Sul professionismo delle donne nello sport abbiamo cantato vittoria troppo presto

Siamo ancora molto, molto lontani, dall’abbattere le discriminazioni attualmente presenti nel mondo sportivo.

Come per la tam­pon tax, anche il tema del pro­fes­sio­ni­smo del­le don­ne nel­lo sport mi sta così a cuo­re da aver depo­si­ta­to nel­la scor­sa legi­sla­tu­ra una spe­ci­fi­ca pro­po­sta di leg­ge (che come sem­pre è a disposizione). 

E come nel caso del recen­te emen­da­men­to sul­la tam­pon tax, che tam­pon tax non era, sono costret­ta, dopo un pri­mo momen­to di eufo­ria, a ras­se­gnar­mi che nean­che sta­vol­ta si vede alcu­na rivo­lu­zio­ne all’orizzonte.

Non è nean­che un caso di pin­k­wa­shing, ma solo un po’ di fumo buo­no a fare tito­li inu­til­men­te trion­fa­li­sti­ci e disto­glie­re l’attenzione dal­le quo­ti­dia­ne mise­rie di un gover­no liti­gio­so e inconcludente.

L’emendamento appro­va­to infat­ti non intro­du­ce la tan­to aspi­ra­ta ugua­glian­za tra uomi­ni e don­ne nel­lo sport, non eli­mi­na le ver­go­gno­se discri­mi­na­zio­ni per cui un’atleta don­na in que­sto Pae­se, a dif­fe­ren­za degli uomi­ni, non può acce­de­re alla leg­ge 91/1981 sul pro­fes­sio­ni­smo spor­ti­vo ed è sem­pre con­si­de­ra­ta una dilet­tan­te e mai una pro­fes­sio­ni­sta, al di là del­le meda­glie d’oro e dei tito­li mon­dia­li che por­ta a casa. 

No. L’emendamento in que­stio­ne pre­ve­de tre anni di signi­fi­ca­ti­vi sgra­vi con­tri­bu­ti­vi alle asso­cia­zio­ni spor­ti­ve che deci­do­no di inqua­dra­re i loro atle­ti come pro­fes­sio­ni­sti, don­ne o uomi­ni che siano.

Quin­di: la deci­sio­ne sul pro­fes­sio­ni­smo di un’atleta spet­ta esclu­si­va­men­te al dato­re di lavo­ro, non alle con­di­zio­ni ogget­ti­ve dell’atleta; gli sgra­vi riguar­da­no, ovvia­men­te, sia uomi­ni che don­ne e dura­no tre anni. Poi chi vivrà vedrà.

E anche per i pri­mi tre anni, a dimo­stra­zio­ne che la bat­ta­glia non è anco­ra sta­ta vin­ta, non si sa quan­te saran­no le don­ne a poter usu­frui­re dell’emendamento appe­na appro­va­to: lo dimo­stra­no le paro­le di Bru­no Cat­ta­neo, pre­si­den­te del­la Fede­ra­zio­ne Ita­lia­na Pal­la­vo­lo, che oggi sul­la Gaz­zet­ta del­lo Sport ha can­di­da­men­te ammes­so che “non cre­do pro­prio che por­te­re­mo il vol­ley fem­mi­ni­le al pro­fes­sio­ni­smo. […] È chia­ro che il gover­no ha for­ni­to una oppor­tu­ni­tà per lo sport, ma non può esse­re una impo­si­zio­ne, ma appun­to solo una scel­ta che vie­ne con­ces­sa. Sul­la qua­le ripe­to sono mol­to più che dubbioso.”

Sia­mo quin­di anco­ra mol­to, mol­to lon­ta­ni, dall’abbattere le discri­mi­na­zio­ni attual­men­te pre­sen­ti nel mon­do sportivo.

Come giu­sta­men­te denun­cia su Let­te­ra Don­na ASSIST (Asso­cia­zio­ne Nazio­na­le Atle­te), da sem­pre in pri­ma linea su que­sta bat­ta­glia, il vero pas­so avan­ti il gover­no potrà far­lo a feb­bra­io quan­do sarà in discus­sio­ne la leg­ge dele­ga sul­lo sport, quan­do potrà deli­nea­re con pre­ci­sio­ne qua­li sono i cri­te­ri ogget­ti­vi (e non discre­zio­na­li), per cui un o una atle­ta può acce­de­re alla leg­ge 91/1981 sul pro­fes­sio­ni­smo spor­ti­vo e gode­re del­le rela­ti­ve ed ele­men­ta­ri tute­le lavorative.

In quel momen­to potrem­mo vede­re se le inten­zio­ni del gover­no sono serie, oppu­re se le don­ne sono sta­te usa­te, per l’ennesima vol­ta, per fini che nul­la han­no a che fare con un Pae­se più giusto.

 

 

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