L’inferno libico sotto i nostri occhi

Diciassette pagine nelle quali si ribadisce che nei centri di detenzione libici le persone vengono trattenute arbitrariamente e violentate, stuprate, vendute, uccise. I colpevoli sarebbero indistintamente «funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali».
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«La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali», dove si ritiene che funzionari del governo «vendano i migranti ai trafficanti». La notizia è stata data questa mattina da Avvenire, con un articolo di Nello Scavo, nel quale si cita ampiamente l’ultimo rapporto firmato da Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Il rapporto, scrive Scavo, «è già sul tavolo del procuratore del Tribunale internazionale dell’Aja».

Diciassette pagine nelle quali si ribadisce che nei centri di detenzione libici le persone vengono trattenute arbitrariamente e violentate, stuprate, vendute, uccise. I colpevoli sarebbero indistintamente «funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e membri di bande criminali». Unhcr, rivela Guterres, ha di recente invitato il governo di accordo nazionale a compiere un’indagine per individuare le persone scomparse. «Centinaia di migranti intercettati in mare, infatti, vengono regolarmente fatti sparire. Ma dell’inchiesta, nessuno sa nulla».

Fatti – ahinoi – saputi e risaputi. Verità processuali. E infatti, solamente ieri, l’Italia ha ricevuto un gruppo di 98 persone, rifugiati, evacuate da un centro di detenzione libico. «Con il conflitto che continua a infuriare in Libia – scrive Unhcr -, le operazioni di evacuazione rappresentano un’ancora di salvezza per i rifugiati più vulnerabili che si trovano nei centri di detenzione e in contesti urbani e che hanno un disperato bisogno di sicurezza e protezione».

«Le persone evacuate – prosegue Unhcr – provengono da Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan, e tra esse vi sono anche 52 minori non accompagnati. Il più piccolo è Yousef, un bimbo somalo di sette mesi nato in un centro di detenzione e in viaggio insieme ai genitori. La maggior parte dei rifugiati è stata a lungo trattenuta nei centri di detenzione in Libia, alcuni per oltre otto mesi».

Nei giorni scorsi, inoltre, ha fatto notizia l’accordo siglato dal Governo del Ruanda, l’Unhcr e l’Unione Africana per istituire un meccanismo di transito che consenta l’evacuazione dei rifugiati dalla Libia. Mentre alcuni potranno beneficiare del reinsediamento in paesi terzi, altri – scrive Repubblica – «riceveranno assistenza per tornare nel paese dove hanno precedentemente ricevuto asilo, oppure per fare ritorno nel proprio paese qualora le condizioni di sicurezza lo permettano». Un accordo che ha sollevato critiche tra i commentatori più attenti. Igiaba Scego, ad esempio, ha fatto notare che «il Rwanda ha già fatto questo con Israele. I migranti sono stati prelevati e portati in Rwanda, ma qui molti non hanno avuto uno status di soggiorno permanente. Anche perché il Rwanda smista i migranti attraverso rimpatri. Il rimpatrio in sé non è un male se sei stato in Libia. Ma un conto è un rimpatrio in Gambia e un altro se sei eritreo. Se sei eritreo e ti riportano in Eritrea è una tragedia. E che è successo la scorsa volta? Che gli eritrei, pur di sfuggire al rimpatrio, sono rientrati nella spirale dei trafficanti, attraverso il sud Sudan, il solito viaggio nel deserto e poi di nuovo in Libia. Insomma il girotondo».

In Libia, stando alle Nazioni Unite, almeno altre 3.600 persone si trovano in condizioni gravissime all’interno dei centri di detenzioni, mentre ad altre decine di migliaia di persone (a luglio si stimavano 50mila rifugiati e richiedenti asilo e 800mila migranti) è necessario garantire la tutela di diritti umani fondamentali.

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