Intervento all’evento “Roma una città di Pace”, 12 marzo 2026
Io credo che l’analisi dello scenario complessissimo in cui ci troviamo sia al contrario semplicissima. Tristemente semplice. Il modello fossile, predatorio, aggressivo, patriarcale, coloniale non vede nella guerra un’anomalia o un’eccezione, ma proprio il contrario.
È il modello che ha coniato la dolorosamente famosa frase “esportare la democrazia” e che continua a renderla attuale nonostante decenni di fallimento e il solo risultato che pure in patria la democrazia non è proprio in salute. È il modello che applica alle stesse guerre degli odiosi doppi standard, che riesce a chiamare “tregua” il continuare della distruzione genocida di Gaza.
Nel frattempo, non casualmente, assistiamo a politiche che criminalizzano il dissenso e le mobilitazioni. Perché sappiamo che questi sono gli strumenti della cittadinanza attiva per fare sentire la propria voce. Perché non è vero che non scende in piazza nessuno in questo paese. So che non lo devo dire a noi che siamo qui oggi, ma è bene ricordarlo perché anche questo è un modo per anestetizzare, accanto al reprimere. Questo paese è sceso in piazza per la Flottila, per la Palestina, contro gli sgomberi dei centri sociali. È sceso in piazza per il clima, contro la violenza di genere, per i diritti lgbtiq. E scenderemo di nuovo in piazza il 28 marzo. È chiaro che questo terrorizza un governo come il nostro.
Altrettanto non casualmente, in Europa stanno votando un regolamento sulla pelle delle persone migranti che ci doterà di una ICE anche in Europa.
E poi, come diceva Gianluca Peciola prima, le forze politiche che condividono questo spazio di riflessione, che pensano come noi che la politica debba rappresentare anche all’interno delle istituzioni le istanze delle piazze, devono prendere questo impegno con noi. Di essere le forze che si pongono la missione di portare la pace nel dibattito e nei palazzi. Con tutto il portato intersezionale che questo comporta: la giustizia sociale e ambientale, la difesa dello stato di diritto, dei diritti costituzionali, dei diritti tutti, sociali e civili, senza lasciarci fregare dai distinguo. Trump con una mano mette le tariffe, con l’altra bombarda, con un’altra ancora fa una guerra incessante alle persone trans e al diritto all’aborto. Non è che sta a perdere tempo a spiegare perché tutto è collegato come dobbiamo fare noi troppo spesso.
Ecco, l’alternativa a questo nostro governo autoritario e codardo, che sta dando davvero una penosa immagine di sé, soprattutto in queste settimane: tra la campagna referendaria oscena che sta facendo e la posizione da zerbino che ha nei confronti di Trump e in generale della politica estera — passa necessariamente per la pace. Che non si potrà fare in un giorno, ma che deve essere fatta di posizioni chiare, nette: dire no all’uso delle basi, no all’aumento delle spese militari, no a insabbiare i crimini di guerra, no alla nazionale di Israele nei nostri stadi, no al rapimento dei cittadini italiani su barche che portano aiuti umanitari.









