Dopo i referendum farlocchi si può parlare seriamente delle autonomie?

Missioni e responsabilità chiare (che non cambino ogni due anni), dimensioni adeguate per evitare che gli enti si trovino a fare i vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, unite a finanziamenti adeguati.
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Ora che si sono svolti i due referendum più farlocchi della storia possiamo dire che una cosa l’abbiamo capita: ci sono parecchi veneti (il 57,2%) e pochi lombardi (il 38,5%) che vogliono cambiare qualcosa negli assetti di potere centro-periferia.

Il funzionamento delle autonomie è stato distrutto negli ultimi venti anni con una schizofrenia assurda: dal “quasi-federalismo” della riforma costituzionale del 2001 alla follia abolizionista delle province degli ultimi anni, dalla compressione del regionalismo della modifica costituzionale bocciata il 4 dicembre scorso alla riorganizzazione dei comuni fatta a macchia di leopardo con lo strumento delle fusioni.

Eppure la sussidiarietà verticale è una cosa seria, tutelata in Costituzione: toccherebbe cominciare ad applicarla, ovvero affermare che tutti i livelli di governo presenti in Costituzione sono importanti, sistemare definitivamente competenze e poteri immaginando di portare davvero le materie al livello più vicino al cittadino a cui possano essere svolte.

Sì perché paradossalmente il processo di ridefinizione delle competenze è stato frenetico negli ultimi dieci anni: nel 2010 e nel 2012 sono state cambiate le funzioni dei comuni, mentre nel 2010, nel 2012 e nel 2014 sono state variate le funzioni delle province e delle città metropolitane.

In particolare l’ultimo intervento del 2014, la legge Delrio, che ha declassato le province ad “enti di secondo livello” dovrebbe essere totalmente rivisto ripristinando il suffragio universale e recuperando quelle funzioni, dichiarate “non fondamentali” che assicuravano a questi enti la possibilità di essere protagonisti dello sviluppo delle comunità locali.

Questo dovrebbe essere accompagnato da un lavoro di ridefinizione degli ambiti per rendere gli enti più solidi e autosufficienti: regioni, province e comuni più piccoli potrebbero essere invogliati a fondersi con un percorso trasparente, partecipato e condiviso col livello superiore per raggiungere delle masse critiche. L’accorpamento degli enti su base territoriale sarebbe utile per farli diventare più solidi e permettere loro di svolgere i servizi nella maniera più efficiente ed efficace, soprattutto per quelli non in grado di svolgerli in maniera autosufficiente.

Il processo però ha bisogno di essere governato ed accompagnato dal livello superiore per evitare che sul territorio rimangano figli e figliastri: enti già grandi che diventano più forti ed enti piccoli che diventano più deboli, senza possibilità di “maritarsi” con nessuno. Fatta salva ovviamente la parola finale sulle fusioni che deve essere lasciata ai cittadini con referendum.

La cosa essenziale però è intervenire sul finanziamento del sistema delle autonomie che negli ultimi anni è stato massacrato, a tutti i livelli. Questo nonostante l’approvazione nel 2009 del cosiddetto “federalismo fiscale” che sostituiva il criterio della spesa storica per introdurre i “fabbisogni standard”. L’idea era quella di introdurre nuovi metodi di finanziamento delle autonomie locali attraverso tributi propri e compartecipazione ai tributi statali (IRPREF, IVA, accise, etc.) in modo da sostituire il meccanismo dei trasferimenti. Purtroppo questi tributi non sono affatto sufficienti a coprire le esigenze degli enti locali, ecco allora che l’inghippo nell’attuazione (che continua ancora oggi) sta nell’individuazione dei fondi di solidarietà o di perequazione che, in quanto definiti a livello nazionale, possono essere parecchio “stirati” di qua o di là a seconda delle esigenze.

Ed ecco allora che dal 2008 al 2015 i tagli agli enti locali calcolati dalla Corte dei conti ammontano a 40 miliardi di € mentre dal 2013 al 2017 è stato distrutto il bilancio delle province e delle città metropolitane prevedendo addirittura prelievi delle risorse proprie per trasferirle allo Stato, con la conseguenza di portare gli enti in dissesto o pre-dissesto finanziario. Si tratta di un comportamento assurdo già sanzionato dalla Corte costituzionale che ha stabilito (banalmente) che devono essere previsti finanziamenti adeguati per svolgere le funzioni assegnate.

Il modo per chiudere il cerchio del nuovo sistema di finanziamento degli enti locali c’è ma è impossibile finché lo stato è inadempiente: dovrebbe infatti definire i livelli essenziali delle prestazioni ma per ora lo ha fatto solo in campo sanitario, lasciando tutte le altre materie in un limbo inaccettabile poiché non è possibile comporre adeguatamente i fondi perequativi.

Insomma, servirebbero missioni e responsabilità chiare (che non cambino ogni due anni), dimensioni adeguate per evitare che gli enti si trovino a fare i vasi di coccio in mezzo a vasi di ferro, unite a finanziamenti adeguati: tutto il paese gioverebbe di un sistema delle autonomie che finalmente avrebbe la sicurezza di poter essere protagonista dello sviluppo del paese. Probabilmente è troppo semplice per essere vero.

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