Davvero ci vuole un tribunale per riconoscere una bufala?

Il dibattito di queste ultime ore sul tema delle “fake news” ha raggiunto livelli davvero surreali.

Ricordo brevemente che siamo partiti da un’intervista al Foglio del ministro Orlando il quale indicava i social network, ed in particolare Facebook, come veri e propri veicolatori di notizie, e quindi anche di bufale, con la necessità di un controllo e della trasformazione di Facebook in un vero e proprio editore.

Rincarava la dose il presidente dell’antitrust Pitruzzella, invocando la creazione di una ulteriore Authority che, non si sa bene con quali criteri, combattesse la famigerata post-verità delle bufale online.
A questo punto entrava in campo Beppe Grillo, come sempre a gamba tesa, attaccando le bufale delle testate giornalistiche e televisive ed ipotizzando una giuria popolare che le smascherasse obbligando i direttori a chiedere umilmente scusa.

il “dibattito” diventava incandescente assumendo i soliti toni da tifo calcistico.

Rispondeva Enrico Mentana, il quale, vedendo il logo del proprio telegiornale, minacciava di querelare Grillo (querela che non aveva a mio modesto avviso alcun presupposto sostanziale) per poi “ritirare” il tutto dopo una precisazione sul blog del comico.

In realtà va detto che il vero peccato di Grillo casomai era il plagio.

Il 12 dicembre del 2015, durante la Leopolda, era stato per primo il renzismo a formare una giuria di qualità con la platea invitata a votare i peggiori titoli di giornale antigovernativi (per la cronaca, stravinceva il Fatto Quotidiano). E questo senza che nessuno si inalberasse a difesa del giornalismo minacciando querele.

Ora, appare evidente che non esiste alcuna necessità di tribunali, delle élite o del popolo, per capire che una pagina che si chiama Corriere della Pera sta veicolando notizie false. Lo può fare da solo l’utente.

Il problema è a monte, in una classe politica che non si capacita delle risposte dell’elettorato (ad esempio nel referendum costituzionale dove il governo e il PD hanno veicolato i contenuti più populisti in assoluto e dalla dubbia veridicità) e cerca colpevoli altrove per non ammettere le proprie mancanze, e in un’onda di opposizione che non ha classe politica a guidarla e che gioca solo ed esclusivamente per distruggere il sistema.

Culturalmente, a proposito di Giornalismo con la G maiuscola, posso solo consigliare di leggere Valigia Blu, che sta seguendo con attenzione il dibattito, e magari Arianna Ciccone e Fabio Chiusi.

Politicamente, invece, siamo di fronte a un nuovo bipolarismo, quello fra chi ti accusa di essere “grillino” se non stigmatizzi la sua proposta oppure di essere “piddino” se non ti opponi alle idee di Orlando.

Conta solo essere contro le proposte oscene degli altri, dimenticando le proprie, altrettanto oscene.

Intanto negli Stati Uniti, notizia di oggi, pare che Mark Zuckerberg, notoriamente il patron di Facebook, stia progettando un tour capillare per capire i motivi della vittoria di Trump, che potrebbe anticipare un suo personale impegno politico, così sconvolgendo definitivamente le certezze del nostro ministro Orlando.

Il social media che scende in campo direttamente confermerebbe che la situazione è un pochino più complessa di quel che ci vorrebbero far credere e non è affatto una buona notizia per la politica, a meno che non ci si fermi a valutare se Zuckerberg sia meglio di Trump o viceversa senza alcun approfondimento ulteriore.

Ecco, noi di Possibile invece pensiamo che la politica sia altro, che si qualifichi dalle proposte positive, che sia necessario impegnarsi, e tanto, per cambiare le cose perché i populismi grillini e renziani sono speculari, due facce della stessa medaglia, quella di chi gioca a delegittimare l’avversario per essere votato solo perché l’altro è peggio.

Se siete d’accordo con noi, dateci una mano per cambiare insieme le regole di questo gioco al massacro.

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