Il futuro dell’Europa, “questa Europa”, quale Europa?

Quando Matteo Renzi dice che ci sono stati tot “vertici europei straordinari” sulla questione dei profughi e non si riesce a prendere una decisione sta mettendo il dito sul SUO fallimento, ovvero sull’Europa dei governi.
Quando Federica Mogherini tira fuori la conclusione del Consiglio europeo del 2001 che rimarca una serie di azioni da intraprendere contro il terrorismo e dice che sono rimasti lettera morta sta facendo la stessa cosa: il problema sono sempre i governi europei.

E allora bisogna cominciare stabilire responsabilità e ritirare fuori certe parole perché “l’Europa” generica non è il soggetto giusto da attaccare.
Avete mai visto nel nostro paese una riunione dei 20 Presidenti di regioni che tentano di accordarsi ognuno portando gli interessi della propria regione su qualche politica di carattere nazionale? Per fortuna no, abbiamo un governo per fare queste cose: un governo in cui le provenienze regionali non contano, mica è obbligatorio fare riunioni di 20 assessori di 20 regioni diverse.

Eppure questo è quello che succede “in Europa“: in particolare Commissione e Parlamento tentano di essere coraggiosi e di sviluppare politiche comuni e poi la riunione dei governi (il Consiglio) fa tutto il contrario.
Non avendo costruito una risposta comune europea i governi guardano in casa loro e diventano egoisti, perciò la risposta è inadatta come nel caso delle misure antiterrorismo o miserabile come nel caso dell’accordo sui profughi con la Turchia.

Il punto però è che i governi da soli non ce la fanno ad affrontare problemi globali.
In sintesi è inutile prendersela con l’UE se l’UE non può agire quando la responsabilità è dei governi europei.
Si tratta di un cane che si morde la coda ed è difficile da fermare, ma nessuno pensava che costruire l’Europa sarebbe stata una cena di gala, vero?

Europa-cittadini
Sì perché poi il problema si riflette sul futuro: quando dici che “serve più Europa” per affrontare i problemi globali trovi chi ti risponde che “questo è un dogma, non una posizione politica” e ha ragione perché poi bisogna capire cosa significhi “più Europa”.

Se vuol dire dare più potere al Consiglio europeo o al Consiglio dell’UE è chiaramente la strada sbagliata: non vorrei mai vedere più potere in mano all’eurogruppo (riunione dei ministri del tesoro e delle finanze dell’area euro), in un mondo normale ci sarebbe un Ministro del Tesoro europeo che è in grado di ideare e applicare politiche economiche per tutta l’area euro, grazie ad un bilancio che gli permetta di agire, come succede al Ministro del tesoro USA per esempio.
Non funziona se vuol dire dare più potere alla riunione dei Ministri dell’interno che dicono le stesse cose che dissero dopo gli attentati di Parigi (ci vuole più coordinamento) quando poi non è successo niente: in un mondo normale ci sarebbe un Ministro degli Interni europeo che è in grado di ideare e applicare politiche antiterrorismo, perché dispone già di un’agenzia di coordinamento dei servizi segreti dell’UE e magari di una polizia federale.

E allora dobbiamo capire che un conto sono le istituzioni “federali” (Commissione, Parlamento, BCE) che agiscono nell’interesse dell’intera Europa col “metodo comunitario” e un conto sono le riunioni dei ministri del governi (Consiglio) che agiscono ciascuno nel proprio interesse col “metodo intergovernativo“.
Oggi la Commissione propone piani e direttive, il Parlamento europeo vota e spesso rilancia poi succede che in gran parte delle materie che non sono compentenza esclusiva dell’UE (per esempio l’immigrazione, per esempio il terrorismo) i governi non si accordino e non portino avanti i propositi.

Si parla di “contraddizione del processo decisionale” perché gli strumenti per agire ci sono ma non vengono applicati, per esempio EuroPol potrebbe diventare la “FBI europea” o la “CIA europea” ma non si fa; si parla di “Europa che non funziona” perché i governi non vogliono superare il regolamento di Dublino sul diritto d’asilo ma non si vuole.

Tocca quindi riscoprire queste due parole: “comunitario” e “intergovernativo” per capire come fare evolvere l’UE. L’Europa federale che tutti auspichiamo è basata sul metodo comunitario ovviamente e NON sul metodo intergovernativo: è basata su quello che funziona e NON su quello che non funziona, è basata sull’interesse europeo e NON sull’egoismo nazionale, è basata sulla divisione dei poteri tra Camera bassa (Parlamento europeo che porta la legittimazione dei cittadini col voto), Camera alta (Consiglio che porta la legittimazione degli stati), governo (Commissione che ha la fiducia di entrambe le Camere).
Questo significherebbe eliminare tutte le funzioni del Consiglio di carattere esecutivo per trasferirle alla Commissione, significherebbe cedere sovranità in altre materie dagli stati nazionali alle istituzioni federali o comunitarie ed è questa la vera sfida del futuro: è questo che si intende quando si dice “più Europa”.

Insomma voler cambiare l’Europa non è solo legittimo ma è costitutivo del processo che dura da 60 anni oramai. Dal 1957 ad oggi abbiamo cambiato i trattati una dozzina di volte ma quando si dice che “questa Europa non ci piace” manca sempre l’analisi politica.

Negli ultimi mesi qualche timida riflessione è arrivata dalle cancellerie europee ma servono sensibilità di sinistra che guidino l’unione per poter cambiare i trattati in senso federale: alla destra non interessa, la destra anzi frena, vuole tornare indietro alle piccole patrie per poter lucrare sulle divisioni. Quindi il discorso si sposta lì: come far vincere nei vari paesi europei una sinistra (poi ci sarebbe il discorso di quale sinistra) che possa avviare il cantiere.
Nel frattempo toccherebbe evitare di sparare sull’Europa in quanto tale perché è il modo più sicuro di distruggere la speranza, di ammazzare il nostro futuro, di far vincere le destre e in definitiva di buttare il bambino con l’acqua sporca.

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