giovani

La parola che la mia generazione, quella nata a cavallo fra gli anni '80 e i primi '90, si aspetta è “scusa”. Una parola semplice: “scusa”, perché siamo e siete la prima generazione, dopo quella dei vostri nonni, che è costretta a emigrare in massa, anche se ha studiato e si è laureata.
Ginevra Pazienza, pseudonimo di una giovane precaria, scrive a Possibile per raccontare la sua storia di precarietà e sfruttamento, e le ragioni per cui lascerà ancora il nostro paese.
Esiste in tutto il Paese ed in particolare al Sud e nelle Isole un fortissimo malessere sociale, una rabbia nel sentirsi abbandonati da una politica tutta occupata a guardarsi l’ombelico, incapace di dare risposte alle diseguaglianze crescenti e prodiga di slogan e bonus che non risolvono nulla. Se la politica sarà capace di fare questo, forse la finiremo di dover etichettare come populismo ogni malessere, come protesta ogni richiesta di ascolto.
Se ho 40 anni e due figli e sono ricercatrice precaria da oltre dieci anni, ehm, sono giovane? Ma se si considera solo la mia produzione scientifica da ricercatrice senza alcun legame con la mia vita privata, con quali criteri vengo definita giovane?