I libici vogliono altri soldi, per nascondere le vittime nei lager

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XVII legislatura: da deputato di Possibile affrontai il Ministro dell’Interno Minniti, durante un question time alla Camera, apostrofandolo come la figura dantesca di Caronte, traghettatore di anime dannate dall’inferno libico. Il riferimento era all’accordo (definito memorandum d’intesa) preparato da Minniti con le tribù tripolitane, cirenaiche e del Fezzan e firmato dal premier Gentiloni nel febbraio 2017: tenetevi i migranti, ecco i soldi, non fateli partire e se li trovate al largo delle vostre coste riportateli indietro e rimpatriateli.

Poi è arrivato Salvini, che trovandosi quasi tutto lo sporco lavoro già fatto, si è potuto limitare alla propaganda securitaria: i porti italiani sono chiusi, i migranti non muoiono più in mare. E a qualche azione illegale – sempre dimostrativa, ovviamente- come il sequestro di persone sulla Diciotti, per cui il Tribunale dei Ministri di Catania vuole giustamente processarlo.

Adesso arriva l’ufficialità dallo stesso governo (si fa per dire) libico: abbiamo bloccato l’80% delle partenze ma abbiamo bisogno di altri soldi per gestire i 500.000 migranti rinchiusi (e torturati e stuprati e ricattati e uccisi) nei nostri centri di detenzione. In un colpo solo, il re è nudo: ecco finalmente la pistola fumante che ci fornisce la prova del combinato disposto infernale del minnitismo e del salvinismo, che hanno “gestito” i flussi migratori, sacrificando i diritti umani e manomettendo con atti e comportamenti la Costituzione e le Convenzioni internazionali.

Le persone muoiono direttamente nel deserto nigerino o nelle carceri libiche e chi sopravvive trova la morte nel Mediterraneo abbandonato, salvo rare eccezioni, dalle navi delle ong ostracizzate e criminalizzate e forse presto anche dalle navi della missione Sophia. Essere costretti a parlare di selezione etnica, reato di solidarietà, deportazioni, il 27 gennaio, giornata della memoria della Shoah, fa impressione ma è anche un monito alla stomachevole indifferenza dei molti, oggi come allora, davanti allo stupro quotidiano dei diritti umani.

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