Nessun Paese è un’isola – Balcani: non c’è muro che tenga

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Il testo sarò a brevissimo anche in libreria.

SULLA ROTTA BALCANICA NON C’E’ MURO CHE TENGA

Come abbiamo sostenuto più volte, l’accordo UE – Turchia e l’innalzamento di muri non sono lo strumento per risolvere i problemi lungo la rotta balcanica. A ciascun confine bloccato, infatti, si concentrano le persone che vorrebbero superarlo, configurando (praticamente sempre) situazioni di estrema precarietà e di sofferenza, oltre che ambienti ideali per chi si muove nell’illegalità, a cominciare dai passatori. A certificarlo, anche un rapporto di Oxfam, secondo il quale si registrano «troppe sofferenze inutili alle migliaia di persone bloccate lungo la rotta balcanica o in fuga attraverso il Mediterraneo alla ricerca di un rifugio sicuro. […] Ad aprile 1.579 migranti sono stati arrestati dalla polizia macedone e respinti in Grecia senza la possibilità di fare richiesta d’asilo, mentre a maggio sono state rimandate indietro 3.763 persone. E anche se il numero di arresti ed espulsioni è calato nell’ultimo periodo, centinaia di casi del genere si ripropongono ogni mese. Ad oggi, oltre 5 mila persone sono bloccate in Serbia, alla ricerca di un modo per proseguire il loro viaggio». Aleksandar Vulin, ministro serbo del Lavoro e Affari sociali, responsabile per l’emergenza migranti ha fatto eco alle denunce: «la rotta balcanica è sempre attiva e la Serbia non può far fronte da sola alle conseguenze della crisi migratoria».

Fonte: Frontex

Notizie di maltrattamenti e soprusi del tutto ingiustificati arrivano anche dalla Bulgaria, punto di passaggio obbligato a seguito della chiusura della frontiera greco-macedone. Questo il racconto (uguale a tantissimi altri) di un migrante: «L’ultima volta sono riuscito a entrare in Bulgaria, ma sono stato fermato e trattenuto per circa 24 ore in un carcere. Quindi sono stato portato prima in un campo chiuso e poi in uno aperto vicino a Sofia. Ci davano da mangiare una sola volta al giorno, mi hanno identificato e picchiato senza motivo. Dopo circa 20/25 giorni un trafficante mi ha aiutato a scappare dal campo, ho attraversato la Serbia e sono arrivato in Ungheria. Qui la polizia ha picchiato e usato strumenti con la corrente elettrica contro alcune persone, facendole inseguire dai cani».

Nonostante ciò, come dicevamo, la rotta balcanica non è chiusa: «Un dato per tutti. Da gennaio 2016 a oggi ben 12mila pakistani sono arrivati in Italia. Tutti via terra, attraverso Slovenia e Austria – spiega Christopher Hein, consigliere strategico del Consiglio italiano rifugiati (CIR) –  la chiusura delle frontiere sulla rotta balcanica non ha fatto cessare il passaggio di richiedenti asilo diretti in Italia o verso il nord Europa, in maggioranza afghani e pachistani, ha solo creato nuove vie di accesso, che portano sempre più denaro nelle tasche trafficanti».
LA POLITICA EUROPEA FA SEMPRE LE STESSE COSE

Eppure le risposte della politica non cambiano: la Slovenia, infatti, sta rafforzando il muro al confine con la Croazia, sostituendo il filo spinato con dei pannelli di ferro. La Commissione europea, invece, ha accolto la domanda di Germania, Austria, Norvegia, Danimarca e Svezia per rinnovare i controlli alla frontiera per altri sei mesi. Nelle conclusioni del Consiglio europeo, infine, c’è scritto che ci si augura di tornare presto alla libera circolazione prevista da Schengen, ma allo stesso tempo si lega questa prospettiva a un rafforzamento dei controlli alla frontiera esterna. E viene da chiedersi che si debba fare, più di così, dato che l’Italia sta identificando tutti (tutti!) i migranti che sbarcano sulle nostre coste. Impronte digitali e cartelle cliniche: praticamente non esistono persone più sorvegliate in Italia dei richiedenti asilo.

Da segnalare, per concludere, il duro confronto tra Orban e Renzi.

QUANTO VALE IL LAVORO IN NERO DEI MIGRANTI?

Vale tanto, tantissimo. La Fondazione Leone Moressa ha stimato il valore economico del lavoro in nero dei migranti in 12,7 miliardi di euro all’anno, pari quasi a un punto di PIL. «Oltre alla mancata tutela dei diritti dei lavoratori e alla distorsione del mercato, lo sfruttamento lavorativo (in questo caso di manodopera immigrata) determina una perdita per le casse dello Stato sotto forma di mancato gettito fiscale, stimato dalla Fondazione Moressa in 5,5 miliardi di euro», scrive Repubblica. Sicuramete il primo passo da fare è la cancellazione del reato di ingresso e soggiorno irregolare (immigrazione clandestina), che senza dubbio è uno dei primi ostacoli alla denuncia. Eppure il governo non sembra intenzionato a procedere, avendo fatto “scadere” espressa delega ricevuta dal Parlamento.


YEMEN: CORTOCIRCUITO TOTALE

Sull’export di armi all’Arabia Saudita si sta aprendo un vaso di Pandora che non sappiamo cos’altro potrà riservarci. Le Iene hanno documentato ulteriori e inquietanti particolari, mentre il ministro Gentiloni ha ammesso candidamente che l’Italia ha esportato armi destinate al governo di Riad. «L’export, dicono i dati, è avvenuto sia nel 2015 che nel 2016, periodo in cui l’Arabia Saudita bombardava indiscriminatamente lo Yemen. L’export, di conseguenza, è avvenuto nonostante la legge 185/1990 vieti “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento […] verso i Paesi in stato di conflitto armato”. Non c’è bisogno di alcun “embargo, sanzioni o restrizioni internazionale nelle vendite di armamenti” [come sostiene Gentiloni, n.d.a.]. E non c’è bisogno di alcun accertamento in ambito Onu o Ue. C’è la legge italiana. Punto. E la legge italiana vieta l’esportazione. Non c’è bisogno di alcuna “novità nelle politiche dei 28”. Non ce n’è bisogno. La mancanza di novità in quella sede dovrebbe anzi scatenare una nostra reazione: l’Italia ha il dovere di bloccare l’export e di far valere la propria posizione sui tavoli internazionali. Ricordiamo, infine, che il Parlamento europeo ha già chiesto di applicare l’embargo sulle armi, ma – chissà come mai – il nostro governo se ne dimentica sempre».

Il cortocircuito totale è dovuto alle dinamiche migratorie nella zona: un parlamentare fedele al governo yemenita (il governo sostenuto dalle bombe italo-saudite) è intervenuto durante il seminario del Gruppo speciale sul Mediterraneo e il Medio Oriente (Gsm) dell’assemblea parlamentare della Nato per chiedere che Ue e paesi Nato si facciano carico dei profughi provenienti dal Corno d’Africa che cercano rifugio in Yemen, un paese bombardato che a sua volta genera profughi di guerra. Capite l’assurdità?


BAD NEWS

Avrete sicuramente letto dei fatti di Goro e Gorino. La mia modestissima opinione è che non si possa mai giustificare-capire-capiremanoncondividere atti di questo genere. Abbiamo il dovere (non solo morale, ma anche giuridico) di accogliere persone che scappano da guerre e persecuzioni. Punto.
GOOD NEWS

Good news, sì, ma è ancora pochissimo. In settimana sono arrivati in Italia dei profughi, quasi tutti siriani e iracheni, dal Libano attraverso i canali umanitari (si legga: voli aerei). I nuovi arrivi sono 128, che si sommano ai 279 già arrivati.
MUST READ

Il Time racconta come l’economia libica sia un moderno mercato della schiavitù (e Alfano vorrebbe stringerci accordi per far rimanere lì i migranti provenienti dall’Africa).

Lo sgombero di Calais. Il reportage di Internazionale.

Le prime copie di Nessun Paese è un’isola sono a casa mia. Sto aspettando le cartoline, che arriveranno prestissimo, e successivamente comincerò le spedizioni (che sono molte, perciò può darsi che ci sia bisogno di ancora un attimo di pazienza).

Questa settimana faremo tappa a Morazzone (Varese), venerdì 4 novembre alle 21.

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stefano

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