Per il Primo Maggio, abbiamo raccolto in un dossier con le storie di sfruttamento e lavoro che ci raccontate ogni giorno.
Da quando abbiamo pubblicato sui social il primo messaggio che ci era arrivato in risposta a un articolo che se la prendeva con “i giovani che non hanno voglia di lavorare”, riceviamo ogni giorno, tutti i giorni, decine di segnalazioni, denunce, sfoghi. Impossibile pubblicarli tutti (e ci scusiamo con le persone che non vedono le loro storie postate), ma è un flusso costante. Negli anni, siamo riusciti a seguire il percorso di qualcuno di loro, ma la maggior parte delle persone vuole solo condividere, e trovare una politica che si schieri dalla parte di chi del sistema è vittima, non di chi ne beneficia.
Non si tratta solo di testimonianze individuali, e non solo per la mole numerica. Per ogni esperienza lavorativa che ci segnalano, c’è un problema strutturale o statisticamente rilevante che gli osservatori rilevano da anni. Basta aprire il rapporto Oxfam, o consultare i dati ISTAT. Spesso, alla base c’è una precisa volontà politica o, nella “migliore” delle ipotesi, un’inerzia istituzionale.
Intanto, il nostro paese è tra i pochi a non avere una forma di salario minimo. Per “pochi”, intendiamo proprio “pochi”. Pur nelle differenze, in Europa sono 22 su 27 gli stati con un salario minimo garantito. Nel 2018 Possibile ha presentato una proposta di salario minimo in Parlamento, che teneva conto della contrattazione collettiva e prevedeva un meccanismo di rinnovo automatico del salario minimo, legato al monitoraggio statistico sull’andamento delle retribuzioni previste dai CCNL. Quella proposta, riveduta e aggiornata, è in seguito diventata la base di una raccolta firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare. Sono passati poco meno di dieci anni, e sappiamo dove ci troviamo: nel frattempo non si è mosso nulla, e ora il governo Meloni ha fatto le barricate contro ogni proposta della minoranza in materia di salario minimo. Proprio in occasione di questo Primo Maggio, la Presidente del Consiglio ha introdotto il concetto di “salario giusto”, di cui non sentivamo davvero la mancanza. “Giusto”, in bocca a questo governo, ha lo stesso sapore stonato di “merito”: parole che sono finite a significare una ostinata difesa dei privilegi e un rifiuto sistematico del dato di realtà.
In trent’anni, il salario medio è rimasto praticamente invariato. I dati ci dicono che aumentano le persone (e le famiglie) al di sotto della soglia di povertà o in grave difficoltà economica anche quando lavorano. L’incidenza di povertà individuale tra gli occupati è aumentata tra il 2014 e il 2023 di 2,7 punti percentuali, con differenze altissime a seconda del tipo di occupazione (Rapporto Oxfam 2026). Il perché le retribuzioni sono basse ce lo raccontano i messaggi che avete letto in queste pagine, ma sta anche nei rapporti sulla situazione nazionale: quanto si prende all’ora (poco), quante ore si riescono a fare in un mese (troppe per non abbastanza soldi, o troppo poche, spesso per motivi arbitrari e punitivi) e quanti mesi all’anno si lavora. Il numero dei cosiddetti “working poor” in Italia è in trend crescente e probabilmente sottostimato per via dei criteri UE sulla povertà lavorativa. La mancata uscita dalla precarietà anche dopo anni di lavoro, che è un’esperienza comune, è il risultato di politiche del lavoro che vanno nella direzione delle esternalizzazioni e del lavoro atipico, con l’uso disinvolto di tirocini, rimborsi, forme di lavoro atipico che restano (a volte discutibilmente) nei margini della legalità, o almeno plausibile legalità. Non si tratta di “pretese” di una generazione o un’altra, come a volte vengono accusati gli autori dei messaggi nei commenti. Si tratta di una precisa volontà politica che ha plasmato in questo modo il mercato del lavoro.
Il confronto con le esperienze estere e la spinta a emigrare, dove si può, o a progettare di farlo, è un segnale devastante per il Paese. Nel 2024 c’è stato il 38% di partenze in più rispetto all’anno precedente (Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes), aumento che riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti (età 18–34 anni e 35–49 anni). Migranti che dovrebbero preoccupare il nostro governo molto di più di quelli che invece occupano le loro fantasie di “remigrazione”. Eppure.
Intanto di lavoro si continua a morire, quotidianamente (di più: nel 2025 i morti sul lavoro sono stati 792, due al giorno). E spesso ci stupiamo di sentire l’età delle persone che sono vittime di incidenti sul lavoro.
Intanto, le disuguaglianze si fanno sentire più forti per qualcuno: il tasso di occupazione del Sud Italia è di circa 20 punti percentuali sotto a quello del Nord. L’occupazione femminile è 17 punti percentuali in meno di quella maschile, una disparità più alta rispetto ai principali stati europei. E quella giovanile: nella fascia di età 15–29 anni il tasso di occupazione è del 35%, 15 punti in meno della Francia e 30 in meno della Germania.
Intanto, nel 2024 i Ceo delle maggiori 100 aziende in Europa sono stati pagati 110 volte di più del lavoratore medio (Etuc). Per salire ancora sulla scala, Oxfam scrive che per accumulare la ricchezza di uno dei 10 miliardari più ricchi al mondo non sarebbe bastato risparmiare 1.000 dollari al giorno a partire dai tempi per cui i ritrovamenti fossili confermano la presenza del genere Homo (315.000 anni fa). Ma se diciamo che bisogna tassare (e tanto) i ricchi, si levano gli scudi.
La questione economica non è mai solo economica, e la disuguaglianza è un fattore collettivo: dove la disuguaglianza è ridotta, gli indicatori sociali registrano i risultati migliori. Meno corruzione, più sicurezza (LA SICUREZZA!), più stabilità delle istituzioni, meno divario di genere, meno criminalità, un dibattito pubblico meno violento, una stampa più libera, più democrazia. A chi conviene? A tutti, tranne a chi basa la sua fetta di potere e di influenza sulla paura, sull’autoritarismo che riesce a esercitare, sul clientelismo e sull’interesse. Sono tanti, ma non sono la maggioranza, nonostante possano occasionalmente controllarla. Dobbiamo ricordarcelo, che siamo di più noi, e che possiamo cambiare le cose. Insieme.
La copertina è l’immagine creata da Giorgia Giorgi per il Primo Maggio di Possibile










