QUADERNI
Caro ministro, non è una gara in cui siamo bravi se non arriviamo ultimi. Si tratta di riuscire a spendere le fonti di finanziamento richieste e di riuscire a farlo bene e in tempi utili – proprietà imprescindibili di ogni spesa pubblica e che, ricordiamolo, non sono mutuamente esclusive.
Quando torneremo alle urne per scegliere il nuovo Parlamento europeo, nel 2024, mancheranno solo sei anni prima della data fatidica del 2030, anno cruciale lungo la strada della decarbonizzazione. Perché mai votare i negazionisti climatici e i sovranisti? Perché votare quelli che di clima non si occupano se non in termini astratti? Perché scegliere l’eterno compromesso che sta condannando il Paese e anche il pianeta? Possiamo ancora farcela, ma serve uno sforzo straordinario per rimettere in sesto il mondo intero, e non possiamo farlo da soli. Non può farlo una persona per sé stessa, né un paese solo per sé stesso. Né una nazione, o un’organizzazione sovranazionale. Servono parole chiare e azioni altrettanto chiare. E insieme all’Europa serve riprendere un modello di relazioni internazionali multilaterale, ove le potenze mondiali smettano di farsi la guerra per le fonti fossili e condividano insieme l’obiettivo della salvezza del pianeta così come lo conosciamo.
Descriverci come quelli del no, come quelli che sono contro lo sviluppo, è stata una delle costanti in questi anni. La “narrazione tossica” sulle questioni ambientali purtroppo ha raggiunto anche il livello locale, toccando livelli decisamente bassi: ci hanno descritto o rappresentato come ecoterroristi. È abbastanza evidente che quando non si hanno argomenti, la critica diventa insulto. I veri ecoterroristi sono quelli che hanno sempre sostenuto che l’unica strada possibile fosse allargare il sedime aeroportuale cancellando un habitat unico e raro, descrivendolo come di scarsissimo valore.
Dopo 16 mesi la guerra ha portato solo distruzione e morte, profughi e crisi economica mondiale, che potevano essere evitati solo con una interposizione di forze di pace.
Dopo 16 mesi c’è ancora una (ampia e bipartisan) maggioranza parlamentare che sostiene che l’unica pace giusta è la vittoria ucraina e la riconquista da parte ucraina dei territori annessi dalla Russia, quindi una situazione oggettivamente diversa da quella in essere all’inizio del conflitto.
Che va bene la pace ma prima si vince la guerra, una evidente contraddizione in termini.
Nonostante il diritto alla parità retributiva, sia sancito dalla nostra costituzione (art.37) e dai trattati europei (art.157 TFUE) stenta ancora a trovare attuazione.
Non è con una santificazione della 180, senza superarne i limiti che Basaglia stesso aveva già individuato, che si fa un servizio a quello spirito riformatore che lo contraddistingueva e che ci descrive come partito. Quella legge ha dei limiti: dobbiamo andare avanti, forse con la consapevolezza che siamo nani sulle spalle dei giganti ma non accontentandoci.
Il diritto allo studio richiama il diritto all’abitazione. Ed entrambi rinviano al tema delle disuguaglianze economiche che rendono sempre più difficile la vita in una città come Milano e sempre più elitario l’avvio di un percorso universitario.
È davvero necessario incrementare la spesa militare quando i 26,5 miliardi di euro annui stanziati per il bilancio della difesa già ci collocano all’undicesima posizione mondiale? A fronte di un sistema sanitario nazionale sottofinanziato, una spesa sociale in calo costante, la più bassa percentuale di spesa pubblica destinata all’istruzione in Europa e l’indifferibile riconversione ecologica dei sistemi produttivi, ci sembra che le priorità di spesa debbano essere altre e che gli stessi concetti di sicurezza e interesse nazionale debbano essere intesi anche, se non principalmente, nelle loro dimensioni non militari.