Perché poi, alla lunga, ci si stanca

Non so se sia davvero per paura delle contestazioni, come scrive Angela Mauro sull’Huffington Post, che Renzi abbia deciso di rinunciare ad andare a Matera. D’altronde, è possibile: nemmeno ad Arezzo il governo si è fatto vedere più di tanto dopo i fatti di Banca Etruria, e lì, come dire, giocavano in casa. Alla latitudine dei Sassi, invece, il presidente del Consiglio è un po’ in trasferta, molto, se si pensa che nessun ministro del suo partito (a meno che non sia da annoverarvi Alfano) è nato a sud del Volturno. So, invece, che la stanchezza è tanta. Quella di dover vedere una classe dirigente che veste d’arroganza una supposta impunità e quella di una sua opposizione interna che finge diversità, denunciandola, ma poi non fa nulla per dimostrarla, tanto che essi stessi debbono riconoscere di giocare «tutte le parti in commedia».

Pensando a quel sentimento di esaurita sopportazione e a Matera, m’è tornato alla mente il motto contenuto nello stemma della città: bos lassus firmius figit pedem, il bue stanco affonda la zampa con maggiore fermezza. Sembra la morale della ribellione contro Giovan Carlo Tramontano, figlio di un banchiere che ottenne il titolo di “Conte di Matera” da Ferdinando II, Ferrandino, nel 1497, essendosi prima garantito l’appoggio e la fiducia, posti quale clausola dal re, dei cittadini più illustri, in un primo tempo suoi oppositori, attraverso promesse ed elargizioni, e travolto dalla collera dei materani dopo aver alzato le tasse per pagare i debiti contratti, anche per costruirsi il suo splendido maniero incompiuto. In un’epoca di “disintermediazione”, il rischio che chi la evochi debba poi scontrarla non è campato in aria. Direbbe Scotellaro, «Sentireste la nostra dura parte/ in quel giorno che fossimo agguerriti/ in quello stesso Castello intristito».

E comunque, nel caso, come non comprenderla, la stanchezza. Mentre si discute di ministre e compagni, forse un’intera valle è stata avvelenata. E in mezzo a tutto questo, si è costretti a dover pure rispondere a governanti ipotetici e sottosegretari eventuali, teorizzatori delle trivellazioni estrattrici di «ricchezza e posti di lavoro», che portano la crescita rendendo tutti felici e contenti. Bene; di solito non replico a chi racconta le fiabe, soprattutto se finge di crederci. Stavolta, voglio fare un’eccezione.

Conoscendo la Basilicata non per sentito dire, non capisco perché, con le tesi dei “petrolottimisti”, dalla seconda metà del secolo scorso, quando è iniziata l’attività estrattiva intensiva e industriale dei giacimenti di idrocarburi, dapprima in val Basento e successivamente in val d’Agri, essa abbia perso più di 60.000 abitanti, il 10 per cento della popolazione, e uno studio condotto da Sinloc per conto della Bei e di diverse fondazioni bancarie, stima che entro i prossimi 15 anni saranno in più di 50.000 a seguirli. Considerata l’attenzione di chi comanda per la “narrazione”, voglio dunque raccontar loro una storia, lunga come quella d’Italia.

Io sono nato a Stigliano, nella provincia di quella Matera di cui dicevamo e a metà strada tra quelle due valli, proprio sopra quella del Sauro, dove sta sorgendo il centro oli di “Tempa Rossa”. Negli anni Sessanta, in val Basento, si cominciarono a sfruttare intensivamente i giacimenti di gas. Dagli anni Novanta, toccò a quelli di petrolio della val d’Agri. Stando alla logica delle ricadute dirette sul territorio, il mio paese, trovandosi nel bel mezzo geografico di tutta quella “prosperità”, avrebbe dovuto avvantaggiarsene, non credete?

>Ora, però, qualcosa nella favola dei “trivellatori” non torna. Stigliano, al primo censimento postunitario del 1861, contava poco meno di cinquemila abitanti, 4.948 per la precisione. In quel secolo e per la metà del successivo, crebbe, nonostante si dovettero scontare due guerre mondiali e la stagione delle grandi migrazioni, quella per le Americhe su tutte. Cent’anni dopo, nel 1961, era raddoppiato, arrivando a sfiorare i diecimila, 9.925 residenti.

Da lì, e con tutte quelle potenzialmente arricchenti estrazioni, la sua popolazione non solo smise di crescere, ma cominciò a calare costantemente: 8.154 nel 1971, 7.276 nel 1981, 6.576 nel 1991, 5.616 nel 2001, 4.685 all’ultima rilevazione censuaria, nel 2011. Lungi dal fermarsi, quel declino continua, di modo che, in soli cinquant’anni, il paese ha perso più di quanto guadagnato in un secolo, scendendo al di sotto del numero di abitanti che aveva al tempo degli scontri fra i briganti e le truppe del regno nascente.

>Chi se ne andrebbe da un bengodi di «ricchezza e posti di lavoro»?

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