria­le, la cer­ti­fi­ca­zio­ne di Equal Pay, la Tam­pon tax, l’equiparazione dei con­ge­di paren­ta­li, sono alcu­ne del­le pro­po­ste di Pos­si­bi­le che in altri pae­si sono già real­tà. A cui si affian­ca la bat­ta­glia cul­tu­ra­le per il con­tra­sto agli ste­reo­ti­pi, al ses­si­smo in ogni ambi­to, al siste­ma patriar­ca­le che ci circonda.


Leg­gi la nostra pro­po­sta di leg­ge sul­la pari­tà retributiva

Si trat­ta di uno scio­pe­ro sen­za pre­ce­den­ti nel mon­do del cal­cio, tut­to il cal­cio fem­mi­ni­le sta osser­van­do che effet­ti avrà que­sto che è un vero e pro­prio scio­pe­ro ad oltran­za fin­chè non sia rag­giun­to un accor­do che sod­di­sfi le rap­pre­sen­tan­ti (qua­si 200) dei club di Pri­ma divi­sio­ne del­l’As­sem­blea del­l’As­so­cia­zio­ne del­le cal­cia­tri­ci spa­gno­le (AFE)
A sca­te­na­re la nostra indi­gna­zio­ne è sta­ta una del­le sue ulti­me dichia­ra­zio­ni: “il Bra­si­le non vuo­le esse­re il pae­se del turi­smo gay, ma i turi­sti che vor­ran­no fare ses­so con le don­ne bra­si­lia­ne saran­no ben­ve­nu­ti!”. Una fra­se atro­ce, pro­nun­cia­ta in un pae­se con un enor­me turi­smo e sfrut­ta­men­to ses­sua­le, anche di mino­ren­ni, oltre a un altis­si­mo indi­ce di femminicidio.
La discri­mi­na­zio­ne tra il cal­cio fem­mi­ni­le e quel­lo maschi­le è anco­ra mag­gio­re alle nostre lati­tu­di­ni. Ora il brac­cio di fer­ro fra Ada Heger­berg, che rinun­cia alla vetri­na del Mon­dia­le, e la Fede­ra­zio­ne nor­ve­ge­se riac­cen­de i riflet­to­ri sul tema. Qui in Ita­lia oltre­tut­to c’è sta­ta, recen­te­men­te, una pole­mi­ca anche sul­le don­ne che com­men­ta­no il cal­cio (che qual­cu­no non ‘appro­va’), segno che è una que­stio­ne cul­tu­ra­le che va affron­ta­ta a tut­to campo.
Duran­te que­sti ulti­mi 20 anni, tale dispo­si­zio­ni è sta­ta igno­ra­ta fino quan­do, pochi gior­ni fa, una don­na resi­den­te a Bru­xel­les ha rice­vu­to la tes­se­ra elet­to­ra­le in cui com­pa­re, non richie­sto, anche il cogno­me del mari­to, spo­sa­to poco meno di un anno fa e di cui non ha pre­so il cogno­me legal­men­te, per­tan­to tut­ti i suoi docu­men­ti di rico­no­sci­men­to ripor­ta­no sol­tan­to il cogno­me “da nubile”.
Anco­ra una vol­ta la tam­pon tax vie­ne boc­cia­ta dal Par­la­men­to. La mag­gio­ran­za Lega‑5 Stel­le, mol­to gene­ro­sa con la spe­sa pub­bli­ca, non vuo­le pro­prio repe­ri­re le risor­se per una misu­ra di civiltà.
La leg­ge 194 è in peri­co­lo. Se la mozio­ne di Vero­na, che ha san­ci­to il finan­zia­men­to pub­bli­co per quel­le asso­cia­zio­ni ultra­cat­to­li­che il cui com­pi­to è fare pres­sio­ne psi­co­lo­gi­ca sul­la don­na e impe­di­re di ricor­re­re all’In­ter­ru­zio­ne volon­ta­ria di Gra­vi­dan­za (IVG) è sta­to un pri­mo schiaf­fo, la pro­po­sta del depu­ta­to leghi­sta Alber­to Ste­fa­ni ha san­ci­to l’i­ni­zio del­la guer­ra all’au­to­de­ter­mi­na­zio­ne del­la donna.
Dovreb­be­ro esse­re tut­ti fem­mi­ni­sti, non ses­si­sti, o spie­ga­zio­ni­sti, per dire così, di come dovrem­mo vive­re noi, quan­ti figli fare, come vestir­ci, in qua­le stan­za del­la casa sta­re, com­pre­se quel­le case chiu­se che per qual­cu­no sono un model­lo, per me un’aberrazione. Biso­gna libe­ra­re le per­so­ne, le don­ne, pri­ma di tut­to. Tut­to il resto è un dise­gno che cono­scia­mo già, per­ché ha impe­ra­to per miglia­ia di anni. Anche basta.
Se a tut­ti noi, edu­ca­to­ri, pro­fes­sio­ni­sti, arti­sti, atti­vi­sti, ecce­te­ra, spet­ta il com­pi­to di osser­va­re e inter­pre­ta­re il tes­su­to socia­le, alla poli­ti­ca spet­ta inve­ce l’obbligo mora­le di tro­va­re una solu­zio­ne alla vio­len­za di gene­re, che in Ita­lia è diven­ta­to un feno­me­no dai nume­ri pre­oc­cu­pan­ti, trop­po per esse­re con­si­de­ra­to un Pae­se civile.