Oro rosso: fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo

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Questa violenza mortifera e mortale è espressione diretta, prodotto sociale e organico del rapporto di classe tra uomini e donne.” (Paola Tablet)

Palos de la Frontera è un piccolo centro di circa ottomila abitanti della regione spagnola dell’Andalusia, situato vicino all’incrocio dei fiumi Tinto e Odiel. Ad appena 15 chilometri da Huelva, capoluogo della regione, ospita due grandi statue, che ricordano a imperitura memoria l’identità e la storia della città: sulla riva dei due fiumi si erge per trentasette metri verso l’alto la figura intera di Cristoforo Colombo, che da lì partì qualche secolo fa con le tre caravelle.

Al centro della rotonda di Palos de la Frontera, invece, risalta una enorme fragola di mattoncini rossi e luccicanti.

La “fragola totem”, ci spiega Stefania Prandi nel suo reportage, ricorda ai visitatori che la regione di Huelva vive grazie alla coltivazione delle fragole e dei frutti rossi, cui sono dedicati circa diecimila ettari impiegati nella produzione di circa trecentomila tonnellate di frutta che, sotto varia forma, vengono esportate ogni anno in Italia, Germania, Inghilterra e Svizzera.

Dell’Oro Rosso si vive, ma non si parla. Perché alle spalle di questa massiccia produzione che arricchisce l’economia del territorio, si nasconde, come un morbo latente, il lavoro di migliaia di donne impiegate nella raccolta e nel confezionamento della frutta. Un lavoro duro e sottopagato, privo dei fondamentali diritti e delle tutele base. Un lavoro affidato alle mani delle donne perché pagate meno degli uomini.

L’inchiesta di Stefania Prandi, pubblicata ad aprile quest’anno dalla casa editrice Settenove (e arrivato alla prima ristampa già in agosto), parte dalla Spagna e tocca altri due paesi affacciati al Mediterraneo, l’Italia e il Marocco, dove dietro la produzione di fragole e pomodorini si nascondono storie di soprusi, violenze fisiche, sessuali, verbali e sfruttamento economico di migliaia di donne.

Le braccianti arrivano da Marocco, Romania, Polonia, Bulgaria e in parte sono anche spagnole e italiane. Molte sono lavoratrici stagionali da numerosi anni, con il loro stipendio mantengono mariti e figli e del lavoro nei campi non possono fare a meno.

Se credete che il giornalismo d’inchiesta non esista più, allora dovete leggere questo libro: un’inchiesta pericolosa e malvista, frutto di due anni di interviste sul campo e di viaggi, che ha il merito di tirare a galla vite ed esperienze che altrimenti sarebbero rimaste nel silenzio.

Un’indagine che denuncia una condizione di sottomissione e violenza che dall’alto del nostro minuscolo agio, ci è difficile anche solo immaginare.

Stefania Prandi ci conduce per mano attraverso baracche malsane, serre inquinate dai diserbanti chimici agroalimentari, stanzoni senza finestre né armadi dove dormono le donne sui letti a castello. Qui, oltre al duro lavoro nei campi, accucciate nella raccolta o in piedi a braccia alzate per oltre otto ore, le donne vengono tenute sotto scacco dai ricatti sessuali dei padroni delle serre.

Risuonano, tra le pagine del libro, le voci dure e spezzate di Kalima, Rachele, Elena e molte altre.

Grazie alla penna della Prandi possiamo ascoltare il racconto di donne come Rachida che da undici anni parte dal Marocco diretta in Spagna per la raccolta della frutta: “È una vita dura, per i capi non contiamo nulla, non so nemmeno se ci considerano umane. Abbiamo problemi di salute: prendiamo quattro antinfiammatori al giorno perché altrimenti non sopportiamo il mal di testa. Io a volte poi non riesco a respirare per quanto mi brucia la gola. C’è chi ha gli occhi che lacrimano in continuazione. Il problema è che a causa dei troppi farmaci, lo stomaco si irrita, ci viene l’acidità e ci servono altre pastiglie per farcela passare

E ancora Petra, che raccoglie pomodorini nelle aziende agricole di Vittoria, fazzoletto di terra siciliana che negli ultimi decenni si è arricchito grazie anche alle infiltrazioni mafiose nel mercato ortofrutticolo. Petra ha trentasette anni e una figlia adolescente che vive in Romania: “Ho lavorato in Italia per dieci anni. Sono stata molestata nel primo posto di lavoro”. Petra ha avuto la forza di ribellarsi, ha cambiato lavoro, ma è stata ugualmente licenziata: “Adesso ho un bel bimbo, ma sono disoccupata. Non voglio essere triste ma per noi non c’è giustizia”.

Gli abusi sessuali con cui le donne vengono tenute in scacco, i cui corpi sono considerati proprietà dei padroni e dei responsabili delle serre, emergono dai dati sugli aborti: nella regione di Palos de la Frontera ci sono stati centottantacinque aborti nel 2016. Il numero di interruzioni di gravidanza aumenta in prossimità della stagione della raccolta; il 90% delle richieste proviene da donne marocchine, bulgare e rumene.

 

Il tuo lavoro riporta a galla una condizione endemica di sfruttamento e di violenza del tutto sommersa, che rimane immutata grazie ad un contesto di omertà e di silenzio.

Come nasce la tua inchiesta? Quali le difficoltà nel condurla? E quale il metodo e la direzione che ti sei data?

 

Dopo un corso di master in Svezia, quando ero già giornalista professionista, ho cominciato a occuparmi di questioni di genere. In particolare, a un certo punto a interessarmi è stata la questione della violenza sul lavoro, termine con il quale intendo le molestie sessuali verbali e fisiche, i ricatti, gli stupri sul lavoro, un tema che in Italia è diventato di dominio pubblico soltanto dopo il movimento del Metoo, arrivato dagli Stati Uniti dopo lo scandalo del produttore Weinstein accusato di abusi da oltre 40 donne del mondo del cinema. Ho deciso di esplorare da un punto di vista giornalistico e fotografico questo insieme di abusi a inizio del 2016, partendo da una notizia che aveva fatto scalpore, raccolta dal bravo collega Antonello Mangano, ma che poi era caduta nel vuoto e cioè che a Vittoria, in Sicilia, c’erano oltre 5mila donne romene che lavoravano alla raccolta dei pomodorini, una parte delle quali subiva violenza sul lavoro. Dalle prime ricerche, sembrava trattarsi di un vero e proprio fenomeno. Così ho deciso di andare sul posto, inizialmente per un lavoro fotografico, che ancora non era stato fatto da nessuno, anche se sono stata scoraggiata in vario modo, anche da alcune colleghe e da associazioni. Una volta portato a casa il materiale, l’ho pubblicato all’estero perché in Italia dalle redazioni dei principali quotidiani non hanno nemmeno risposto alle email e ho deciso di verificare se lo stesso fenomeno esistesse in altre zone del Mediterraneo. Ho fatto ricerche, vinto dei grant, ho collaborato con una giornalista tedesca, Pascale Mueller, con il sito di giornalismo investigativo Correctiv e BuzzFeed e alla fine l’inchiesta è diventata internazionale ed è durata nel complesso oltre due anni.

Il reportage in tutto, tra documentazione, ricerche e interviste sul campo è durato oltre due anni con più di centotrenta interviste tra sindacati, associazioni, ricercatrici, lavoratrici. Essendo un lavoro da freelancer, la ricerca dei fondi è stata laboriosa perché per ogni zona che ho visitato avevo bisogno di un budget minimo per coprire le spese degli spostamenti, dell’alloggio, di chi mi ha messo in contatto con le lavoratrici e ha tradotto le lingue che non conoscevo, come l’arabo. È stato difficile condurre l’inchiesta a causa della mancanza di consapevolezza e dell’omertà diffusa. Spesso mi è stato consigliato, o meglio intimato, di lasciare perdere. La violenza sul lavoro, che include molestie sessuali, insulti, aggressioni fisiche, ricatti, fino al vero e proprio stupro, nei paesi del Mediterraneo sui quali mi sono concentrata, perché sono tra i principali esportatori di verdura e frutta in Europa, è ancora tabù. È difficile da riconoscere e nominare per associazioni e sindacati, non viene considerata a dovere da chi ha il compito di esercitare la legge e quindi per le donne è difficilissimo sperare di avere giustizia.

Ci sono stati anche dei momenti di tensione con minacce varie, anche di morte, in Spagna, nella zona di Huelva, un inseguimento in Marocco per cinquanta chilometri dai guardiani di un’azienda e un altro intoppo che ha rischiato di fare saltare tutto il lavoro.
In generale, comunque, ho cercato di correre un rischio calcolato e ho sempre cercato di andare accompagnata da qualcuno che conoscesse il territorio, anche perché avrei messo a repentaglio le stesse braccianti se qualcosa fosse andato storto. Le lavoratrici vivono sotto scacco perenne: già essere viste in compagnia di una giornalista per loro significa correre il rischio di perdere il lavoro o peggio, di essere picchiate.

 

Nonostante vengano analizzati contesti diversi geograficamente (Spagna, Italia, Marocco), in quasi tutti i casi la scelta di utilizzare manodopera femminile per i lavori agricoli viene motivata dalle stesse parole: le donne sono considerate “più delicate” nella raccolta della frutta, “predisposte geneticamente”, “pazienti”, “più resistenti degli uomini”; a questo si aggiunge il fatto che la manodopera femminile è sempre meno pagata e più ricattabile. Cosa ci racconta questo immaginario dei paesi in cui avviene lo sfruttamento e delle dinamiche che intercorrono in essi tra uomini e donne? Possiamo dire che se le violenze da te raccolte sono specifiche di alcuni territori e contesti, la mentalità che le alimenta è diffusa e generalizzata?

 

Secondo sindacalisti, associazioni e accademici a raccogliere la frutta ci sono soprattutto le donne perché costano meno degli uomini, pur svolgendo le stesse mansioni, e non si ribellano perché hanno sulle spalle il carico familiare; spesso sono madri single, divorziate oppure hanno mariti disoccupati. Inoltre, nelle culture alle quali mi riferisco, mediterranee e sessiste, le donne vengono cresciute fin da piccole con l’idea che sia necessario ubbidire e sacrificarsi in tutto e per tutto per il bene della famiglia. Quando si chiede agli abitanti delle zone dove ho realizzato l’inchiesta, perché vengono scelte soprattutto le donne, in genere ci si sente rispondere che sono predisposte “per natura” alla raccolta, perché sarebbero più delicate e pazienti. Si tratta ovviamente di uno stereotipo culturale. Anche gli uomini hanno dita delicate, pensiamo ai chirurghi, ad esempio, oppure agli artisti.

 

Le violenze di cui sono vittime le braccianti vengono taciute per la paura di altre violenze, per il ricatto economico che le sostiene e anche per la vergogna che scaturisce dalla denuncia di un abuso sessuale. Molte donne ti hanno raccontato di aver taciuto gli abusi anche con i mariti per paura di non essere credute. Rosaria Capozzi, responsabile del progetto Aquilone di Foggia, da te interpellata dice: “È impossibile che una donna che si trovi di fronte ad un uomo deciso ad abusare di lei riesca veramente a sfuggirgli. Bisogna avere fatto tanti corsi di autodifesa e avere una grande autostima perché si possa reagire ad una violenza che non ci si aspetta. Non si sa mai qual è il limite oltre il quale sia opportuno opporsi”. Questo limite di cui parla, questo confine che sembra essere mobile e discrezionale, mi pare emblematico di due condizioni: la prima è che la violenza di stupro è l’unico abuso nel quale è la vittima ad essere messa sotto processo. La seconda è che ancora oggi la relazione uomo-donna ruota attorno alla sessualità, il potere maschile viene esercitato attraverso il sesso e l’uomo viene legittimato a considerare il corpo delle donne una proprietà personale di cui disporre a piacimento. Che cosa ne pensi?

 

I datori di lavoro, i caporali, i supervisori che commettono gli abusi sanno di essere impuniti. Considerano le lavoratrici loro proprietà. Per le donne è difficile dire di no perché per farlo hanno bisogno di rendersi conto subito di quello che sta succedendo. Purtroppo la violenza può arrivare alla fine di un’escalation di fatti apparentemente tollerabili. Inoltre, bisogna sapersi difendere e avere un’alternativa per salvarsi.

Questa situazione è diffusa ed è il risultato della cultura sessista e del sistema penalizzante nei confronti delle donne. Tra le cause di questa situazione ci sono fattori socioculturali e un mercato del lavoro deregolarizzato, dove non ci sono diritti per i più deboli, ma vige la legge del più forte. In Italia decenni di conquiste sul lavoro sono state spazzate via in pochi anni e a pagarne le conseguenze sono le donne.
Non credo che la soluzione sia un atteggiamento securitario o giustizialista, ma è un dato di fatto che quando una donna subisce violenza e denuncia non viene creduta perché c’è un atteggiamento di scetticismo generale che parte dalle forze dell’ordine e continua nei tribunali, passando dagli avvocati stessi, e perché è ritenuta colpevole di non essere in grado di produrre prove abbastanza solide.

 

Quando si parla di migrazioni o di sfruttamento del lavoro, se le vittime sono donne, la violenza sembra essere al quadrato. Vi è sempre un abuso maggiore, specifico, che ha al centro il corpo femminile e che le colpisce non solo in qualità di migranti o di lavoratrici, ma di donne. Quanto è importante la lente di genere in inchieste come la tua?

 

È fondamentale perché una preparazione con una prospettiva di genere permette di analizzare la realtà da più angolazioni. Il mio approccio è stato di genere e intersezionale, considera cioè le diverse componenti della subordinazione lavorativa e della violenza sessuo-economica.

 

Le donne della Casa delle mosche della regione spagnola di Huelva che hai incontrato, sollevano un punto importante, che sollecita tutte e tutti noi: “Vorremmo dire a chi compra, di mettersi anche solo per un attimo nei nostri panni”. Quanto influisce la consapevolezza delle scelte dei singoli (in qualità di consumatori, ma non solo) nelle vicende di sfruttamento come quella che tu racconti?

 

Quando parliamo di violenza sul lavoro non parliamo di cibo biologico. Per capire se un prodotto o meno è frutto di violenza, bisognerebbe che ci fossero inchieste giudiziarie ad hoc, colloqui con le lavoratrici realizzati in un clima di fiducia e garanzia, un cambio della cultura di fondo. Anche se i consumatori sono consapevoli, se non si mette in moto un meccanismo di cambio di sistema, non credo che possa cambiare molto.

 

L’indagine che hai condotto coinvolge questioni e piani diversi: le migrazioni, lo sfruttamento del lavoro, l’inquinamento ambientale e il depauperamento del territorio legato alla grande produzione industriale, le questioni di genere. Non essere in grado di intrecciare questi piani, inibisce spesso la nostra comprensione di una società complessa e stratificata. E impedisce, mi pare, un’azione concreta in grado di denunciare e smantellare queste sacche di soprusi. Dalla tua inchiesta emerge anche un preoccupante silenzio di quegli attori, associazioni e sindacati ad esempio, legati ai territori, che avrebbero il compito di accompagnare le vittime nei difficili percorsi di denuncia. Quali i responsabili e le responsabilità della società civile per il cristallizzarsi di una condizione di sfruttamento e violenza che, come racconti per il caso italiano, è strutturale e ha radici storiche?

 

In Puglia c’è una parte della società civile, anche se piccola, che vorrebbe un cambiamento e che reagisce, e anche in Sicilia ci sono persone come Don Beniamino Sacco che da anni denuncia gli abusi, nonostante le critiche. Inoltre, è stata approvata la legge anti-caporalato che dal punto di vista formale fornisce uno strumento importante per la punibilità di caporali e proprietari che compiono i crimini. Certamente tutto questo non è ancora abbastanza, come ho potuto constatare di persona. A frenare le spinte di cambiamento, ci sono fattori socioculturali e un mercato del lavoro deregolarizzato, dove non ci sono diritti per i più deboli, ma vige la legge del più forte. In Italia decenni di conquiste sul lavoro sono state spazzate via in pochi anni. Nello specifico, c’è la paura delle donne di denunciare, la responsabilità delle istituzioni che non fanno controlli, non favoriscono le denunce e anzi, spesso non credono alle lavoratrici, i processi faticosi, lunghi, e costosi, la precarietà e la povertà. Se si ha bisogno di lavorare perché questa è l’unica fonte di reddito, non ci si può permettere di perdere il posto con il rischio di restare disoccupate chissà per quanto tempo, magari anni perché si viene bollate come “ribelli”.

 

In un’intervista precedente, sollecitata sul tema del femminismo italiano, hai detto: “Purtroppo parte dei femminismi italiani ha deciso che ci sono battaglie più importanti di quella del lavoro e questa secondo me è una colpa”. Penso anche al recente movimento #metoo e ti chiedo qual è la direzione che il femminismo dovrebbe imboccare rispetto ai temi che sollevi?

 

Rispondo con una domanda: come è possibile per chi si dice femminista prescindere dall’idea che l’indipendenza di una donna sia legata alla sua possibilità di procurarsi un reddito?
Negli Stati Uniti grazie al movimento #metoo si sono costituite associazioni che, con un fondo per le vittime, difendono le donne nelle cause di violenza sul lavoro. Le lavoratrici fanno richieste precise alle aziende, fanno proteste, fanno nomi, intentano cause. Questa sarebbe una direzione operativa da prendere, al di là di molte parole e dei dibattiti sterili su quanto sulla caccia alle streghe e simili. Se guardiamo i dati della violenza sul lavoro in Italia sono spaventosi, e si tratta soltanto di stime.

 

Specie sul tema delle migrazioni, la narrazione che viene prodotta sull’argomento è quasi del tutto univoca. La voce di chi racconta è sempre la nostra, di bianchi e occidentali, e la storia che ne esce è sempre appiattita, generalizzata; una storia dove le esperienze dei/delle singoli/e sfumano davanti ai numeri e alle macro vicende. In questa narrazione si perdono gli individui, si smarrisce la diversità, la specificità della voce dei protagonisti. Riporto una parte di un intervento di Chimamanda Ngozi Adichie, autrice nigeriana, sui pericoli della storia unica:

 

È impossibile parlare della storia singola senza parlare del potere. C’è una parola, una parola Igbo, alla quale penso ogni volta che rifletto sulle strutture di potere del mondo: la parola è nkali. È un sostantivo che si può tradurre molto liberamente come “essere più grande di altro”. Come i nostri mondi politici ed economici, anche le storie sono definite dal principio nkali. Come sono raccontate, chi le racconta, quando vengono raccontate e quante se ne raccontano. Tutto questo dipende dal potere. Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di renderla la storia finale di quella persona. Il poeta palestinese Mourid Barghouti scrive che se si vuole espropriare un popolo, il modo più semplice per farlo è di raccontare la sua storia, e di cominciare quella storia con “in secondo luogo”

 

 

Quanto sono importanti, oggi, le inchieste come quella che hai condotto tu, dove è la parola delle vittime quella che emerge, dove sono loro a raccontare direttamente la loro storia? Come possiamo dare evidenza a queste voci?

 

L’impostazione della mia inchiesta viene da anni di studio delle questioni di genere con approccio intersezionale, affiancato ad anni di gavetta giornalistica: un percorso continuo, che posso soltanto cercare di migliorare, giorno dopo giorno. Probabilmente sarebbe utile che, in generale, si studiasse di più prima di approcciarsi a certe tematiche e alle vite delle altre e degli altri, al di là del mezzo scelto (scrittura, foto o video). Lo studio serve anche per sviluppare umiltà e cautela, per darsi un codice etico, per farsi continuamente domande. Le più importanti sono: chi mi autorizza a raccontare questa storia? Che punto di vista sto usando? Sto parlando per le altre?

In moltissimi lavori giornalistici e fotografici che leggo e vedo, siamo davvero ancora lontani da un approccio di questo tipo. Anzi, adesso le storie di “donne” e di genere “tirano” alla grande, quindi in molti si buttano, senza avere sviluppato gli strumenti, con un’arroganza e un male gaze che rendono il tutto particolarmente grottesco e inutile.

 


 

Stefania Prandi è giornalista e fotografa, ha realizzato reportage in Italia, Europa, Africa e Sudamerica. Si occupa di questioni di genere, lavoro, diritti umani, società e ambiente. Ha lavorato per Elle, Azione, Radiotelevisione svizzera, Vice, El País, Open Society Foundations, Il Fatto Quotidiano online, Al Jazeera. Nel 2016 e nel 2017 ha ricevuto i riconoscimenti The Pollination Project Grant e Volkart Stiftung Grant.

Con Oro Rosso ha vinto nel 2018 il Premio Di pubblico dominio; in Germania si è aggiudicata il Premio Otto Brenner Preis ed è stata tra le finaliste dell’austriaco Medien Lowin (sezione argento). Al momento è tra le nominate per il premio Reporter Preis, sezione inchieste.

Bibliografia di approfondimento suggerita dall’autrice

  • Le dita tagliate, Paola Tabet, Ediesse
  • Migration and Agricolture, Alessandra Corrado, Carlos de Castro, Domenico Perrotta, Routledge
  • King Kong Girl, Virginie Despentes, Einaudi
  • Feminist Research in theory and practice, Gayle Letherby, Open University Press
  • Feminist Methodology, Challenges and Choices, Caroline Ramazanoglu, Janet Holland, Sage
  • Sexual Harassment of Working Women, Catharine A MacKinnon,Yale University Press
  • https://www.nytimes.com/2018/03/19/books/review/metoo-workplace-sexual-harassment-catharine-mackinnon.html
  • C’è del marcio nel piatto: come difendersi dai draghi del Made in Italy che avvelenano la tavola, Gian Carlo Caselli, Stefano Masini, Piemme
  • Ghetto Italia, Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano, Fandango
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