Cittadinanza, migrazioni e asilo: una storia già vista con un finale scontato

Lo ius culturae torna nel cassetto nel quale era stato chiuso. Dello ius soli non parliamone nemmeno. La riforma della Bossi-Fini continua a essere un argomento tabù, mentre torna di moda la dottrina Minniti. Una storia già vista. Alla fine, vince Salvini. 
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Da alcuni giorni, nel nostro Paese, si è riaperto il dibattito sullo ius culturae, riaccendendo una flebile speranza in chi, negli scorsi anni, si è battuto per una riforma della cittadinanza che prevedesse non solo lo ius culturae, ma anche lo ius soli. Le aspettative create durante la scorsa legislatura sono state ampiamente deluse, grazie anche a una finta calendarizzazione che ha evitato che al Senato si discutesse la proposta di riforma già approvata dalla Camera.

La differenza tra i due istituti consiste nel fatto che lo ius soli prevede il riconoscimento della cittadinanza dalla nascita (seppur con alcuni limiti, molto spesso riferiti alla condizione di residenza dei genitori), mentre lo ius culturae condiziona il riconoscimento della cittadinanza all’aver portato a termine un percorso di studi.

Se ne torna a parlare perché domani, 3 ottobre, riprenderà in commissione Affari costituzionali della Camera la discussone sulla proposta di legge firmata da Laura Boldrini sullo ius soli. Alla stessa commissione è stata assegnata una seconda proposta di legge, presentata da Renata Polverini, deputata di Forza Italia, che prevede invece lo ius culturae, e cioè che «Lo straniero nato in Italia, che abbia completato il corso di istruzione primaria secondo la disciplina vigente, risiedendovi legalmente fino a tale data» divenga cittadino italiano.

A seguito di una – a dir la verità, poco convincente – apertura iniziale, Luigi Di Maio così come alcuni esponenti del Partito Democratico, hanno fatto capire che lo ius culturae «non è una priorità». «Ora non sarebbe compreso», gli ha fatto eco la sottosegretaria Morani (Pd).

Non-priorità già viste, parole già sentite. Così come quelle pronunciate ieri dalla ministra Lamorgese che, dopo aver precisato che lei «studia i dossier», ha esplicitato quale sarà il suo approccio alle politiche migratorie e dell’asilo, e cioè che condivide «completamente la linea di Marco Minniti. Aveva una visione globale perché affrontare l’immigrazione non significa solo redistribuzione». In altre parole, bisogna bloccare le partenze e limitare i cosiddetti “fattori di attrazione”, intervenendo sull’operato delle Ong (che numerosi dossier hanno dimostrato non essere fattore di attrazione) con «delle regole. Bisogna ripartire dal Codice delle Ong proposto dal ministro Minniti».

Lo ius culturae torna nel cassetto nel quale era stato chiuso. Dello ius soli non parliamone nemmeno. La riforma della Bossi-Fini continua a essere un argomento tabù, mentre torna di moda la dottrina Minniti. Una storia già vista. Alla fine, vince Salvini.

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