La sicurezza sul lavoro e la dignità dei lavoratori

Giovanni Casaburi e Antonio Gigliotti hanno lasciato la propria terra d’origine per inseguire una vita dignitosa. Il racconto del lavoro che scarseggia e che, una volta raggiunto, va santificato e onorato permea la nostra quotidianità.

[vc_row][vc_column][vc_column_text][/vc_column_text][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text css=”.vc_custom_1491289750898{margin-top: 20px !important;}”][/vc_column_text][vc_column_text]Gio­van­ni Casa­bu­ri e Anto­nio Gigliot­ti han­no lascia­to la pro­pria ter­ra d’origine per inse­gui­re una vita digni­to­sa. Il rac­con­to del lavo­ro che scar­seg­gia e che, una vol­ta rag­giun­to, va san­ti­fi­ca­to e ono­ra­to per­mea la nostra quotidianità.

Dome­ni­ca 26 mar­zo, Gio­van­ni e Anto­nio, dopo un tur­no mas­sa­cran­te ter­mi­na­to a sera tar­da, si sono reca­ti sul posto di lavo­ro al mat­ti­no pre­sto. Una repe­ri­bi­li­tà rischio­sa: lavo­ra­re su stra­da richie­de una dose di fidu­cia supe­rio­re alla media. Ci si affi­da, da un lato, alla pru­den­za e al rispet­to del­le rego­le di chi gui­da, dall’altro, alla dili­gen­te osser­van­za del­le misu­re di sicu­rez­za da par­te di chi asse­gna ai lavo­ra­to­ri la man­sio­ne da svol­ge­re. Saba­to 25 mar­zo si è veri­fi­ca­to l’ennesimo inci­den­te sull’autostrada A10, una sini­stra con­sue­tu­di­ne per chi cono­sce bene quei posti. Un can­tie­re è sta­to alle­sti­to per rime­dia­re ai dan­ni soprag­giun­ti, ma da quel­la ripa­ra­zio­ne è deri­va­to il dan­no più grande.

Il bilan­cio è dif­fi­ci­le da igno­ra­re: due mor­ti e cin­que feri­ti. Gio­van­ni e Anto­nio han­no per­so la vita svol­gen­do quel lavo­ro che avreb­be dovu­to dare loro digni­tà. Sul con­du­cen­te del Tir pesa una accu­sa gra­vis­si­ma di omi­ci­dio plu­ri­mo. L’uomo dovrà dimo­stra­re di aver usa­to pru­den­za e di aver rispet­ta­to i limi­ti pre­vi­sti. Resta da capi­re se vi sia­no altre respon­sa­bi­li­tà; se i lavo­ra­to­ri abbia­no ben ripo­sto la pro­pria fidu­cia e se non sia­no sta­ti espo­sti a rischi trop­po gran­di. La rego­la­re segna­la­zio­ne del can­tie­re è una misu­ra suf­fi­cien­te? Chiu­de­re una sola car­reg­gia­ta anzi­ché due, in pre­vi­sio­ne del più inten­so traf­fi­co dome­ni­ca­le, è sta­ta una scel­ta inevitabile?

Tut­ti cono­scia­mo il dolo­re, ogni gior­no lo vivia­mo per­so­nal­men­te o ascol­tia­mo il dolo­re di qual­cun altro. Le per­di­te gene­ra­no assen­za, rim­pian­ti, nostal­gie. La per­di­ta così vio­len­ta di una per­so­na cara pro­cu­ra un sen­so di smar­ri­men­to tal­men­te pro­fon­do da non riu­sci­re a vede­re vie d’ usci­ta. La mor­te di due ope­rai sul posto di lavo­ro ci riguar­da tut­ti, riguar­da la nostra comu­ne esi­gen­za di rispet­to del­la sicu­rez­za e del­la digni­tà. La dif­fe­ren­za tra noi, fami­lia­ri, e il resto del­la socie­tà sta nel fat­to che tra le innu­me­re­vo­li mor­ti bian­che, dome­ni­ca, è com­par­sa anche quel­la di mio zio. Il silen­zio o il ripe­ter­si di que­ste tra­ge­die ci feri­rà non solo come cit­ta­di­ni, ma anche come per­so­ne che ama­no una del­le vit­ti­me incol­pe­vo­li di quell’elenco.

Micae­la Miglio­re[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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