La rainbow map 2026 racconta un’Italia che sui diritti continua ad arretrare

Oggi ILGA-Europe ha pubblicato la Rainbow Map 2026, la classifica annuale che misura quanto gli Stati europei garantiscono diritti e protezioni alle persone LGBTQIA+. L'Italia scende dal 35° al 36° posto su 49 Paesi. Ancora una volta, peggioriamo. Non basta quello che abbiamo, e chi vuole governare questo Paese deve prendere apertamente un impegno chiaro e senza ambiguità. Per tuttɜ, per noi.

Oggi ILGA-Euro­pe ha pub­bli­ca­to la Rain­bow Map 2026, la clas­si­fi­ca annua­le che misu­ra quan­to gli Sta­ti euro­pei garan­ti­sco­no dirit­ti e pro­te­zio­ni alle per­so­ne LGBTQIA+. L’I­ta­lia scen­de dal 35° al 36° posto su 49 Pae­si, con un pun­teg­gio del 24,11%,  in calo rispet­to al 24,41% del 2025.

Anco­ra una vol­ta, peg­gio­ria­mo. Anco­ra una vol­ta, scen­dia­mo. E quel­lo che i nume­ri per cate­go­ria rac­con­ta­no è qual­co­sa di anco­ra più gra­ve: su cri­mi­ni d’o­dio e hate speech basa­ti su orien­ta­men­to ses­sua­le e iden­ti­tà di gene­re, l’I­ta­lia ottie­ne zero. Su inte­gri­tà cor­po­rea del­le per­so­ne inter­ses­sua­li, zero. Su rico­no­sci­men­to lega­le del gene­re, qua­si nul­la. Non è arre­tra­men­to: è assen­za. È un Pae­se che su inte­ri ambi­ti di tute­la non esi­ste, che ha lascia­to pagi­ne bian­che lad­do­ve una leg­ge, un pro­to­col­lo, un rico­no­sci­men­to avreb­be­ro potu­to riem­pi­re un vuo­to. E tut­to que­sto men­tre ricor­re il decen­na­le del­la leg­ge Cirin­nà, l’u­ni­ca nor­ma che nel nostro Pae­se rico­no­sce le per­so­ne LGBTQIA+ e i nostri lega­mi.

Vale la pena ragio­na­re su que­sti die­ci anni. Su cosa è suc­ces­so, su cosa non è suc­ces­so, su cosa ci sia­mo det­tɜ e su cosa ci sia­mo taciu­tɜ. Per­ché le ricor­ren­ze ser­vo­no a que­sto: non a cele­bra­re, ma a fare i con­ti con la real­tà.

La leg­ge Cirin­nà è l’u­ni­ca nor­ma che nel nostro Pae­se rico­no­sce le per­so­ne LGBTQIA+ e i nostri lega­mi. L’u­ni­ca. In die­ci anni non se n’è aggiun­ta un’al­tra. In die­ci anni, ogni pas­so in avan­ti che que­sta comu­ni­tà ha otte­nu­to è venu­to dal­l’u­ni­co pote­re del­lo Sta­to che non pote­va per­met­ter­si di igno­rar­ci del tut­to: i tri­bu­na­li. Sono sta­ti i giu­di­ci, non il Par­la­men­to, a spin­ge­re il rico­no­sci­men­to del­le fami­glie arco­ba­le­no. Sono sta­te le sen­ten­ze, non le leg­gi, a tene­re aper­to uno spi­ra­glio che la poli­ti­ca con­ti­nua­va a voler chiu­de­re. Que­sto è il qua­dro. Non un’Eu­ro­pa che cor­re e un’I­ta­lia che arran­ca: un’I­ta­lia che ha smes­so di cam­mi­na­re e ha dele­ga­to alla giu­ri­spru­den­za il com­pi­to di fare poli­ti­ca al suo posto.

Ma fac­cia­mo un pas­so indie­tro. Per­ché la leg­ge Cirin­nà non è nata for­te e poi è sta­ta lascia­ta sola. È nata già vec­chia rispet­to all’Europa. È arri­va­ta in aula con le ste­p­child adop­tions già sacri­fi­ca­te sul­l’al­ta­re del com­pro­mes­so par­la­men­ta­re, costrui­ta deli­be­ra­ta­men­te su un impian­to di serie B rispet­to al matri­mo­nio, pen­sa­ta per esse­re tol­le­ra­bi­le a chi non vole­va dav­ve­ro tol­le­rar­la. Era una leg­ge che por­ta­va i segni del ricat­to poli­ti­co nel pro­prio DNA. Eppu­re la si difen­de, e si con­ti­nua a difen­der­la, per­ché è tut­to quel­lo che abbia­mo. Non per­ché sia abba­stan­za.

Qui sta il nodo più impor­tan­te di que­sti die­ci anni. In que­sto perio­do ci sono sta­te espe­rien­ze di gover­no che avreb­be­ro potu­to apri­re uno spi­ra­glio. Non gover­ni nemi­ci del­le per­so­ne LGBTQIA+, alme­no non dichia­ra­ta­men­te. Gover­ni che si col­lo­ca­va­no nel­l’a­rea pro­gres­si­sta, che sie­de­va­no al tavo­lo del­l’Eu­ro­pa, che usa­va­no il lin­guag­gio dei dirit­ti. Gover­ni che han­no scel­to di non far­lo. Di non toc­ca­re la leg­ge Cirin­nà. Di non pre­sen­ta­re un ddl sul matri­mo­nio egua­li­ta­rio. Di non met­te­re mano al dirit­to di fami­glia per por­tar­lo in linea con i Pae­si euro­pei più avan­za­ti. Quel­la non è sta­ta iner­zia. È sta­ta una scel­ta poli­ti­ca. La scel­ta di con­si­de­ra­re i nostri dirit­ti un ter­re­no trop­po divi­si­vo, trop­po costo­so, trop­po com­pli­ca­to da affron­ta­re. La scel­ta di usa­re le nostre vite come mone­ta di scam­bio in equi­li­bri di coa­li­zio­ne che non ci riguar­da­va­no.

Non è un pro­ces­so a ritro­so, e non è risen­ti­men­to. È una con­sta­ta­zio­ne che ha con­se­guen­ze rea­li anco­ra oggi. Il cam­po pro­gres­si­sta, se voglia­mo anco­ra chia­mar­lo così, non ha anco­ra chia­ri­to cosa vuo­le fare. Non ha anco­ra assun­to un impe­gno pro­gram­ma­ti­co net­to, vin­co­lan­te, non nego­zia­bi­le su matri­mo­nio egua­li­ta­rio e dirit­to di fami­glia. Con­ti­nua a par­la­re di dirit­ti in astrat­to e a rin­viar­li in con­cre­to. E in que­sti tem­pi, con que­sto gover­no, con que­sta destra che ha tra­sfor­ma­to le nostre vite in mate­ria­le pro­pa­gan­di­sti­co, quel­la vaghez­za non è più accet­ta­bi­le.

Per­ché il gover­no in cari­ca non è sta­to vago. Ha avu­to le idee chia­ris­si­me. Ha attac­ca­to le fami­glie arco­ba­le­no nei tri­bu­na­li, con­te­stan­do i cer­ti­fi­ca­ti di nasci­ta dei bam­bi­ni e del­le bam­bi­ne con due geni­to­ri del­lo stes­so ses­so. Ha osta­co­la­to i per­cor­si di affer­ma­zio­ne di gene­re con un tavo­lo tec­ni­co isti­tui­to sen­za coin­vol­ge­re le per­so­ne trans, con l’o­biet­ti­vo dichia­ra­to di ren­de­re quei per­cor­si sem­pre più inac­ces­si­bi­li. Ha cri­mi­na­liz­za­to la gesta­zio­ne per altri come rea­to uni­ver­sa­le, per­se­guen­do cit­ta­di­nɜ ita­lia­nɜ per scel­te fat­te all’e­ste­ro, in Pae­si dove quel­la pra­ti­ca è lega­le, men­tre applau­di­va chi, come Elon Musk, vi ave­va fat­to ricor­so gra­zie al pri­vi­le­gio eco­no­mi­co. Ha costrui­to l’o­sti­li­tà ver­so le per­so­ne LGBTQIA+ come linea di gover­no, siste­ma­ti­ca, coe­ren­te, ideo­lo­gi­ca­men­te con­no­ta­ta. E lo ha fat­to men­tre l’I­ta­lia sci­vo­la­va dal 35° al 36° posto nel­la Rain­bow Map, tota­liz­za­va zero nel­la colon­na dei cri­mi­ni d’o­dio, scen­de­va al 24,11%, sen­za che que­sto sem­bras­se imba­raz­za­re nes­su­no nei palaz­zi che con­ta­no.

Que­gli zeri van­no det­ti ad alta voce, per­ché non sono nume­ri, sono scel­te poli­ti­che cri­stal­liz­za­te in una tabel­la. L’I­ta­lia non ha una leg­ge che inclu­da orien­ta­men­to ses­sua­le e iden­ti­tà di gene­re tra le aggra­van­ti per i cri­mi­ni d’o­dio. Il ddl Zan fu affos­sa­to nel 2021, e da allo­ra nes­su­no ha avu­to il corag­gio, o la volon­tà, di ripre­sen­tar­lo con quel­la deter­mi­na­zio­ne. E il fat­to che for­se quel­la nor­ma arri­ve­rà in Ita­lia tra­mi­te una diret­ti­va euro­pea è la scon­fit­ta di una clas­se poli­ti­ca, quel­la nazio­na­le, che ha deci­so di non agi­re e lascia­re che fos­se­ro altri a deci­de­re. L’I­ta­lia non ha nul­la sul­l’in­te­gri­tà cor­po­rea del­le per­so­ne inter­ses­sua­li: nes­sun divie­to agli inter­ven­ti chi­rur­gi­ci non con­sen­sua­li sui mino­ri, nes­sun mec­ca­ni­smo di moni­to­rag­gio, nes­sun acces­so alla giu­sti­zia per le vit­ti­me. Zero su zero su zero.

Su que­sta osti­li­tà siste­ma­ti­ca vale la pena sof­fer­mar­si, per­ché non è fat­ta solo di leg­gi e di voti par­la­men­ta­ri. Si tra­du­ce in vite con­cre­te, in cor­pi che paga­no il prez­zo di ogni ina­zio­ne e di ogni attac­co. E le per­so­ne che paga­no il prez­zo più alto, in que­sto Pae­se, sono le per­so­ne trans e non bina­rie, e tra di loro le per­so­ne mino­ri.

I dati che abbia­mo, e sono i dati uffi­cia­li di ISTAT e UNAR, rac­con­ta­no una sto­ria di esclu­sio­ne strut­tu­ra­le. Una per­so­na trans su due ha dichia­ra­to di aver vis­su­to alme­no un epi­so­dio di discri­mi­na­zio­ne nel­l’am­bi­to del­la ricer­ca di lavo­ro, lega­to alla pro­pria iden­ti­tà di gene­re. Il 46,4% dei rispon­den­ti ha rinun­cia­to a pre­sen­tar­si a un col­lo­quio, o a can­di­dar­si per una posi­zio­ne, pur aven­do­ne i requi­si­ti, per­ché sape­va che la pro­pria iden­ti­tà avreb­be con­di­zio­na­to nega­ti­va­men­te l’e­si­to. Non si è nem­me­no pre­sen­ta­tə, per­ché sape­va già cosa l’a­spet­ta­va. Il 57,1% di chi è occu­pa­tə o ex-occu­pa­tə ritie­ne che la pro­pria iden­ti­tà di gene­re abbia costi­tui­to uno svan­tag­gio in ter­mi­ni di car­rie­ra, retri­bu­zio­ne o rico­no­sci­men­to pro­fes­sio­na­le. Più di otto su die­ci ripor­ta­no microag­gres­sio­ni sul luo­go di lavo­ro. Il 37,1% ha spe­ri­men­ta­to un cli­ma aper­ta­men­te osti­le o un’ag­gres­sio­ne nel pro­prio ambien­te lavo­ra­ti­vo. E il 70% di chi subi­sce discri­mi­na­zio­ni non denun­cia, non per­ché non voglia, ma per­ché non si fida, per­ché sa che la denun­cia costa più di quan­to ren­de, per­ché le tute­le esi­sten­ti sono insuf­fi­cien­ti e spes­so inac­ces­si­bi­li. Que­sti non sono nume­ri astrat­ti. Sono vite taglia­te. Sono car­rie­re bloc­ca­te. Sono per­so­ne costret­te a sce­glie­re ogni gior­no se esse­re se stes­sɜ o ave­re un red­di­to.

E que­sto acca­de in un con­te­sto in cui il gover­no, inve­ce di costrui­re pro­te­zio­ni, ha lavo­ra­to per demo­li­re anche le poche tute­le infor­ma­li che le per­so­ne trans si era­no rita­glia­te. Le iden­ti­tà alias nel­le scuo­le, lo stru­men­to con cui stu­den­tɜ trans pote­va­no esse­re chia­ma­tɜ con il pro­prio nome nei regi­stri e nei docu­men­ti inter­ni agli isti­tu­ti, ven­go­no nega­te con cre­scen­te siste­ma­ti­ci­tà. Non esi­ste una nor­ma­ti­va nazio­na­le che garan­ti­sca uni­for­mi­tà: ogni scuo­la deci­de per sé, ogni pre­si­de può deci­de­re di no, ogni stu­den­tɜ trans può tro­var­si davan­ti a un muro diver­so a secon­da del­la cit­tà in cui vive, del­l’i­sti­tu­to che fre­quen­ta, del­la sen­si­bi­li­tà, o del­l’o­sti­li­tà, di chi diri­ge. Nel­l’a­go­sto 2025 il gover­no ha appro­va­to un dise­gno di leg­ge che intro­du­ce con­trol­li più strin­gen­ti sul­l’as­si­sten­za sani­ta­ria di affer­ma­zio­ne di gene­re per i mino­ri, subor­di­nan­do ogni trat­ta­men­to all’au­to­riz­za­zio­ne di un comi­ta­to nazio­na­le di eti­ca, con l’i­sti­tu­zio­ne di un data­ba­se AIFA per moni­to­ra­re far­ma­ci e dati medi­ci del­le per­so­ne trans mino­ren­ni. Que­sto non è caos buro­cra­ti­co: è vio­len­za isti­tu­zio­na­le dif­fu­sa, che agi­sce capil­lar­men­te sui cor­pi e sul­le iden­ti­tà del­le per­so­ne più gio­va­ni.

La scuo­la, del resto, è il ter­re­no su cui si misu­ra con più bru­ta­li­tà il fal­li­men­to di que­sto Pae­se sul fron­te del­l’in­clu­sio­ne. I dati euro­pei rac­con­ta­no che in Ita­lia il 68% del­le per­so­ne LGBTQIA+ ha subi­to bul­li­smo, ridi­co­liz­za­zio­ne o scher­no nel pro­prio per­cor­so sco­la­sti­co, un dato che supe­ra di 25 pun­ti per­cen­tua­li la già pre­oc­cu­pan­te media euro­pea del 43%. Il moni­to­rag­gio nazio­na­le sul­l’an­no sco­la­sti­co 2024–2025 segna­la che il bul­li­smo omo­fo­bi­co agi­to è in aumen­to, sia nel­la for­ma siste­ma­ti­ca che in quel­la occa­sio­na­le, e che que­sto aumen­to è ricon­du­ci­bi­le, paro­le del rap­por­to stes­so, a con­te­sti di legit­ti­ma­zio­ne socia­le di deter­mi­na­ti com­por­ta­men­ti. Il lin­guag­gio poli­ti­co ha con­se­guen­ze fisi­che sui cor­pi dei ragaz­zi e del­le ragaz­ze. Solo il 17% de stu­den­tɜ LGBTQIA+ rife­ri­sce che i temi lega­ti a orien­ta­men­to e iden­ti­tà ven­go­no affron­ta­ti aper­ta­men­te e posi­ti­va­men­te nel­le aule. Il 64% non rive­la la pro­pria iden­ti­tà a com­pa­gnɜ e inse­gnan­ti.

In que­sto con­te­sto, la rispo­sta del gover­no non è sta­ta inve­sti­re nel­la for­ma­zio­ne degli inse­gnan­ti, costrui­re pro­to­col­li di pro­te­zio­ne, garan­ti­re che ogni scuo­la fos­se uno spa­zio sicu­ro. La rispo­sta è sta­ta il dise­gno di leg­ge Val­di­ta­ra, appro­va­to in pri­ma let­tu­ra dal­la Came­ra a dicem­bre 2025, che vie­ta qual­sia­si atti­vi­tà sul­l’af­fet­ti­vi­tà e la ses­sua­li­tà nel­le scuo­le del­l’in­fan­zia e pri­ma­rie, e impo­ne il con­sen­so infor­ma­to scrit­to del­le fami­glie per qual­sia­si per­cor­so nel­le medie e supe­rio­ri. La Com­mis­sio­ne Cul­tu­ra del­la Came­ra ave­va in pre­ce­den­za appro­va­to una riso­lu­zio­ne Sas­so, Lega, che chie­de­va di eli­mi­na­re dal­le scuo­le qua­lun­que con­te­nu­to rife­ri­to all’i­den­ti­tà di gene­re e all’o­rien­ta­men­to ses­sua­le, con restri­zio­ni sul­l’ac­ces­so ai bagni e l’e­sclu­sio­ne del­le per­so­ne trans dal­le com­pe­ti­zio­ni spor­ti­ve. È la scuo­la come cam­po di bat­ta­glia ideo­lo­gi­co, com­bat­tu­ta sui cor­pi dei mino­ri. Il Mini­ste­ro del­l’I­stru­zio­ne ha anche vie­ta­to con cir­co­la­re l’u­so del­lo sch­wa e del­l’a­ste­ri­sco in tut­te le comu­ni­ca­zio­ni uffi­cia­li, nel­l’am­bi­to del­la guer­ra dichia­ra­ta al lin­guag­gio inclu­si­vo. Per il secon­do anno con­se­cu­ti­vo, il mede­si­mo Mini­ste­ro ha omes­so qual­sia­si rife­ri­men­to alla per­se­cu­zio­ne del­le per­so­ne LGBTQIA+ duran­te l’O­lo­cau­sto nel­la cir­co­la­re uffi­cia­le per il Gior­no del­la Memo­ria.

Tut­to que­sto, la mar­gi­na­liz­za­zio­ne lavo­ra­ti­va, la vio­len­za sco­la­sti­ca, gli attac­chi isti­tu­zio­na­li alle per­so­ne trans, gli zeri nel­la Rain­bow Map, non vive sepa­ra­to dal­la que­stio­ne dei dirit­ti civi­li e socia­li che viag­gia­no insie­me. Ne è la con­se­guen­za diret­ta. Quan­do lo Sta­to non rico­no­sce una per­so­na, man­da un segna­le a tut­ta la socie­tà: quel­la per­so­na è meno. Meno degna di tute­la, meno meri­te­vo­le di rispet­to, meno pre­sen­te nei docu­men­ti, nei regi­stri, nel­le leg­gi. E quel­la gerar­chia sim­bo­li­ca si tra­du­ce in gerar­chia mate­ria­le: nel­l’ac­ces­so al lavo­ro, nel­l’ac­ces­so alla casa, nel­l’ac­ces­so alla scuo­la come luo­go sicu­ro.

Per que­sto la con­nes­sio­ne tra dirit­ti civi­li e dirit­ti socia­li non è un’ag­giun­ta, è la spi­na dor­sa­le di una poli­ti­ca LGBTQIA+ che voglia esse­re dav­ve­ro di sini­stra. Chi vie­ne espul­sə dal­la fami­glia di ori­gi­ne, e le per­so­ne LGBTQIA+ gio­va­ni lo subi­sco­no in misu­ra spro­por­zio­na­ta, spes­so non tro­va strut­tu­re di acco­glien­za ade­gua­te, non acce­de agli allog­gi popo­la­ri per­ché i cri­te­ri di asse­gna­zio­ne non rico­no­sco­no le sue for­me fami­lia­ri, subi­sce discri­mi­na­zio­ni nel mer­ca­to pri­va­to del­l’af­fit­to sen­za stru­men­ti lega­li effi­ca­ci. I dati del­la Gay Help Line par­la­no di oltre il 34% del­le per­so­ne segui­te che evi­den­zia­no situa­zio­ni di emer­gen­za abi­ta­ti­va, spes­so con­nes­se all’al­lon­ta­na­men­to for­za­to dal­la fami­glia. L’a­bi­ta­re queer è una que­stio­ne poli­ti­ca. La pover­tà LGBTQIA+ è una que­stio­ne poli­ti­ca. La pre­ca­rie­tà che si accu­mu­la quan­do si è espul­sɜ dal­la fami­glia di ori­gi­ne e non si tro­va­no strut­tu­re di acco­glien­za è una que­stio­ne poli­ti­ca. E il matri­mo­nio egua­li­ta­rio non è una que­stio­ne sim­bo­li­ca: è acces­so ai mutui, alle ere­di­tà, alle pen­sio­ni di rever­si­bi­li­tà, all’as­si­sten­za sani­ta­ria, a tut­te le tute­le che il matri­mo­nio por­ta con sé e che le unio­ni civi­li garan­ti­sco­no solo in par­te, quan­do le garan­ti­sco­no.

In que­sti die­ci anni la visi­bi­li­tà del­le per­so­ne LGBTQIA+ nel dibat­ti­to pub­bli­co è cre­sciu­ta, spes­so loro mal­gra­do. È cre­sciu­ta anche la vio­len­za poli­ti­ca e sim­bo­li­ca con­tro di noi. Nel 2025 la Gay Help Line ha regi­stra­to un aumen­to del 12% dei casi di vio­len­za e discri­mi­na­zio­ne rispet­to all’an­no pre­ce­den­te, con oltre 21.000 con­tat­ti in un anno. I Pri­de sono diven­ta­ti più gran­di e più neces­sa­ri nel­lo stes­so momen­to. Le sen­ten­ze han­no fat­to il lavo­ro che la poli­ti­ca non face­va. La comu­ni­tà si è stret­ta, ha resi­sti­to, ha inven­ta­to stra­te­gie di soprav­vi­ven­za e di lot­ta in un con­te­sto sem­pre più osti­le. E il cam­po pro­gres­si­sta ha con­ti­nua­to a ondeg­gia­re, nic­chia­re, riman­da­re.

In que­sto decen­na­le, noi di Pos­si­bi­le abbia­mo chia­ro cosa c’è da fare. Difen­de­re la leg­ge Cirin­nà è il mini­mo. Il mini­mo neces­sa­rio, irri­nun­cia­bi­le, ma il mini­mo. Quel­lo che ser­ve è che il cam­po pro­gres­si­sta smet­ta di trat­ta­re il matri­mo­nio egua­li­ta­rio e il dirit­to di fami­glia come un tema sen­si­bi­le da maneg­gia­re con i guan­ti. Ser­vo­no impe­gni chia­ri. Un ddl che esi­ste, che ha un nume­ro, che vie­ne discus­so, che arri­va in aula. Una leg­ge sui cri­mi­ni d’o­dio che final­men­te inclu­da orien­ta­men­to ses­sua­le e iden­ti­tà di gene­re, per­ché que­gli zeri nel­la Rain­bow Map non sono sta­ti­sti­che, sono per­so­ne aggre­di­te sen­za che lo Sta­to le rico­no­sca come vit­ti­me di odio. Pro­te­zio­ni rea­li per le per­so­ne trans sul lavo­ro. Scuo­le sicu­re garan­ti­te per leg­ge. Non ci sono più mar­gi­ni per le ambi­gui­tà.

La Rain­bow Map 2026 ci ha dato oggi il suo ver­det­to: dal 35° al 36° posto. La rispo­sta poli­ti­ca è già scrit­ta: non basta quel­lo che abbia­mo, e chi vuo­le gover­na­re que­sto Pae­se deve pren­de­re aper­ta­men­te un impe­gno chia­ro e sen­za ambi­gui­tà. Per tut­tɜ, per noi.

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500.000 fir­me per toglie­re risor­se e giro d’affari alle mafie, per garan­ti­re la qua­li­tà e la sicu­rez­za di cosa vie­ne ven­du­to e con­su­ma­to, per met­te­re la paro­la fine a una cri­mi­na­liz­za­zio­ne e a un proi­bi­zio­ni­smo che non han­no por­ta­to a nes­sun risul­ta­to. La can­na­bis non è una que­stio­ne secon­da­ria o risi­bi­le, ma un tema serio che riguar­da milio­ni di ita­lia­ni.

Possibile per il Referendum sulla Cannabis

La can­na­bis riguar­da 5 milio­ni di con­su­ma­to­ri, secon­do alcu­ni addi­rit­tu­ra 6, mol­ti dei qua­li sono con­su­ma­to­ri di lun­go cor­so che ne fan­no un uso mol­to con­sa­pe­vo­le, non peri­co­lo­so per la socie­tà.
Pre­pa­ra­te lo SPID! Sarà una cam­pa­gna bre­vis­si­ma, dif­fi­ci­le, per cui ser­vi­rà tut­to il vostro aiu­to. Ma si può fare. Ed è giu­sto pro­var­ci.

Corridoi umanitari per chi fugge dall’Afghanistan, senza perdere tempo o fare propaganda

La prio­ri­tà deve esse­re met­te­re al sicu­ro le per­so­ne e non può esse­re mes­sa in discus­sio­ne da rim­pal­li tra pae­si euro­pei. Il dirit­to d’asilo è un dirit­to che in nes­sun caso può esse­re sot­to­po­sto a “vin­co­li quan­ti­ta­ti­vi”. Ser­vo­no cor­ri­doi uma­ni­ta­ri, e cioè vie d’accesso sicu­re, lega­li, tra­spa­ren­ti attra­ver­so cui eva­cua­re più per­so­ne pos­si­bi­li.

La rainbow map 2026 racconta un’Italia che sui diritti continua ad arretrare

Oggi ILGA-Euro­pe ha pub­bli­ca­to la Rain­bow Map 2026, la clas­si­fi­ca annua­le che misu­ra quan­to gli Sta­ti euro­pei garan­ti­sco­no dirit­ti e pro­te­zio­ni alle per­so­ne LGBTQIA+. L’I­ta­lia scen­de dal 35° al 36° posto su 49 Pae­si. Anco­ra una vol­ta, peg­gio­ria­mo. Non basta quel­lo che abbia­mo, e chi vuo­le gover­na­re que­sto Pae­se deve pren­de­re aper­ta­men­te un impe­gno chia­ro e sen­za ambi­gui­tà. Per tut­tɜ, per noi.

Un’Europa democratica e federale non è un’utopia: è una necessità urgente. Festa dell’Europa, Torino

L’Europa non può con­ti­nua­re a dipen­de­re dagli Sta­ti Uni­ti per la pro­pria sicu­rez­za e per il pro­prio peso poli­ti­co inter­na­zio­na­le. Deve impa­ra­re a par­la­re con una sola voce e ad agi­re in modo rapi­do ed effi­ca­ce, nel rispet­to del­la demo­cra­zia e del­lo sta­to di dirit­to. Oggi, inve­ce, il veto di un sin­go­lo Sta­to può bloc­ca­re deci­sio­ni fon­da­men­ta­li sul­la poli­ti­ca este­ra, sul­la dife­sa, sull’energia o sui dirit­ti socia­li, ren­den­do l’Unione debo­le e divi­sa.