2 giugno, dal voto alle donne al ddl Zan, c’è ancora molta strada da fare per la parità

C’è ancora molta strada da fare, ma la faremo.  Buona festa della Repubblica a tutte e a tutti.

Il 2 giu­gno 1946, oltre che per la nasci­ta del­la Repub­bli­ca, è la data che di soli­to vie­ne ricor­da­ta come quel­la in cui per la pri­ma vol­ta in Ita­lia, pro­prio al refe­ren­dum per la scel­ta fra Repub­bli­ca e Monar­chia, e alla con­te­stua­le ele­zio­ne del­l’As­sem­blea Costi­tuen­te, vota­va­no, ed era­no eleg­gi­bi­li, le don­ne. In real­tà quel­lo fu il pri­mo voto fem­mi­ni­le in una con­sul­ta­zio­ne nazio­na­le, per­chè le don­ne già ave­va­no vota­to, ed era­no sta­te elet­te, alle ammi­ni­stra­ti­ve nel mese di mar­zo del­lo stes­so anno. Que­sto in for­za del Decre­to legi­sla­ti­vo luo­go­te­nen­zia­le pub­bli­ca­to il 2 feb­bra­io 1945, n. 23, “Esten­sio­ne alle don­ne del dirit­to di voto”, ema­na­to il 31 gen­na­io del 1945 con il Pae­se divi­so e il nord sot­to­po­sto all’occupazione tede­sca, dal Con­si­glio dei Mini­stri pre­sie­du­to da Iva­noe Bono­mi, su pro­po­sta di Alci­de De Gaspe­ri (DC) e Pal­mi­ro Togliat­ti (PCI). Pote­va­no vota­re le don­ne con più di 21 anni, e quel gover­no era com­po­sto da Demo­cra­zia Cri­stia­na, Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no, Par­ti­to Libe­ra­le e Demo­cra­zia del Lavo­ro. Il suf­fra­gio fem­mi­ni­le ave­va però dei limi­ti, elen­ca­ti all’articolo 3 del Decre­to: era­no esclu­se dal voto le pro­sti­tu­te sche­da­te, che eser­ci­ta­va­no “il mere­tri­cio fuo­ri dei loca­li auto­riz­za­ti”. La nor­ma ver­rà abro­ga­ta nel 1947, ma ci dice mol­to sul­la con­si­de­ra­zio­ne che ave­va­no, e temo in par­te abbia­no anco­ra, cer­ti uomi­ni del­le don­ne. Sen­za dimen­ti­ca­re che il con­tra­sto al voto fem­mi­ni­le veni­va da destra e dal cen­tro, pro­prio per la con­ce­zio­ne patriar­ca­le del­la socie­tà, ma anche da sini­stra, per­chè qual­cu­no, para­dos­sal­men­te, pen­sa­va che le don­ne potes­se­ro esse­re trop­po influen­za­bi­li dal­la Chie­sa. Lo stig­ma alle pro­sti­tu­te sche­da­te, però, era, come si direb­be oggi, bipar­ti­san. Un giu­di­zio mora­le e mora­li­sti­co (come se le pro­sti­tu­te potes­se­ro eser­ci­ta­re sen­za clien­ti maschi) che ante­po­ne­va il per­be­ni­smo (se eser­ci­ta­va­no nei loca­li auto­riz­za­ti anda­va bene) ai dirit­ti poli­ti­ci. Oggi sia­mo appa­ren­te­men­te mol­to lon­ta­ni da que­sto, ma in real­tà non è pro­prio così, det­ta da maschio. Come ha appe­na ricor­da­to il Pre­si­den­te Mat­ta­rel­la “La pari­tà di dirit­ti, tra don­ne e uomi­ni, nel­le leg­gi ita­lia­ne, è pie­na ed è sta­ta rag­giun­ta da mol­ti anni, in base alla Costi­tu­zio­ne. Non è inve­ce anco­ra così, per la sua, con­cre­ta, realizzazione”. 

E le discri­mi­na­zio­ni riman­go­no, maga­ri non per lo stes­so moti­vo del decre­to Luo­go­te­nen­zia­le per for­tu­na, maga­ri sono più sot­ti­li, meno espli­ci­te, ma mol­to sostan­zia­li. Per­ché le don­ne non sono paga­te come gli uomi­ni a pari­tà di lavo­ro, per­ché non han­no le stes­se pos­si­bi­li­tà di acce­de­re ai ruo­li diri­gen­zia­li, per­ché, rias­su­mo, la loro stra­da è tut­ta in sali­ta, per­ché anco­ra, addi­rit­tu­ra, qual­cu­no pen­sa che non sia­no natu­ral­men­te por­ta­te per le mate­rie scien­ti­fi­che. In com­pen­so lo stig­ma e il pre­giu­di­zio ses­sua­le paio­no esser­si tra­sfe­ri­ti sul­le per­so­ne trans*, che non solo da destra ma per­si­no da sini­stra qual­cu­no vor­reb­be di fat­to esclu­de­re da una disci­pli­na pura­men­te pro­tet­ti­va come quel­la del DDL Zan, andan­do for­mal­men­te a disqui­si­re sul­le defi­ni­zio­ni, ma di fat­to espri­men­do un vero e pro­prio giu­di­zio mora­le sul modo di esse­re di que­ste per­so­ne, ante­po­nen­do anco­ra una vol­ta il per­be­ni­smo ai dirit­ti civi­li e in par­ti­co­la­re al dirit­to di ugua­glian­za. C’è anco­ra mol­ta stra­da da fare, ma la fare­mo.  Buo­na festa del­la Repub­bli­ca a tut­te e a tutti.

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