Che cosa ci insegna la storia dello “Zong”

Una storia di schiavi e negrieri, e una direzione da scegliere
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Ho conosciuto la terribile vicenda della “Zong” guardando un bel film storico sull’uguaglianza: “Belle” o “La ragazza del dipinto” nella traduzione italiana, del 2014, dove ha una parte importante nella trama.

La “Zong” era una nave negriera, di proprietà di un consorzio di commercianti di Liverpool, che nell’agosto del 1781 salpò da Accra diretta verso la Giamaica. A bordo trasportava 442 schiavi, più del doppio di quelli che avrebbe potuto imbarcare in modo sicuro, con un equipaggio inadeguato. Gli schiavi erano merce, e come tale erano stati oggetto della stipula di una polizza assicurativa da parte dei proprietari. Un errore di navigazione portò la Zong oltre la Giamaica, con le scorte d’acqua al minimo e i primi morti fra schiavi ed equipaggio per malnutrizione e malattie. A quel punto era chiaro che l’acqua non sarebbe bastata per tutti, con i tempi di navigazione necessari per raggiungere la destinazione.

Se gli schiavi fossero morti a terra, gli armatori di Liverpool non avrebbero ricevuto alcun risarcimento dai loro assicuratori, così come se gli schiavi fossero deceduti per una “morte naturale” in mare, l’assicurazione non avrebbe risposto. Ma se alcuni schiavi fossero stati espulsi per salvare il resto del “carico”, o la nave stessa, si sarebbe potuto richiedere l’indennizzo.

Così l’equipaggio si riunì in assemblea e decise, all’unanimità, di disfarsi di parte del “carico” per ottenere nello stesso tempo l’autosufficienza delle scorte e il risarcimento assicurativo. Il 29 novembre 1781, 54 donne e bambini furono gettati in mare, ed il 1º dicembre la stessa sorte toccò a 42 schiavi maschi che furono seguiti da 36 schiavi nei giorni successivi.

La “Zong” raggiunse la Giamaica con 208 schiavi a bordo, meno della metà di quelli imbarcati, che furono regolarmente venduti. Gli armatori fecero richiesta di risarcimento per la parte di “carico” che era stata eliminata, a loro dire, al fine di salvare la nave, ma le assicurazioni lo negarono.

Così iniziò la causa civile.

In primo grado la richiesta di indennizzo venne accolta, la giuria “non aveva avuto alcun dubbio (nonostante un forte shock) che il caso degli schiavi era lo stesso che se fossero stati gettati in mare dei cavalli… La domanda era se non ci fosse stata una necessità assoluta di gettarli in mare per salvare il resto, [e] la Giuria era del parere che c’era”.

Nessuno, all’epoca, dubitava di questa impostazione giuridica, ed è sconcertante come la tesi opposta, cioè che si fosse trattato di un vero e proprio omicidio di massa ingiustificato, venisse portata avanti dagli avvocati dell’assicurazione, ma al solo fine di non pagare l’indennizzo.

In appello il giudizio fu ribaltato.

Emerse non solo che fu un errore di navigazione a determinare la carenza di acqua, ma anche che, mentre le persone venivano gettate a mare, pioveva.

Tuttavia, il giudizio, al fine di tutelare la continuità del commercio, non mise in dubbio il principio che gli schiavi erano un “carico”, ma affermò solamente che non c’erano le condizioni giuridiche per “disfarsene” a spese dell’assicurazione.

Alcun processo penale, infatti, venne mai iniziato per l’omicidio di massa.

Perché ricordare questo orrore?

Perché allora la società andava in un senso, che era quello dell’abolizione della schiavitù e del riconoscimento dei diritti umani, a tutti. Era un percorso duro, faticoso, ma inesorabile. Il massacro della “Zong” non ebbe una vastissima eco mediatica, allora non c’era internet, eppure servì in qualche modo alla causa abolizionista, anche negli anni successivi, se non altro perché costrinse l’opinione pubblica a misurarsi con un fatto concreto di cui vi era traccia.

E invece oggi la nostra società, dopo aver approvato in larghissima parte la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che ci definisce per nascita liberi e uguali in dignità e diritti, sta andando in senso opposto. Oggi sono cambiate tante cose.

Prima di tutto, oggi è la “merce” a pagarsi il viaggio, per sfuggire alla guerra ed alla carestia. Ma pagare non basta, perché essendo appunto merce, le bande che ne divengono proprietarie cercano di ottenere il massimo profitto, subordinando il viaggio ad ulteriori pagamenti, torturando, uccidendo, vendendo come schiave le persone ad altre bande. Non c’è assicurazione che copra il danno, semplicemente perché dal punto di vista commerciale, i trafficanti di uomini si fanno pagare in anticipo e non devono assumersi il rischio della mancata vendita dello schiavo. Lo schiavo si consegna e si paga da solo e dopo aver pagato non vale più nulla. Ora come allora il principio per cui in mare devono essere messi in salvo prima le donne e i bambini è rovesciato, perché donne e bambini sono i primi a morire.

Beh dirà qualcuno, oggi questa attività è illegale mentre allora era legale. Purtroppo non è del tutto vero. Come ci dice l’ultimo rapporto di Amnesty International, oggi in Libia tutto questo sta accadendo anche in base ad accordi conclusi con gli Stati europei, fra i quali l’Italia. E la schiavitù viene rimossa per lasciare spazio alla propaganda.

Il punto è che ci sono persone che hanno scientemente e consapevolmente dimenticato l’umanità. Persone che per banale populismo elettorale trasmettono e amplificano un messaggio devastante, che chiunque arrivi su un barcone, anche se è profugo di guerra o di fame, per poter essere respinto a priori, debba essere prima di tutto disumanizzato, diventando un “clandestino”, la causa di tutti i nostri problemi, una cosa viva che, se muore, ci fa un piacere.

Persone che addirittura affermano che “la sinistra è quella che blocca gli sbarchi”, senza spiegare come.

E sui social media compaiono messaggi e commenti di ragazze e ragazzi sorridenti che ci riportano direttamente nel 1781, all’orrore della “Zong”, perché solo disumanizzando e perdendo il senso della realtà e delle proporzioni si può rimanere indifferenti di fronte alla morte di queste persone, e riderne.

Attenzione, perché in tanti stanno imboccando il senso di marcia opposto a quello faticosamente percorso nel 1781.

Attenzione, perché prima ancora delle leggi è il “comune sentire” che determina i comportamenti, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, e influenza i vari legislatori.

Attenzione, perché, anche se magari non ce ne rendiamo conto, di fronte a questo fenomeno oggettivo, è l’atteggiamento di ognuno di noi all’interno della società che porterà a scegliere la strada, prima di tutto etica, e quindi il senso di marcia, da percorrere. Allontanandoci o riavvicinandoci alla “Zong”.

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