Il disastro nell’India alle prese con la transizione energetica e il collasso del clima

L'India è da qualche anno il terzo consumatore di energia al mondo, dopo Cina e Stati Uniti, sviluppo economico e crescita della popolazione aumentano la fame di energia dell'Elefante indiano, la cui principale fonte per ottenerla resta il carbone (oltre il 60%) e continuerà ad avere un perso molto rilevante anche in futuro anche se questo non ha contribuito a ridurre la povertà energetica delle comunità rurali

Nel distret­to di Cha­mo­li nel­lo sta­to india­no del­l’Ut­ta­ra­khand, a cir­ca 500 km da New Delhi, un’on­da di fan­go e detri­ti ha cau­sa­to deci­ne di vit­ti­me, ma mol­ti di più anco­ra sono i disper­si (fra i qua­li i mol­ti ope­rai del­le cen­tra­li idroe­let­tri­che), risul­ta­to del­la rot­tu­ra e con­se­guen­te cadu­ta di una par­te di ghiac­cia­io hima­la­ya­no su uno dei tan­ti inva­si costrui­ti lun­go il fiu­me Dhau­li Gan­ga del com­ples­so idroe­let­tri­co Rishiganga.

Già nel 2013 que­sta zona fu col­pi­ta dal­lo ‘Tsu­na­mi del­l’­Hi­ma­la­ya’, una vio­len­ta allu­vio­ne cau­sa­ta dai mon­so­ni che por­tò via la vita a 6mila per­so­ne.

Nono­stan­te la nota fra­gi­li­tà del ter­ri­to­rio la costru­zio­ne di dighe e cen­tra­li idroe­let­tri­che è pro­se­gui­ta (l’on­da di fan­go ha col­pi­to duran­te il suo per­cor­so anche la diga in costru­zio­ne di Tapo­van Vish­nu­gad). L’Hi­ma­la­ya è una del­le zone del­la Ter­ra che sta sof­fren­do mag­gior­men­te i cam­bia­men­ti cli­ma­ti­ci, sia per quan­to riguar­da le tem­pe­ra­tu­re che per lo stress idri­co del Sub­con­ti­nen­te. I ghiac­ciai han­no per­so il 25% del­la loro super­fi­cie negli ulti­mi 40 anni e, negli ulti­mi ven­ti, la velo­ci­tà di scio­gli­men­to è raddoppiata.

L’In­dia è da qual­che anno il ter­zo con­su­ma­to­re di ener­gia al mon­do, dopo Cina e Sta­ti Uni­ti, svi­lup­po eco­no­mi­co e cre­sci­ta del­la popo­la­zio­ne aumen­ta­no la fame di ener­gia del­l’E­le­fan­te india­no, la cui prin­ci­pa­le fon­te per otte­ner­la resta il car­bo­ne (oltre il 60%) e con­ti­nue­rà ad ave­re un per­so mol­to rile­van­te anche in futu­ro anche se que­sto non ha con­tri­bui­to a ridur­re la pover­tà ener­ge­ti­ca del­le comu­ni­tà rura­li (rap­por­to “Beyond coal” pub­bli­ca­to da cen­tri di ricer­ca e orga­niz­za­zio­ni no-profit).

Il pia­no gover­na­ti­vo per la tran­si­zio­ne ener­ge­ti­ca (rap­por­to “Finan­cing India’s Clean Ener­gy Tran­si­tion” del BNEF) ha rac­col­to tre gran­di sfi­de: garan­ti­re l’ac­ces­so all’e­let­tri­ci­tà a 300 milio­ni di per­so­ne che anco­ra ne sono pri­ve, ridur­re l’in­qui­na­men­to e pro­dur­re più ener­gia. Il pia­no pre­ve­de­va l’au­men­to del 26% all’an­no del­la poten­za instal­la­ta pro­ve­nien­te da fon­ti rin­no­va­bi­li. Fra que­sti si è deci­so di pun­ta­re sul foto­vol­tai­co e le micro-reti loca­li per rag­giun­ge­re anche le zone rura­li e sull’idroelettrico.

Anche gra­zie pro­prio ai ghiac­ciai del­l’­Hi­ma­la­ya l’In­dia può con­ta­re su mol­ti gran­di fiu­mi e ha spin­to lo svi­lup­po di gra­di pro­get­ti idroe­let­tri­ci: solo nel­lo sta­to del­l’Ut­ta­ra­khand ci sono 550 dighe e cen­tra­li idroe­let­tri­che, con altre 152 gran­di dighe in fase di pro­get­ta­zio­ne, nel­l’a­rea col­pi­ta ieri ci sono 58 dighe lun­go il fiu­me Dhau­li Gan­ga e i suoi affluen­ti. Da anni grup­pi di ambien­ta­li­sti loca­li pro­te­sta­no per­ché la costru­zio­ne di tut­te que­ste dighe ha desta­bi­liz­za­to il già fra­gi­le eco­si­ste­ma del­la regio­ne.

Dal­l’in­di­pen­den­za dagli ingle­si ad oggi, in India, secon­do il South Asia Net­work on Dams, Rivers and Peo­ple, sono sta­ti costrui­ti oltre 5mila impian­ti, che han­no cau­sa­to lo sfol­la­men­to di una popo­la­zio­ne sti­ma­ta tra 25 e 60 milio­ni di persone.

Due ter­zi dei ghiac­ciai india­ni si saran­no sciol­ti entro il 2100 (fon­te: PRS India) per cui anche la capa­ci­tà di pro­dur­re ener­gia elet­tri­ca dal­l’ac­qua sarà desti­na­ta a ridur­si note­vol­men­te. Tut­to ciò non ha impe­di­to la costru­zio­ne del­la cen­tra­le di Dibang, nel­lo Sta­to di Aru­na­chal Pra­desh, costa­ta cir­ca 3,5 miliar­di di euro, con una capa­ci­tà di 2880 MW, che ha avu­to un impat­to ambien­ta­le con­si­de­re­vo­le (per la sua rea­liz­za­zio­ne sono sta­ti tol­ti di mez­zo più di 300mila alberi).

Secon­do il South Asia Net­work on Dams, Rivers and Peo­ple il 90% degli impian­ti idroe­let­tri­ci ope­ra­ti­vi in India non pro­du­ce i livel­li d’energia pro­mes­si in fase di rea­liz­za­zio­ne. Negli ulti­mi 20 anni, la dimen­sio­ne del set­to­re idroe­let­tri­co india­no è cre­sciu­ta a un rit­mo medio del 4,35% all’anno. Nel­lo stes­so perio­do però il tas­so di ren­di­men­to è crol­la­to di un quar­to. Gli impian­ti riman­go­no spes­so fer­mi sia nel­la sta­gio­ne mon­so­ni­ca, per l’accumulo di sedi­men­ti, sia in quel­la sec­ca, a cau­sa del­lo scar­so flus­so d’acqua. Le gran­di distan­ze che inter­cor­ro­no tra i cen­tri di pro­du­zio­ne sull’Himalaya e i luo­ghi di con­su­mo (le mega­lo­po­li del­la gran­de pia­nu­ra india­na) fan­no si che gran par­te dell’energia pro­dot­ta si disper­da lun­go le linee di trasmissione.

Visti que­sti nume­ri impie­to­si si può affer­ma­re che se gli stu­di d’impatto ambien­ta­le e il loro moni­to­rag­gio fos­se­ro affi­da­ti ad orga­niz­za­zio­ni indi­pen­den­ti, le ester­na­li­tà socia­li baste­reb­be­ro a sco­rag­gia­re ogni nuo­vo progetto.
Secon­do i poli­ti­ci india­ni il gio­va­ne Sta­to dell’Uttarakhand era desti­na­to a tra­sfor­mar­si nell’Urja Pra­desh, lo “Sta­to dell’energia”. In una regio­ne affet­ta da una disoc­cu­pa­zio­ne dram­ma­ti­ca, le fal­se pro­mes­se del­la poli­ti­ca han­no avu­to gio­co faci­le (lpri­ma fra tut­te la pro­mes­sa di garan­ti­re il 70% degli impie­ghi gene­ra­ti dagli impian­ti idroe­let­tri­ci alla popo­la­zio­ne loca­le). Dei 30mila abi­tan­ti del­la val­le appe­na 200 han­no otte­nu­to un impie­go nel­le com­pa­gnie idroe­let­tri­che men­tre cam­pi e pasco­li sono spa­ri­ti per sempre.

Lo stress idri­co che ha col­pi­to tut­ta l’a­rea a sud del­l’­Hi­ma­la­ya lo scor­so anno, anche a cau­sa dei degli impian­ti idroe­let­tri­ci, ha visto ina­sprir­si i rap­por­ti col Bhu­tan e il Ban­gla­desh, che sono a mon­te e a val­le dei gran­di fiu­mi india­ni, inclu­so il già acce­so fron­te col Paki­stan, sul­la gestio­ne di una risor­sa comu­ne quan­to pre­zio­sa come l’ac­qua che si tro­va­no a con­di­vi­de­re, tan­to da arri­va­re a schie­ra­re dei sol­da­ti sui ghiac­ciai a fare la guar­dia. L’e­sem­pio del­l’In­dia sia un rife­ri­men­to per tut­ti quel­li che saran­no chia­ma­ti a pia­ni­fi­ca­re e svi­lup­pa­re la tran­si­zio­ne ener­ge­ti­ca del pros­si­mi decen­ni: non basta vira­re ver­so le fon­ti rin­no­va­bi­li, biso­gna abbi­na­re la soste­ni­bi­li­tà ambien­ta­le e tene­re con­to degli ine­vi­ta­bi­li muta­men­ti che il cli­ma ci riser­ve­rà e ci sta riser­van­do. Fare la scel­ta giu­sta sen­za inse­rir­la in un pia­no di lun­go respi­ro potreb­be non solo non basta­re ma inclu­so cau­sa­re un ulte­rio­re danno.

AIUTACI a scrivere altri articoli come quello che hai appena letto con una donazione e con il 2x1000 nella dichiarazione dei redditi aggiungendo il codice S36 nell'apposito riquadro dedicato ai partiti politici.

Se ancora non la ricevi, puoi registrarti alla nostra newsletter.
Partecipa anche tu!

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Il salario. Minimo, indispensabile. Una proposta di legge possibile.

Già nel 2018 Pos­si­bi­le ha pre­sen­ta­to una pro­po­sta di leg­ge sul sala­rio mini­mo. In quel­la pro­po­sta, l’introduzione di un sala­rio mini­mo lega­le, che rico­no­sces­se ai mini­mi tabel­la­ri un valo­re lega­le erga omnes quan­do que­sti fos­se­ro al di sopra del­la soglia sta­bi­li­ta, for­ni­va una inno­va­ti­va inter­pre­ta­zio­ne del­lo stru­men­to, sino a quel tem­po bloc­ca­to dal timo­re di ero­de­re pote­re con­trat­tua­le ai sin­da­ca­ti. Il testo del 2018 è sta­to riscrit­to e miglio­ra­to in alcu­ni dispo­si­ti­vi ed è pron­to per diven­ta­re una pro­po­sta di leg­ge di ini­zia­ti­va popolare.

500.000 firme per la cannabis: la politica si è piantata? Noi siamo per piantarla e mobilitarci.

500.000 fir­me per toglie­re risor­se e giro d’affari alle mafie, per garan­ti­re la qua­li­tà e la sicu­rez­za di cosa vie­ne ven­du­to e con­su­ma­to, per met­te­re la paro­la fine a una cri­mi­na­liz­za­zio­ne e a un proi­bi­zio­ni­smo che non han­no por­ta­to a nes­sun risul­ta­to. La can­na­bis non è una que­stio­ne secon­da­ria o risi­bi­le, ma un tema serio che riguar­da milio­ni di italiani.

Possibile per il Referendum sulla Cannabis

La can­na­bis riguar­da 5 milio­ni di con­su­ma­to­ri, secon­do alcu­ni addi­rit­tu­ra 6, mol­ti dei qua­li sono con­su­ma­to­ri di lun­go cor­so che ne fan­no un uso mol­to con­sa­pe­vo­le, non peri­co­lo­so per la società.
Pre­pa­ra­te lo SPID! Sarà una cam­pa­gna bre­vis­si­ma, dif­fi­ci­le, per cui ser­vi­rà tut­to il vostro aiu­to. Ma si può fare. Ed è giu­sto provarci.

Corridoi umanitari per chi fugge dall’Afghanistan, senza perdere tempo o fare propaganda

La prio­ri­tà deve esse­re met­te­re al sicu­ro le per­so­ne e non può esse­re mes­sa in discus­sio­ne da rim­pal­li tra pae­si euro­pei. Il dirit­to d’asilo è un dirit­to che in nes­sun caso può esse­re sot­to­po­sto a “vin­co­li quan­ti­ta­ti­vi”. Ser­vo­no cor­ri­doi uma­ni­ta­ri, e cioè vie d’accesso sicu­re, lega­li, tra­spa­ren­ti attra­ver­so cui eva­cua­re più per­so­ne possibili. 

Vertice Italia-Africa: a chi serve?

Lune­dì 29 gen­na­io si è tenu­to a Roma, nell’aula del Sena­to, il ver­ti­ce “Ita­lia-Afri­ca. Un pon­te per una cre­sci­ta comu­ne”, per la pri­ma vol­ta “ele­va­to a ran­go di Ver­ti­ce di Capi di Sta­to e di Gover­no” come ha sot­to­li­nea­to Melo­ni. A chi e a cosa è servito?

In Sardegna il 25 febbraio scegli Alleanza Verdi Sinistra e Possibile

L’Al­lean­za Ver­di Sini­stra, che uni­sce Pos­si­bi­le, Euro­pa Ver­de — Ver­di, Sini­stra Ita­lia­na e Sini­stra sar­da ha scel­to di far par­te del­la coa­li­zio­ne del cen­tro­si­ni­stra che sostie­ne Ales­san­dra Tod­de: insie­me, nei mesi scor­si, ci sia­mo incon­tra­ti e incon­tra­te per met­te­re a pun­to un’i­dea di gover­no che non mira solo a bat­te­re le destre, ma vuol dare una rispo­sta alla nostra Isola.