Come un orto può cambiare l’economia (e la vita delle persone)

«Il cam­bia­men­to del­le impe­ran­ti for­me eco­no­mi­che può par­ti­re solo dal­le sin­go­le per­so­ne. Gli orti dan­no un con­tri­bu­to impor­tan­te in que­sto sen­so e ripor­ta­no le per­so­ne a con­tat­to con la natu­ra di cui sen­to­no un gran­de biso­gno». Con que­ste paro­le Espe­ran­za Mar­ti­nez ha illu­stra­to un dirit­to che può sem­bra­re pic­co­lo e inu­ti­le, ma che in real­tà ha enor­mi poten­zia­li­tà di cam­bia­men­to del­l’e­co­no­mia e del­la socie­tà, oltre che rica­du­te posi­ti­ve a livel­lo ambien­ta­le.

«L’or­to come dirit­to uma­no fon­da­men­ta­le» è una pro­po­sta che è sta­ta pre­sen­ta­ta pochi gior­ni fa pres­so l’E­coi­sti­tu­to di Bol­za­no. Bri­git­te Fop­pa, con­si­glie­ra del grup­po Ver­de del­la pro­vin­cia auto­no­ma di Bol­za­no, ha illu­stra­to la peti­zio­ne pre­sen­te sul­la piat­ta­for­ma Avaaz: «La peti­zio­ne si rivol­ge alle Nazio­ni Uni­te e chie­de di inse­ri­re il dirit­to all’orto (a col­ti­va­re un orto) nel Pat­to inter­na­zio­na­le sui dirit­ti eco­no­mi­ci, socia­li e cul­tu­ra­li (1966), dove si tro­ve­reb­be in com­pa­gnia di dirit­ti come quel­lo al recla­mo, alla liber­tà pro­fes­sio­na­le, all’orientamento pro­fes­sio­na­le, all’educazione supe­rio­re gra­tui­ta o al dirit­to d’autore». L’o­biet­ti­vo è fare pres­sio­ne affin­ché gli Sta­ti si fac­cia­no por­ta­vo­ce di que­sta richie­sta pres­so le Nazio­ni Uni­te. «La peti­zio­ne — ha pro­se­gui­to Fop­pa — ha come sfon­do la sal­va­guar­dia del cli­ma: il più gran­de magaz­zi­no di CO₂ non è né la fore­sta, né l’oceano, ma il suo­lo. 100m² di suo­lo con 1% di humus pos­so­no imma­gaz­zi­na­re un’in­te­ra ton­nel­la­ta di CO₂».

Le poten­zia­li rica­du­te riguar­da­no anche la sicu­rez­za ali­men­ta­re, come illu­stra­to da Arno Teu­tsch: «Il rap­por­to glo­ba­le sull’agricoltura espri­me chia­ra­men­te che il soste­gno alle pic­co­le azien­de con­ta­di­ne è la via mae­stra per garan­ti­re la sicu­rez­za ali­men­ta­re. In tem­pi di land grab­bing e gran­di pian­ta­gio­ni un orto è spes­so l’u­ni­ca fon­te di soprav­vi­ven­za, soprat­tut­to in Pae­si poveri».

Infi­ne, le ester­na­li­tà nega­ti­ve del siste­ma ali­men­ta­re glo­ba­le, così come pen­sa­to oggi, sono sot­to gli occhi di tut­ti: «frut­ta e ver­du­ra ven­go­no spes­so tra­spor­ta­ti da una par­te all’altra del glo­bo — ha dichia­ra­to Ire­ne Senf­ter, diret­tri­ce dell‘Ecoistituto — con con­se­guen­ze fata­li: uso di car­bu­ran­ti, inqui­na­men­to ambien­ta­le, rumo­re, uso di ener­gia per la refri­ge­ra­zio­ne e di con­se­guen­za di nuo­vo riscal­da­men­to del­la Ter­ra. Col­ti­va­re un orto signi­fi­ca auto-approv­vi­gio­na­men­to, per­lo­me­no par­zia­le – con­tro un‘agricoltura spes­so indu­stria­liz­za­ta e intensiva».

La pro­po­sta ha già tro­va­to nume­ro­si soste­ni­to­ri, tra i qua­li Van­da­na Shi­va, Espe­ran­za Mar­tí­nez, Car­lo Petri­ni (Slow Food), Luca Mer­cal­li (Socie­tà meteo­ro­lo­gi­ca ita­lia­na), l’autrice Ute Scheub, l’Arche Noah, i sin­da­ci di Mera­no e Tübin­gen, Paul Rösch e Boris Pal­mer a depu­ta­ti come Pip­po Civa­ti, Lui­sa Gnec­chi e Flo­rian Kron­bi­chler. Anche asso­cia­zio­ni e movi­men­ti ambien­ta­li­sti come l’Ecoistituto, il Dach­ver­band für Natur- und Umwel­tschu­tz, il comi­ta­to pro­mo­to­re di Mal­les, Hol­la­wint e Don­ne Nis­sà han­no subi­to abbrac­cia­to l’iniziativa.

PERCHE’ UN ORTO

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