Qual è la colpa di una donna che subisce violenza?

Se a tutti noi, educatori, professionisti, artisti, attivisti, eccetera, spetta il compito di osservare e interpretare il tessuto sociale, alla politica spetta invece l’obbligo morale di trovare una soluzione alla violenza di genere, che in Italia è diventato un fenomeno dai numeri preoccupanti, troppo per essere considerato un Paese civile. 
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Qual è la colpa di una donna che subisce violenza? Aver baciato il rospo sbagliato? Avere messo l’abito sbagliato? Avere detto o fatto la cosa sbagliata? 

La colpa delle donne vittime di violenza è essere figlie, e a volte inconsapevolmente madri, di una cultura patriarcale, cioè quel sistema sociale e culturale in cui si ritiene che il depositario naturale del potere sia il padre, il maschio. 

E prima ancora di morire perché femmina, la violenza striscia sin dentro la culla per accompagnarci durante la vita come una migliore amica, tra i gesti e le parole di ogni giorno. 

Così, se da bambina vuoi giocare a calcio non ti è permesso “perché tu sei femmina quindi non sei capace”; se subisci commenti inopportuni sul corpo che cresce e cambia, la responsabilità è “certamente” della tua gonna troppo corta o del carattere espansivo; se hai successo nello studio e nel lavoro, non è il risultato di passione e sacrificio ma perché hai “certamente” aperto la camicetta… 

Tutto ciò, mentre la pubblicità mostra il corpo femminile come merce da inscatolare, le testate giornalistiche raccontano di donne come “patate bollenti” e ai colloqui di lavoro, anzichè analizzare quali competenze abbiamo acquisito dalla difficoltà di svolgere la professione di essere umano, dovendo dimostrare di essere due volte più brave rispetto all’uomo, la domanda di rito sarà sempre se vogliamo diventare moglie e madri.  

In tal modo, goccia dopo goccia, il veleno della cultura patriarcale trasforma la discriminazione sulle donne da violenza silente in manifesta, fino alla “normalità” del femminicidio, senza dimenticare di restituirne la responsabilità alla donna stessa. Così oltre al danno anche la beffa!

Signore mie, come usciamo “vive” da questa sub-cultura? 

Un unico cordone fatto di dignità e coraggio, di studio e competenza attraversa l’impresa di migliorare le condizioni di vita dell’essere donna: dal basso all’alto, dalla strada alla scuola, dai flash mob ai progetti educativi, dalle campagne di sensibilizzazione alle proposte di legge.  

E se a tutti noi, educatori, professionisti, artisti, attivisti, eccetera, spetta il compito di osservare e interpretare il tessuto sociale, alla politica spetta invece l’obbligo morale di trovare una soluzione alla violenza di genere, che in Italia è diventato un fenomeno dai numeri preoccupanti, troppo per essere considerato un Paese civile. 

Qualcosa è stato fatto, in termini di finanziamenti per gli sportelli di ascolto, per la rete antiviolenza; nell’ultima finanziaria della Regione Sicilia è stato instituito il “Reddito di Libertà” con cui sono stati finanziati 200.000 euro per il sostegno delle donne vittime di violenza. 

Ma si tratta di provvedimenti temporanei che non sono sufficienti ad arginare questa piaga sociale. 

L’inserimento all’interno di “categorie protette” legge 68/99 delle donne vittime di violenza che decidono di intraprendere un percorso di protezione da parte dello Stato, permetterebbe loro di uscire dalla condizione di dipendenza e sudditanza psicologica, avere la garanzia di entrare nel mercato del lavoro anche in età avanzata e di auto sostenersi con il proprio lavoro, il che favorirebbe un’importante ricostruzione dell’autostima e della dignità della persona violata. 

Con Possibile, che vanta tra le sue battaglie la restituzione dei diritti ai cittadini italiani e la lotta contro le disuguaglianze di tutte e tutti gli esseri umani, vogliamo farci promotori di un tavolo tecnico tra le associazioni che si occupano di questo fenomeno, coinvolgendo anche la signora Lidia Vivoli, che tempo fa lanciò una petizione raggiungendo circa 44mila firme, al fine di verificare la fattibilità della proposta e darle seguito. 

Nella speranza che i nostri figli, possano vivere in un contesto culturale e sociale in cui i sistemi delle “quote” e di “protezione” siano superati dal rispetto e dal riconoscimento reciproco tra tutti gli esseri umani. 

Luisa Chiarandà

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