Perché la violenza contro gli insegnanti?

Fra le conseguenze più tragiche delle riforme degli ultimi anni saltano all'occhio lo svilimento della professione insegnante e le fratture all’interno della comunità educante. Gli episodi di aggressione ad opera di alcuni genitori nei confronti dei docenti sono una decina solo nell’ultima settimana, guarda caso quella della consegna delle pagelle.
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Fra le conseguenze più tragiche delle riforme degli ultimi anni saltano all’occhio lo svilimento della professione insegnante e le fratture all’interno della comunità educante. Gli episodi di aggressione ad opera di alcuni genitori nei confronti dei docenti sono una decina solo nell’ultima settimana, guarda caso quella della consegna delle pagelle.

Stalking, minacce e insulti fino ad arrivare a calci, pugni e tentativi di soffocamento davanti al rifiuto di alzare un voto o promuovere il figlio: ormai pare lecito trasferire atteggiamenti sociali sempre più diffusi come l’aggressività e l’individualismo anche nei luoghi deputati alla formazione delle giovani generazioni.

Ma come siamo arrivati a questo punto?

Chi sono lvittime principali dello sfaldamento sempre più profondo tra Scuola e Società?

Purtroppo sono gli alunni e le alunne

Ogni tipo di competizione e contrapposizione individualistica tra chi svolge un ruolo educativo, l’idea di una scuola come luogo puramente performativoche riduce il processo di insegnamento e apprendimento ad una semplice misurazione di “competenze”, o ad una sua concezione puramente strumentalepuò avere conseguenze disastrose per la società e per i giovani, i bambini e le bambine.

Il recupero, la difesa della dignità sociale e professionale del personale della scuola, la battaglia contro ogni elemento e pratica divisiva che spinga insegnanti, studenti, e perciò anche genitori, alla competizione anziché alla collaborazione e al rispetto reciproco – delle funzioni, delle persone – sono principi cui non si può rinunciare, soprattutto in questa delicata fase storica e culturale. E’ in questione la coerenza ed il senso delle istituzioni democratiche: i tristi fatti di cronaca di questi ultimi giorni, gravissimi e penosi, non devono divenire l’ennesimo oggetto di campagne mediatiche destinate all’oblio, alla semplificazione, alla spettacolarizzazione, ma un serissimo momento di riflessione per tutti, una riflessione che mai più dovrà interrompersi, e che dovrà procedere con rispetto, con visione, con ascolto. La scuola è un bene comune.

La brutale violenza che viene raccontata significa la crisi del patto educativo, la crisi del senso di coesione e solidarietà sociale, e implica il dovere, da parte della politica in  primo luogo, di intervenire e parlare in modo serio, non più retorico, non più estemporaneo o propagandistico, a difesa della scuola pubblica, a tutela della comunità scolastica e delle relazioni che la sostanziano

La politica dovrà d’ora in poi tenere ben presente, come dovere morale e politico insieme, le conseguenze che ogni azione, intervento, parola può avere sulla comunità scolastica stessa e le relazioni che la rendono viva, umana, e senza cui nessun modello pedagogico-didattico astratto o ricetta “di sistema” può avere validità.  La banalizzazione della questione scolastica, specie nella sua versione economicista, efficientista e “produttivistica”, ha generato e sta generando conseguenze drammatiche, in cui tutti siamo coinvolti e cui noi adulti siamo chiamati a rispondere.

“Le scuole, pubbliche e di qualità, sono fondamentali perché altrimenti è inutile riempirsi la bocca della parola ‘merito’… Perché il merito nasce dalla possibilità di essere costruito, è un fatto relazionale, dipende dal contesto, dal punto di partenza. Senza pari opportunità di partenza si finisce solo con il premiare chi c’è già in prima fila, o al massimo in seconda. Degli altri si perdono le tracce” (G. Civati, Qualcuno ci giudicherà, 2014).

Dafne Murè – Possibile Scuola Rieti 

(in collaborazione con Eulalia Grillo)

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