E quindi se ti licenziano perché sei gay va bene così?

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Scu­sa­te, for­se ci sia­mo fat­ti pren­de­re dai tec­ni­ci­smi. Per­ché vede­te, da una par­te abbia­mo il mago del­la disin­ter­me­dia­zio­ne, che si fa i sel­fie con Justin Bie­ber e che ha mes­so sul­la poli­ti­ca la sua per­so­na­le ver­sio­ne di “paro­la di Fran­ce­sco Ama­do­ri” (si trat­ta solo di capi­re chi è il pol­lo, quin­di). Dal­l’al­tra abbia­mo dei seri giu­sla­vo­ri­sti: benin­ten­zio­na­ti, ma già solo la paro­la, gius-la-vo e mol­ta gen­te a quel pun­to ha già cam­bia­to cana­le.

Allo­ra ripro­via­mo­ci, fac­cia­mo­la più sem­pli­ce, per­ché non può esse­re che obie­zio­ni alla posi­zio­ne di chi i dirit­ti li vuo­le con­ser­va­re ed esten­de­re ven­ga­no pro­prio da chi quei dirit­ti non li ha — e chi scri­ve entra in pie­no nel­la cate­go­ria, per capir­ci. Ora, lascia­te da par­te la pole­mi­ca su un arti­co­lo che non ave­te let­to, non si appli­ca al vostro lavo­ro, e rite­ne­te ideo­lo­gi­ca, rispon­de­te a una sem­pli­ce doman­da: veni­te licen­zia­ti per­ché sie­te gay, è una cosa giu­sta o no?
Mol­to sem­pli­ce.
Il vostro dato­re di lavo­ro ha visto sul vostro pro­fi­lo Face­book una foto in cui bacia­te il/la vostro/a compagno/a, e insom­ma, lui vi odia per que­sto. E in con­di­zio­ni nor­ma­li dovreb­be ave­re una “giu­sta cau­sa” per cac­ciar­vi. Tipo che sie­te assen­ti ingiu­sti­fi­ca­ti, o che ave­te dan­neg­gia­to l’a­zien­da. Ma sic­co­me non c’è più una leg­ge che lo costrin­ga a tro­va­re la giu­sta cau­sa, sem­pli­ce­men­te una mat­ti­na arri­va­te e tro­va­te una let­te­ra di licen­zia­men­to sul­la scri­va­nia. Pun­to.

Ini­zia a sem­bra­re un po’ meno ideo­lo­gi­ca, così? Maga­ri non sie­te gay, eh. Maga­ri sie­te don­ne e vi sie­te appe­na spo­sa­te: non sia mai che vi ven­ga lo sghi­ri­biz­zo di resta­re incin­te, meglio pre­ve­ni­re che cura­re. Oppu­re, anco­ra, maga­ri sul quel pro­fi­lo Face­book il dato­re di lavo­ro ha visto una foto che ave­te fat­to a un con­cer­to di un can­tan­te di sini­stra, e ha con­clu­so che lo sie­te pure voi, brut­te zec­che comu­ni­ste che non sie­te altro. O maga­ri sie­te iscrit­ti a un sin­da­ca­to (bin­go!). O sem­pli­ce­men­te gli sta­te sul­le bal­le: e tan­to basta. E non fac­cio l’e­sem­pio del colo­re del­la pel­le solo per­ché mol­ti impren­di­to­ri han­no sugli immi­gra­ti un’in­so­li­ta aper­tu­ra men­ta­le, ovvia­men­te quan­do li pos­so­no sfrut­ta­re come bestie.

Che dite, va bene così? E’ un mon­do desi­de­ra­bi­le, oppu­re ini­zia a sem­bra­re una que­stio­ne un po’ meno ideo­lo­gi­ca? Lascia­mo lì la doman­da, anche a dispo­si­zio­ne, ches­sò, dei diri­gen­ti gay del Pd che sono entu­sia­sti alla pro­spet­ti­va.
Poi c’è l’o­bie­zio­ne: ma noi que­sti dirit­ti non li abbia­mo mai cono­sciu­ti, che cam­bia per noi? Andia­mo avan­ti.
Mol­to tri­ste.

Tri­sti, ras­se­gna­ti: ci han­no inse­gna­to che per lavo­ra­re dob­bia­mo adat­tar­ci a qual­sia­si con­di­zio­ne, per­ché c’è la cri­si, c’è sem­pre la cri­si, e non solo la dob­bia­mo paga­re noi, ma dob­bia­mo anzi esser gra­ti se e quan­do dopo­tut­to un qual­che lavo­ro ce l’ab­bia­mo. E la cri­si c’è dav­ve­ro, inten­dia­mo­ci, e for­se dav­ve­ro la sto­ria va come un pen­do­lo, per cui ci sono perio­di di con­tra­zio­ne in cui arri­va una come la That­cher che leva tut­ti i dirit­ti, poi si lot­ta e si ripar­te con le con­qui­ste. Solo, ecco, mi sfug­ge per­ché in que­sto pro­ces­so sto­ri­co dovrem­mo esse­re noi a inter­pre­ta­re la That­cher e non que­gli altri. Chie­do.

Come se ne esce? Tut­ti si sciac­qua­no la boc­ca con il con­trat­to uni­co a tute­le cre­scen­ti. Bene, pare bana­le ma va riba­di­to: è uni­co se è uni­co. Signi­fi­ca che me lo fai, ed entro un perio­do ragio­ne­vo­le (tre anni) o mi assu­mi o ci salu­tia­mo. E ci salu­tia­mo, non è che me ne puoi fare uno sce­glien­do­lo tra i 46 attual­men­te in vigo­re. Altri­men­ti non è più uni­co, lo dice la paro­la stes­sa.
A tute­le cre­scen­ti: per esem­pio, dopo un anno ho dirit­to a una pic­co­la liqui­da­zio­ne, dopo due ho la mater­ni­tà, dopo tre ho tut­ti i dirit­ti che han­no gli altri. Se dopo tre anni sono pre­ca­rio quan­to pri­ma e pos­so veni­re sbat­tu­to a casa a cal­ci nel sede­re le “tute­le” non sono “cre­sciu­te”: non è nem­me­no dirit­to del lavo­ro, è seman­ti­ca.

Si può fare, e si può fare domat­ti­na.

E ades­so scu­sa­te­mi, vado a rive­der­mi Phi­la­del­phia. Se non lo cono­sce­te, ve lo con­si­glio. E’ un film con Tom Hanks in cui un avvo­ca­to di gri­do vie­ne licen­zia­to, e lui sospet­ta di esser sta­to cac­cia­to in quan­to mala­to di Aids. Fa cau­sa ai suoi dato­ri di lavo­ro e, guar­da­te un po’, la vin­ce. Per­ché nean­che nel pae­se più libe­ri­sta del mon­do puoi discri­mi­na­re le per­so­ne in base a cre­do, etnia, ses­so, ecce­te­ra. Con tut­to che ovvia­men­te è un film, che Tom Hanks acce­de a mez­zi pro­ba­bil­men­te più sofi­sti­ca­ti di un ragaz­zo che frig­ge pata­te in un fast food (e que­sto sareb­be il pun­to, per inci­so), in Ita­lia, se que­sto jobs act andrà avan­ti sen­za cor­re­zio­ni, il dato­re di lavo­ro del­la ver­sio­ne ita­lia­na di Tom potrà sem­pli­ce­men­te dire: pote­vo cac­ciar­lo e l’ho fat­to, che vole­te da me?
Non si può vive­re nel­la fic­tion, ma anche ras­se­gnar­si a vive­re in un mon­do così non mi sem­bra bel­lo. Di cer­to non è per que­sto che fac­cia­mo poli­ti­ca.

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