Secondo un articolo del Corriere Adriatico sull’ascolano, che richiama le previsioni di Unioncamere (2025–2029), emerge un trend che va oltre il livello locale e riflette una dinamica più ampia regionale e nazionale, pur con forti divari tra Nord e Sud (ISTAT, 2025). La crescita dell’occupazione si concentra soprattutto in lavori stagionali, poco qualificati e a basso valore aggiunto.

Allargando lo sguardo, si delinea un Paese che si sta progressivamente deindustrializzando (FIM-CISL, 2026), pagando anni di mancati investimenti e scelte politiche miopi. Si è scelto di competere comprimendo i salari invece che puntare su innovazione e qualità, con un modello sempre più sbilanciato sul turismo.
Le conseguenze sono evidenti: lavoro precario, intermittente e mal pagato, che non consente stabilità né futuro. Resta inoltre il nodo delle pensioni, perché carriere frammentate e contributi discontinui rischiano di aprire una crisi sociale già annunciata (CGIL, 2025).
Nel frattempo, si attendono i risultati della ZES, che ha attirato investimenti soprattutto nelle aree più dinamiche, ma con effetti ancora disomogenei. Le esperienze internazionali mostrano che queste politiche funzionano davvero solo quando sono accompagnate da infrastrutture e innovazione, mentre in Italia ritardi, frammentazione e scarso utilizzo delle risorse ne limitano l’efficacia. A questo si sommano giustizia lenta e burocrazia soffocante, che continuano a frenare e ridimensionare il potenziale degli investimenti (Osservatorio Conti Pubblici; Confartigianato, 2025).
Il risultato è un sistema bloccato che produce lavoro povero. Nonostante il PNRR, la crescita del PIL resta modesta e insufficiente a cambiare la traiettoria del Paese. Anche il confronto con la Spagna, che ha ricevuto meno risorse ma cresce di più, conferma che il problema è strutturale.
Per questo serve un cambio di rotta. In Italia laureati e dottorandi restano sotto la media europea (ISTAT, 2025) e senza investimenti seri in ricerca e sviluppo non può esserci innovazione. Servono più welfare e diritto allo studio, più collaborazione tra università e imprese, insieme a un salario minimo e controlli contro il lavoro nero e la riduzione della precarietà attraverso la limitazione dei contratti a tempo determinato. Serve anche sburocratizzare attraverso la digitalizzazione e rendere il sistema più equo, tassando meno il lavoro produttivo e di più le rendite. Servono sindacati più forti, capaci di riequilibrare il potere contrattuale e contrastare la compressione salariale. Ma soprattutto serve rimettere al centro la qualità del lavoro, perché in un ambiente sano si lavora meglio e si vive meglio.
Luca Volpini
Possibile Marche









