Sulla scia di Minniti, una grottesca ricerca del consenso di Serracchiani

Apparentemente moderata, in realtà la narrazione politica di Serracchiani mima il discorso della destra, sposandone temi e le espressioni. La fa propria e segna un cambiamento culturale e politico, ormai comune alle socialdemocrazie europee in crisi.
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E’ assolutamente necessario porre un argine a un flusso incontrollato di migranti che pesa sulle città della nostra regione. Naturalmente nel rispetto delle leggi e dei diritti ma va fatto.

E’ quanto dichiarato da Debora Serracchiani, Presidente del Friuli Venezia Giulia, nonché vicesegretario del Partito Democratico, a margine di un incontro sull’Europa con gli studenti di un Istituto scolastico della regione.  Parole che, nonostante la cornice istituzionale all’interno della quale sono state pronunciate, nella sostanza ricordano la retorica leghista. Parole che solleticando i timori diffusi nella cittadinanza, sono in cerca di facile consenso. Ancora una volta sulle vite dei rifugiati.

Non è la prima volta che Serracchiani fa propria la narrazione muscolare della destra. Come raccontato da Stefano Catone, Serracchiani si disse, nel dicembre 2016, preoccupata dal delinearsi di “un clima di allarme sociale legato al susseguirsi di fatti di cronaca che vedono troppo spesso al centro cittadini di origine straniera”, che rendono “sempre più diffuso un sentimento di paura e incertezza”. E, per concludere, auspicò la necessità “di porre allo studio, ove possibile e contemplato, l’avvio di rimpatri, che potrebbero avere un significato simbolico e deterrente soprattutto nei confronti degli elementi meno integrati”.

Apparentemente moderata, in realtà la narrazione politica di Serracchiani mima il discorso della destra, sposandone temi e le espressioni. La fa propria e segna un cambiamento culturale e politico, ormai comune alle socialdemocrazie europee in crisi. Nella vicina Austria è il governo socialdemocratico a sostenere la linea dura sull’accoglienza dei rifugiati.

E questa deriva discorsiva si accompagna ad una “deriva dei fatti”. I decreti Minniti e Minniti-Orlando rappresentano plasticamente l’abiura della cultura di sinistra in tema di dei diritti dei più deboli. Se il primo renderà possibile, in nome del decoro, l’allontanamento dei soggetti marginali dal centro città, il secondo riduce le garanzie per i rifugiati, con l’abolizione dell’appello nelle procedure per le richieste di asilo.

Con queste dichiarazioni, con quei pacchetti legislativi, il Partito Democratico e il Governo Gentiloni fanno propria una politica che non tiene conto dei diritti umani e degli obblighi internazionali dell’Italia a tutela dei rifugiati. Siamo di fronte ad una visione politica fuori dalla realtà, perché si fonda sull’illusione che la soluzione siano muri fisici e politici, respingimenti ai confini e rimpatri di massa
Contrastare la retorica imperante, la deriva “securitaria”, che sembra far breccia anche in ambienti che si autodefiniscono di centrosinistra, secondo la quale i rifugiati sono la causa di tutti i nostri problemi, è un compito che ci siamo dati da tempo (e che continueremo a svolgere). Noi crediamo che il nostro paese abbia la capacità di ospitare dignitosamente chi scappa da stenti, fame, guerre e persecuzioni dopo viaggi che neanche possiamo immaginare. Basterebbe meno retorica muscolare e più buon senso, meno logiche dell’emergenza e più accoglienza diffusa.

Ci vorrebbe meno ricerca di consenso politico immediato e più politica fatta bene.

Federico Buttò

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