Il curriculum della ministra è solo l’ultimo dei problemi

Non dico che non ci sia un problema di sfiducia in una classe dirigente che si dimostra spesso e volentieri inadeguata e non nego che soprattutto i giovani, sballottati tra master post laurea e stage senza fine, si chiedano con sempre maggior insistenza se abbia mai avuto senso la parola meritocrazia.

Eppure non è criticando il curriculum della ministra dell’Istruzione che riusciremo a salvaguardare e ad innovare la scuola pubblica, che costituisce il più importante laboratorio di uguaglianza sociale che abbiamo a disposizione, nonché uno dei mezzi più potenti di attuazione dell’articolo 3 della Costituzione. Discutiamo piuttosto di come su molti punti la legge 107 del 2015 (cosiddetta “Buona scuola”) vada nella direzione sbagliata, ossia la stessa degli ultimi due decenni.

Parliamo dell’allargamento del solco tra scuole di serie A e di serie minori favorito, direi incoraggiato dallo School Bonus, il credito d’imposta pari al 65% per le singole donazioni private indirizzate a qualunque istituto fino a un massimo di 100.000 €. Indovinate chi ne beneficerà? Anche la chiamata diretta dei docenti con conferimento di incarichi triennali, oltre a minare la libertà di insegnamento, contribuisce a scavare il fossato attorno alle scuole d’élite e non risolve affatto il problema dei professori cosiddetti fannulloni, che verranno anzi dirottati verso istituti malconci.

Parliamo dei fondi per il sostegno alle scuole paritarie, raddoppiati dal 2014 ad oggi.

Parliamo delle tre “I” di berlusconiana memoria: ve le ricordate?

Impresa. L’obbligo di 200 ore di alternanza scuola-lavoro nel triennio dei licei certifica l’abbandono di un progetto culturale: l’acquisizione di soft skills da Mc Donald’s ha la stessa valenza educativa dello studio della storia dell’arte o della fisica (parliamo del medesimo monte ore complessivo, ad esempio al classico o al linguistico). Non solo, perché questa alternanza è tutt’altro che senza oneri per le famiglie: chi ha i soldi segue percorsi di studio all’estero, paga gli esperti per fare l’archeologo, lo speleologo, il biologo o va a seguire l’amico o l’amica di famiglia primario, architetto, avvocato. Gli altri, se va bene, da Zara (con trasferimenti milionari di risorse pubbliche a multinazionali), altrimenti a scaricare olio o a lavorare in parrocchia. Dulcis in fundo, la scuola ha l’obbligo di fornire corsi di primo soccorso e sulla sicurezza sul posto di lavoro. Ma sì, meglio, altro che quelle solite conferenze pacco sull’Apologia di Socrate o sull’astronomia babilonese!

Inglese. Il CLIL, ossia circa metà delle ore di una materia insegnate in lingua straniera, è un grandissimo slogan, niente di più: nella maggior parte dei casi crea solo confusione e porta ad un approccio forzatamente superficiale ai contenuti. Ve li immaginate i ragazzi che discutono di Hegel in inglese? Suona ridicolo, ma succede, l’importante è essere smart.

Internet. Ci si riempie la bocca a proposito di competenze digitali, ma il tablet o la LIM non sono mezzi validi in sé: messi nelle mani di uno studente senza adeguati strumenti culturali possono fare danni e non migliorano certo le prestazioni di un insegnante scarso.

Parliamo delle indicazioni nazionali, sempre più infarcite di nozioni per mostrare che si sta al passo con la modernità. Ma a cosa serve correre? Bisogna andare piano, approfondire e ragionare con calma: ci vuole tempo per padroneggiare sul serio uno strumento matematico o una legge fisica, ad esempio. Come docente ho il compito di stimolare la formazione di un metodo di studio, di un approccio logico-matematico ai problemi, di uno spirito critico e di una capacità di analisi della realtà. Per memorizzare formule basta qualche slide pescata online.

I soldi per la scuola pubblica vanno trovati, perché si tratta di investire nel nostro futuro. Quanti ne abbiamo spesi per la decontribuzione? E a quanti rinunciamo ogni anno per l’abolizione dell’IMU? Altro che organico per il potenziamento, queste son robe buone per la propaganda spicciola.

Una vera riforma dovrebbe impiegare nuovi docenti per tagliare semplicemente il numero di studenti per classe: è impossibile seguire adeguatamente 30 ragazzi. E per inserire giovani insegnanti si potrebbero ridurre le ore di lezione dei colleghi più anziani, che a 65 anni fanno fatica, dirottandoli su programmi di formazione e valutazione. Perché come professionista voglio essere formato e valutato, ma in modo serio e da persone competenti. Non ho alcuna intenzione di sottrarmi: tutto ciò che mi mette in condizione di fare meglio il mio mestiere è ben accetto.

La scuola è aperta a tutti. […] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. (Art. 34 della Costituzione)
Parliamo di politiche, non di ministre.

Giacomo Negri

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