Il tutto e il nulla

Il dibattito che gravita attorno a quello che una volta era il principale partito italiano di centro-sinistra (dove il trattino sta per meno) è sicuramente interessantissimo, per gli addetti ai lavori. E reclamizzato, perché è diventato non da ora un genere letterario. Stupisce non sia ancora emerso un giallista pronto a raccontare le alterne vicende democratiche: farebbe fortuna.

Ogni giorno un colpo di scena, ogni giorno una minaccia, mentre il giorno dopo non succede assolutamente mai nulla. Più come una telenovela, in effetti, che come un giallo: alla General Hospital.

«Con la distruzione dell’Italicum – ha scritto Michele Emiliamo pochi giorni fa – da parte della Corte Costituzionale possiamo dire che dei 1000 giorni di governo del Pd non è rimasto nulla. Un gran peccato aver sprecato tante energie e creato tanti conflitti dentro il Paese e dentro il Pd ed il Centrosinistra per non ottenere nessun risultato».

Mille giorni di nulla, durante i quali, però, nel Pd tutti erano pressoché d’accordo su tutto, nessuno ha posto il problema della fiducia verso un esecutivo che smontava pezzo a pezzo un’intera tradizione culturale e politica, tanto da arrivare a tollerare il voto della legge elettorale (la stessa bocciata dalla Corte Costituzionale, non un’altra) con la fiducia. Certo, qualcuno non votò quella fiducia, ma poi proseguì con il sostegno al governo, come se nulla fosse.

Come fa a candidarsi chi dice così con il protagonista assoluto del «nulla» dei mille giorni?

Però questo è il tempo di agitare molto le mani e di minacciare carte bollate in caso di ritardi nella convocazione del Congresso. Eppure un modo per evitare tutto ciò c’era: non consegnare nelle mani di una sola persona un partito non più dotato dei sufficienti anticorpi necessari per ricostruire se stesso, piegando il capo anche di fronte a scelte incomprensibili perché «diamogli fiducia, facciamolo lavorare». Perché «con lui si vince» (si è visto) e «serve una scossa», l’unica premessa veramente mantenuta e ironicamente non apprezzata.

Facciamo un esempio della fiducia accordata a Matteo Renzi.

L’esempio si chiama proprio Michele Emiliano, che si è distinto su questioni importanti e centrali, e gliene diamo atto e merito, che si trova di fronte a una situazione spiacevole: se volesse aprire la fase congressuale potrebbe farlo raccogliendo le firme necessarie per convocare l’Assemblea nazionale e, in quella occasione, sfiduciare il segretario.

Perché non lo fa? Semplice: perché la stragrande maggioranza dell’assemblea è di fede renziana, essendo stata eletta insieme a Renzi e col contributo di tanti, anche di Michele Emiliano, che nel 2013 sostenne il leader rottamatore che ora vorrebbe rottamare, in un eterno ritorno che dimentica le scelte del passato e, quindi, le responsabilità. All’epoca sostenne, tenetevi forte, che bisognava rappresentare “la sinistra del renzismo”. Idea geniale, telefoni a Pisapia e lo avvisi su come andrà.

La tattica non regge e mette a nudo l’inesistenza di un partito incapace non solo di attuare politiche coerenti con i propri valori (sull’immigrazione sembra di essere tornati a Berlusconi e Maroni), ma addirittura di condividere regole di convivenza democratica, come quelle già ricordate riguardanti la data del congresso, che dovrebbe essere il momento più alto della vita di un partito.

Non sono d’accordo sulla legge elettorale e nemmeno sulla data in cui votare. Pare un problema, stare nello stesso partito, non trovate?

Non convince la tattica di Michele Emiliano, così come non convince la (non) tattica di Giuliano Pisapia, impegnato nella costruzione di un “Campo progressista” esterno al Pd, ma alleato al Pd già in partenza e di fatto egemonizzato dal Pd fin nelle intenzioni e nelle dichiarazioni di principio.

Pisapia, pochi giorni fa, ha definito “un incubo” un listone che tenga assieme Pd e Ncd. Diamo allora una notizia all’ex sindaco di Milano: quel listone si chiamava governo Renzi e si chiama governo Gentiloni. “Listoni” nei fatti (contenendo personalità che vanno da Orlando a Lorenzin), e anche nei programmi, capaci di contenere tutto e il contrario di tutto perché inesistenti. La storia recente ci insegna che non c’è stato alcun problema (si fa per dire) a costruire alleanze di questo tipo, che potrebbero rivelarsi l’unica strategia possibile per avvicinarsi a quel 40% che darebbe accesso al premio di maggioranza. Pisapia ignora tutto ciò? La sinistra litigiosa di qualche anno fa era certo tremenda, ma almeno faceva i tavoli di coalizione per discutere: adesso si richiede l’atto di fede incondizionata al Capo, e non è un gran miglioramento.

Il problema non è l’Alfano con cui allearsi, è l’Alfano che è entrato dentro di loro, che ha condiviso come ministro il governo con Renzi, dettando per primo alcune scelte (articolo 18, soglia del contante, ponte sullo Stretto, solo per citare le idee più brillanti), prima da vice e poi da principale ministro, mai messo in discussione proprio da nessuno, nemmeno quando la sfiducia era d’obbligo.

Di fronte a questi toni, a questi rovesciamenti, a queste profonde differenze di visione, chi uscirà sconfitto dal congresso come potrà portare acqua al vincitore? Se uno si candida come Renzi e l’altro come negazione di Renzi, con Rossi in mezzo (che ha votato sì il 4 dicembre, ha avuto un periodo recente filorenziano, ma rifiuta il renzismo nella sua interezza), come si farà la campagna elettorale? E chi si vuole alleare con loro, quante verità dovrà assecondare? Oppure, nella molto remota ipotesi che il risultato fosse opposto, pensano che Carbone e Lotti si troveranno improvvisamente ad abbracciare un’agenda socialdemocratica vecchio stile?

La doppia verità di Averroè era una cosa seria e complessa, questa è semplicemente una contraddizione. Tutto e il suo esatto contrario.

E ciò comporta – ed è una cosa che non è più ammissibile ignorare – che manchi totalmente un programma di governo e un’idea di Paese da cui partire, scritta nero su bianco, mettendo in fila valori, dati e proposte che abbiano una propria coerenza.

Se tutto è calcolo fin dall’inizio, e si trascurano le questioni di fondo, la sostanza delle proposte, le promesse mancate, il calcolo si rovescia immediatamente. È successo in Francia: Valls, una delle camicie bianche della kermesse renziana di qualche tempo fa, ha perso, benché si presentasse come quello più in grado di vincere, di parlare al centro, di tenere quella ragionevole ambiguità che consente di fare all’appello ai voti utili. Solo che non sono utili, e lo hanno già dimostrato negli anni di governo delle camicie bianche. E rischiano di non esserci nemmeno i voti.

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