Il ponte di Genova sia intitolato a Rosanna Benzi

Rosanna, da tutte le sue difficoltà, del suo essere donna e disabile, è ripartita per rinascere, ha fatto dei suoi limiti una forza, affetta da un inesauribile vizio di vivere, quello che vorremmo accadesse per Genova, per quello che ha vissuto e sta vivendo. Genova che sa lottare e si sa rialzare, facendosi comunità.

“Nomen est omen” è una locu­zio­ne lati­na che può esse­re varia­men­te tra­dot­ta ma che let­te­ral­men­te, signi­fi­ca “il nome è un pre­sa­gio” o “il desti­no è nel nome”, e deri­va dal­la cre­den­za dei Roma­ni che nel nome di una per­so­na fos­se indi­ca­to il suo desti­no. Non è det­to che que­sto val­ga anche per i nomi di stra­de, pon­ti e via­dot­ti. Ma nell’ambito del dibat­ti­to aper­to­si a Geno­va sul­la inti­to­la­zio­ne del nuo­vo via­dot­to sul tor­ren­te Pol­ce­ve­ra, potreb­be esse­re una chia­ve di let­tu­ra diri­men­te. Anzi, la scel­ta in real­tà è anche sul “se” la nuo­va infra­strut­tu­ra deb­ba esse­re neces­sa­ria­men­te inti­to­la­ta a qual­cu­no o a qual­co­sa, e per­ché. Lascia­mo quin­di aper­ta, come ha sug­ge­ri­to ‘Ita­lia Nostra’, anche “l’opzione zero” ovve­ro l’ipotesi che per il via­dot­to pos­sa esser­ci “nes­su­na inti­to­la­zio­ne”, e che come acca­de per que­sto tipo di infra­strut­tu­re, il via­dot­to deb­ba chia­mar­si “sem­pli­ce­men­te” viadot­to “Pol­ce­ve­ra“, pren­den­do la pro­pria deno­mi­na­zio­ne  dal­la topo­no­ma­sti­ca dei luo­ghi che attra­ver­sa­no o col­le­ga­no. Una scel­ta che, for­se, meglio si addi­reb­be anche al man­te­ni­men­to di un pro­fi­lo sobrio e rispet­to­so per la ceri­mo­nia del “bat­te­si­mo” del rico­struen­do via­dot­to, dato che la “con­ten­tez­za” per que­sta rina­sci­ta, da con­di­vi­de­re a tut­ti i livel­li isti­tu­zio­na­li, loca­li e nazio­na­li, insie­me alla cit­ta­di­nan­za geno­ve­se e non solo, cre­dia­mo che non pos­sa (e non deb­ba) non tene­re con­to del cari­co di sof­fe­ren­za e di dolo­re che reste­rà indis­so­lu­bil­men­te lega­to alla sto­ria del via­dot­to, del vec­chio e del nuo­vo:  una sto­ria di dolo­re e di mor­te che ha strap­pa­to agli affet­ti dei fami­lia­ri 43 per­so­ne, 43 vite spez­za­te, 43 sto­rie interrotte.

Ma tor­nia­mo al “nomen” e al “desti­no”. I nomi di “Pon­te Moran­di” o “Pon­te del­le Con­dot­te” come è sta­to nel tem­po indi­ca­to il vec­chio via­dot­to crol­la­to, non deri­va­va­no da nes­su­na uffi­cia­le inti­to­la­zio­ne topo­no­ma­sti­ca dell’opera che uffi­cial­men­te, sul­le map­pe, è sem­pre e solo sta­to il Via­dot­to Pol­ce­ve­ra dell’autostrada A7. Le due deno­mi­na­zio­ni cita­va­no l’impresa costrut­tri­ce che si aggiu­di­cò l’appalto, la “Socie­tà Ita­lia­na per Con­dot­te d’Ac­qua”, e il genia­le e inno­va­ti­vo pro­get­ti­sta, l’Ing. Moran­di. Nes­su­na inti­to­la­zio­ne uffi­cia­le quin­di, ai tem­pi, né all’impresa, né al pro­get­ti­sta, né alla cele­bra­zio­ne di un pri­ma­to ita­lia­no o geno­ve­se, né al gover­no in cari­ca né alle strut­tu­re tec­ni­che che segui­ro­no e ese­gui­ro­no l’opera per quan­to ve ne fos­se­ro, per i tem­pi, tut­te le ragio­ni.  L’opera infat­ti, in allo­ra (come ades­so), era con­si­de­ra­ta “inno­va­ti­va e straor­di­na­ria”: un via­dot­to lun­go 1.182 con un’altezza al pia­no stra­da­le di 45 metri che attra­ver­sa­va il tor­ren­te Pol­ce­ve­ra tra i quar­tie­ri di Sam­pier­da­re­na e Cor­ni­glia­no, costrui­to in tem­pi tut­to som­ma­to bre­vi (4 anni) gra­zie al pro­get­ti­sta che ave­va bre­vet­ta­to un’opera inge­gne­ri­sti­ca straor­di­na­ria per tec­ni­che e tec­no­lo­gie costrut­ti­ve, che con­net­te­va la nuo­va A10 con la A7, stra­te­gi­ca per il col­le­ga­men­to via­bi­li­sti­co fra il nord Ita­lia e il sud del­la Fran­cia oltre a esse­re il prin­ci­pa­le asse stra­da­le fra il cen­tro-levan­te di Geno­va, sca­val­can­do un vasto par­co fer­ro­via­rio, case e industrie!

Il can­tie­re ini­zia­to nel 1963 ter­mi­nò il 31 luglio 1967 e l’i­nau­gu­ra­zio­ne si cele­brò il suc­ces­si­vo 4 set­tem­bre alla pre­sen­za del Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Giu­sep­pe Sara­gat che defi­nì il nuo­vo via­dot­to sul Pol­ce­ve­ra «un’o­pe­ra ardi­ta e immen­sa», con par­ti­co­la­re rife­ri­men­to alla cam­pa­ta lun­ga 210 metri (pro­prio quel­la com­pre­sa fra le pile 10 e 11) che era in allo­ra “la più este­sa d’Eu­ro­pa e la secon­da del mon­do”. Nell’ottica del “nomen est omen” quin­di, visto l’infausto desti­no del­la strut­tu­ra pre­ce­den­te che già pochi anni dopo l’inaugurazione rese evi­den­ti le cri­ti­ci­tà del­le ardi­te tec­ni­che costrut­ti­ve pro­get­ta­te dall’ing. Moran­di, e le evi­den­ti pec­che ese­cu­ti­ve emer­se a segui­to del crol­lo, sareb­be­ro da esclu­de­re, in caso di inti­to­la­zio­ne del via­dot­to, sia il nome del pro­get­ti­sta (peral­tro anco­ra viven­te), sia la dit­ta costrut­tri­ce. Ma, for­se, dovrem­mo anche retro­ce­de­re dall’intento e dall’istintivo ane­li­to di cele­bra­re il nuo­vo “Via­dot­to Pol­ce­ve­ra”, piut­to­sto tra­di­zio­na­le come impian­to costrut­ti­vo e dise­gno, per il “model­lo rea­liz­za­ti­vo”: una “gestio­ne com­mis­sa­ria­le” che per quan­to dimo­stra­ta­si capa­ce di resti­tui­re in tem­pi tut­to som­ma­to bre­vi (2 anni per il suo impian­to, per ora non per la sua per­cor­ri­bi­li­tà), è però emble­ma del fal­li­men­to e dell’incapacità di gesti­re il “model­lo manu­ten­ti­vo” e gestio­na­le che avreb­be dovu­to garan­ti­re dura­ta e sicu­rez­za del­la strut­tu­ra pre­ce­den­te. Per capir­ci: for­se non “por­ta­no bene” e sareb­be­ro da evi­ta­re trop­po roboan­ti ed entu­sia­sti­che cele­bra­zio­ni di “model­li” rea­liz­za­ti­vi per nuo­ve infra­strut­tu­re, se poi il loro “desti­no” è lascia­to ad ine­vi­ta­bi­le incu­ria e depe­ri­men­to, for­se per­ché ormai, taglia­ti “i nastri”, poli­ti­ca­men­te la buo­na e cor­ret­ta manu­ten­zio­ne non por­ta visi­bi­li­tà e con­sen­si a nessuno.

Ma il “non far­la” por­ta ine­vi­ta­bil­men­te dan­ni e, pur­trop­po, mor­te. Le cure manu­ten­ti­ve sono il vero nodo fon­da­men­ta­le, le visio­ni di lun­go perio­do, i model­li di gestio­ne, non di costru­zio­ne, sono la vera sfi­da, quel­le che guar­da­no al bene comu­ne, non alla cele­bra­zio­ne, per quan­to giu­sta e meri­ta­ta, di un suc­ces­so pro­prio o estem­po­ra­neo, ma quel­lo che cele­bra l’attenzione all’altro: per­ché quei 43 mor­ti, quei fami­lia­ri, quel gior­no o un doma­ni, potrem­mo esse­re noi. Por­re alla base del­le pro­prie scel­te gli altri, guar­da­re all’interesse comu­ne del­le per­so­ne di oggi e alle futu­re gene­ra­zio­ni, con atten­zio­ne a quel­le più fra­gi­li, agli emar­gi­na­ti dal siste­ma socia­le ed eco­no­mi­co, agli esclu­si dal­le cure sani­ta­rie, dal lavo­ro, dall’istruzione, dal­le oppor­tu­ni­tà: se que­sto fos­se sta­to il model­lo, un model­lo di cura e atten­zio­ne costan­te agli altri, a ciò che ci sta intor­no non come mez­zo, ma come fine, a tra­guar­da­re il doma­ni, avrem­mo evi­ta­to l’emergenza e quei 43 mor­ti. L’attuale pan­de­mia ne è un altro accla­ra­to esem­pio. 

Tut­ti, in un momen­to del­la nostra vita pos­sia­mo esse­re gli altri 

È in que­sta fra­se di Rosan­na Ben­zi che tro­via­mo rias­sun­to quel­lo che vor­rem­mo cele­bra­re inau­gu­ran­do o inti­to­lan­do il nuo­vo via­dot­to Pol­ce­ve­ra: un mes­sag­gio che è un moni­to, un invi­to a ricor­da­re che se tut­ti colo­ro che negli anni han­no avu­to ruo­li gestio­na­li o deci­sio­na­li che han­no inci­so su quel crol­lo, aves­se­ro scel­to anche solo per un atti­mo di pen­sa­re agli altri,  alle per­so­ne comu­ni, maga­ri con qual­che fra­gi­li­tà, quel­li che ci pas­sa­va­no sopra o che ci lavo­ra­va­no o ci vive­va­no sot­to, maga­ri oggi non sarem­mo qui a discu­te­re sul come e sul se inau­gu­ra­re e inti­to­la­re la nuo­va infra­strut­tu­ra.  Sarem­mo inter­ve­nu­ti pri­ma sul Moran­di, maga­ri sosti­tuen­do­lo, maga­ri pri­ma che crol­las­se lui.  Pen­sa­re che potrem­mo esse­re noi gli altri: que­sto è il model­lo che ci pia­ce­reb­be cele­bra­re e pro­por­re come esem­pio, quel­lo che impe­di­sce di arri­va­re all’emergenza, per­ché pen­sa­re agli altri signi­fi­ca fare atten­zio­ne e pren­der­si cura del bene comu­ne e dei beni comu­ni,  inter­ve­ni­re pri­ma che acca­da il disa­stro, per­ché que­sto deve impa­ra­re la nostra cit­tà, la nostra regio­ne, la nostra nazio­ne, l’Europa, il mon­do; que­sto sareb­be il model­lo da cele­bra­re che ser­vi­reb­be ai nostri ter­ri­to­ri, alle nostre comu­ni­tà, a que­sto pae­se, al nostro pia­ne­ta, al nostro model­lo di svi­lup­po: pen­sa­re che potrem­mo esse­re gli altri e pren­der­ci cura del nostro ambien­te,  fare bene e finan­zia­re la manu­ten­zio­ne costan­te, e solo come ecce­zio­ne, saper por­re rime­dio, in emer­gen­za, ai dan­ni dell’incuria e dell’abbandono. Non è solo per que­sto mes­sag­gio che ci pia­ce­reb­be poter lega­re al ricor­do e alle paro­le di Rosan­na Ben­zi, del­la qua­le il pros­si­mo anno ricor­re­rà il 30esimo anni­ver­sa­rio del­la mor­te, il nuo­vo via­dot­to Polcevera.

Non è il solo aspet­to di con­nes­sio­ne che leg­gia­mo con la figu­ra di Rosan­na, don­na euro­pea nell’anno 1989, scrit­tri­ce, gior­na­li­sta, polo e sim­bo­lo del­la cul­tu­ra geno­ve­se e nazio­na­le, che dal­la sua stan­za e dal suo pol­mo­ne d’acciaio nell’ospedale San Mar­ti­no di Geno­va, diven­ta­ta la sua casa, dall’età di 17 anni a segui­to del­la polio­me­li­te (un virus che per for­tu­na abbia­mo debel­la­to!) che la col­pì all’età di 14 anni, creò una comu­ni­tà, uscì attra­ver­so gli altri.  Rosan­na, da tut­te le sue dif­fi­col­tà, del suo esse­re don­na e disa­bi­le, è ripar­ti­ta per rina­sce­re, ha fat­to dei suoi limi­ti una for­za, affet­ta da un ine­sau­ri­bi­le vizio di vive­re, quel­lo che vor­rem­mo acca­des­se per Geno­va, per quel­lo che ha vis­su­to e sta viven­do. Geno­va che sa lot­ta­re e si sa rial­za­re, facen­do­si comunità.

Per que­sto, e non per ulti­mo per­ché è una don­na: per­ché rara­men­te ven­go­no in men­te le per­so­na­li­tà fem­mi­ni­li quan­do si cer­ca­no sim­bo­li rap­pre­sen­ta­ti­vi, can­di­da­ti (anche elet­to­ra­li). Le don­ne che aspet­ta­no da trop­po tem­po che le nostre socie­tà cam­bi­no nei loro con­fron­ti, che pon­ga­no atten­zio­ne alle loro esi­gen­ze e che di nuo­vo, oggi, nell’emergenza del­la pan­de­mia, rischia­no di tor­na­re ad esse­re espul­se dai luo­ghi di lavo­ro, o di spro­fon­da­re nel­le gab­bie di un lavo­ro agi­le doven­do tro­var­si a gesti­re, in casa, cure fami­lia­ri, lavo­ro e car­rie­ra.  Pen­sa­re agli altri e alle altre, dun­que. I fami­lia­ri del­le vit­ti­me han­no mani­fe­sta­to a mez­zo stam­pa la volon­tà che pos­sa­no esse­re i cit­ta­di­ni, i geno­ve­si, a sce­glie­re il nome per il nuo­vo via­dot­to, maga­ri con il loro con­tri­bu­to. Per que­sto mani­fe­stia­mo pri­ma di tut­to a loro pri­ma che a qual­sia­si altro, il nostro pen­sie­ro e la nostra pro­po­sta. Per­ché ci sia­mo sen­ti­ti e voglia­mo con­ti­nua­re a sen­tir­ci loro, voglia­mo con­ti­nua­re a pen­sa­re e sen­tir­ci i loro fami­lia­ri cadu­ti con o sot­to il pon­te e pen­sa­re che una socie­tà atten­ta ai biso­gni e alla cura dei beni comu­ni, del bene comu­ne, è pos­si­bi­le e vada per­se­gui­ta. Per­ché cre­dia­mo che non ci ser­va­no mes­sag­gi trion­fa­li­sti­ci, ma un mode­sto e sobrio abbrac­cio, un omag­gio al sen­so di comu­ni­tà e di soli­da­rie­tà, per dar­vi la cer­tez­za che abbia­mo capi­to, che fare­mo in modo e di tut­to per­ché tut­to cam­bi, e per­ché una cosa così non suc­ce­da mai più. Nome est omen: Via­dot­to sul Pol­ce­ve­ra — “Rosan­na Benzi”

Pos­si­bi­le Liguria

 

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