Il lavo­ro si paga. Si paga il giu­sto, si paga quan­to è neces­sa­rio per coin­vol­ge­re l’individuo nel­le sor­ti del­la socie­tà, per la digni­tà e il rispet­to del­la persona.

 

Assi­stia­mo da decen­ni a una tan­to pro­gres­si­va quan­to inar­re­sta­bi­le sva­lu­ta­zio­ne del lavo­ro in mol­ti set­to­ri del­la pro­du­zio­ne e dei ser­vi­zi: un con­ti­nuo pro­ces­so attra­ver­so il qua­le sono sta­te eli­mi­na­te tute­le ed è sta­to crea­to un con­te­sto all’interno del qua­le lo sfrut­ta­men­to rag­giun­ge livel­li pros­si­mi allo schia­vi­smo. In que­sto sen­so, la filie­ra agroa­li­men­ta­re — nostra eccel­len­za, nostro van­to in tut­to il mon­do — offre un otti­mo spac­ca­to “ver­ti­ca­le”, una vera e pro­pria cate­na del disva­lo­re, che tra­smet­te ingiu­sti­zia e sfrut­ta­men­to a par­ti­re dai cam­pi agri­co­li fino alla con­se­gna del pro­dot­to fini­to alle nostre porte.

 

Ser­ve pri­ma di tut­to resti­tui­re e garan­ti­re digni­tà al lavo­ro in quan­to tale: digni­tà del lavo­ro signi­fi­ca giu­sta paga, signi­fi­ca che tut­te e tut­ti sia­no retri­bui­ti in misu­ra ade­gua­ta alla quan­ti­tà e alla qua­li­tà del lavo­ro svol­to, per­ché al di sot­to è sfrut­ta­men­to, sem­pre a bene­fi­cio di chi gover­na la filie­ra e che oggi spen­de milio­ni di euro in spot che ci rac­con­ta­no quan­to vuo­le bene al nostro Pae­se. Chi vuo­le bene al nostro Pae­se pro­teg­ga e tute­li lavo­ra­tri­ci e lavoratori.

 

E poi ser­ve sgom­be­ra­re il cam­po da scioc­chez­ze qua­li «gli immi­gra­ti ci por­ta­no via il lavo­ro», men­tre i brac­cian­ti muo­io­no nei cam­pi e men­tre le badan­ti si pren­do­no cura dei “nostri” anzia­ni. Nes­su­no deve più tro­var­si nel­la con­di­zio­ne di poter esse­re ricat­ta­to e schia­viz­za­to: ser­vo­no mec­ca­ni­smi ordi­na­ri di rego­la­riz­za­zio­ne e, soprat­tut­to, è neces­sa­rio can­cel­la­re la Bos­­si-Fini e intro­dur­re per­cor­si ordi­na­ri per i lavo­ra­to­ri migran­ti, a par­ti­re da un per­mes­so di sog­gior­no per ricer­ca di lavoro.

 

Leg­gi la nostra pro­po­sta sul sala­rio minimo.

Dopo le varie rifor­me appro­va­te dal Par­la­men­to rati­fi­can­do la volon­tà del pre­ce­den­te Gover­no, rima­ne una doman­da sen­za rispo­sta: per­ché, di fron­te all’evidenza dell’errore, que­sto Par­la­men­to non si assu­me la respon­sa­bi­li­tà di dare pare­re nega­ti­vo al decre­to, pren­den­do­si una «pau­sa di rifles­sio­ne» e, inve­ce, si appre­sta ine­so­ra­bil­men­te a dare di nuo­vo il via libe­ra, lascian­do un nuo­vo debi­to da estin­gue­re al futu­ro Governo?
Le vicen­de di Pro­fil­glass: dal rischio di non poter inve­sti­re al rifiu­to di col­la­bo­ra­zio­ne pro­ve­nien­te dal­le istituzioni
La cor­sa all’o­ro l’ab­bia­mo paga­ta per tut­to il 2016 e con­ti­nuia­mo a pagar­la ora. Sì, per­ché i con­trat­ti atti­va­ti nel 2015 in regi­me di eso­ne­ro con­tri­bu­ti­vo, ed anco­ra in esse­re alla data attua­le, inci­do­no sul bilan­cio pub­bli­co per una cifra che oscil­la intor­no ai 6–7 miliar­di di euro
La pro­te­sta si deli­nea for­te e pro­lun­ga­ta: 10 gior­ni tra bloc­chi auto­stra­da­li e ini­zia­ti­ve spon­ta­nee che devo­no esse­re anche la nostra lot­ta. Per­ché non si trat­ta solo di impe­di­re i licen­zia­men­ti con ope­ra­zio­ni di tagli sala­ria­li o con trat­ta­ti­ve este­nuan­ti che attu­ti­sca­no le con­se­guen­ze dei licen­zia­men­ti, si trat­ta soprat­tut­to di pro­get­ta­re inve­sti­men­ti e com­ple­ta­men­ti strut­tu­ra­li che il gover­no non met­te in agenda.
Gio­van­ni Casa­bu­ri e Anto­nio Gigliot­ti han­no lascia­to la pro­pria ter­ra d’origine per inse­gui­re una vita digni­to­sa. Il rac­con­to del lavo­ro che scar­seg­gia e che, una vol­ta rag­giun­to, va san­ti­fi­ca­to e ono­ra­to per­mea la nostra quotidianità.
Ma dav­ve­ro per pub­bli­ciz­za­re un’i­ni­zia­ti­va bel­la e impor­tan­te come quel­la che il FAI orga­niz­za da decen­ni è neces­sa­rio abbas­sar­si a crea­re con­trap­po­si­zio­ni inu­ti­li e dan­no­se, anzi, inu­ti­li in quan­to dan­no­se? Ma dav­ve­ro è neces­sa­rio met­te­re l’uno con­tro l’altro i volon­ta­ri e i pro­fes­sio­ni­sti dei beni cul­tu­ra­li, a disca­pi­to del ruo­lo di entram­bi (ma ovvia­men­te soprat­tut­to di quel­lo dei lavo­ra­to­ri, che han­no, in que­sto caso, di più da perdere)?