Io vorrei che tutti, ma proprio tutti, politici, commentatori, editorialisti, giornalisti, passassero una settimana in Palestina. Una settimana sola. Vorrei vedessero i bambini, 7–8 anni, con le cicatrici da proiettile sulla fronte, che ti dicono di non avere paura. Vorrei vedessero le scuole dell’Onu con le finestre murate, perché i soldati israeliani lanciano il gas dentro le aule durante le lezioni. Vorrei parlassero con gli psicologi che seguono bambini e adolescenti traumatizzati. Ne avevo incontrata una, nel mio viaggio di qualche anno fa: mi parlò di un paziente di 2 anni, che giocava con una pallina su un terrazzo e incautamente si era sporto e l’aveva fatta cadere. In pochi minuti 10 uomini armati erano dentro casa sua con i fucili spianati per arrestarlo. Aveva creato allarmismo. Non si è più ripreso. Vorrei vedessero il campo profughi di Aida, vicino a Betlemme, nel cosiddetto West Bank, sorto nel 1950 quando centinaia di persone sono state portate qua dopo la nascita dello stato di Israele. Prima avevano le tende, diventate poi costruzioni in muratura diventando un campo profughi permanente. Il muro che per il trattato di Oslo non doveva essere costruito a meno di 7 km dagli edifici è attaccato alle abitazioni ed è stato tirato su in modo tale da separare le case dai terreni fertili di loro proprietà. Un muro a zig zag. Vorrei vedessero i ragazzi — reporter — che provano a documentare in video quello che succede tutti i giorni. Vengono puntualmente attaccati dagli israeliani e la loro attrezzatura distrutta. Non sono serviti nemmeno gli appelli delle Nazioni Unite. Vorrei vedessero la situazione negli ospedali, costantemente sotto attacco. Gli israeliani entrano armati per arrestare pazienti feriti, per sequestrare cartelle sanitarie e banche dati, a volte gettano fumogeni tossici dentro la sala di rianimazione. Anche in tempo di “pace”, non in questi giorni. I video che denunciavano la situazione erano arrivati ovunque. Vorrei vedessero, conoscessero, prima di parlare. Perché avremmo giudizi e racconti meno faziosi, più equilibrati. Me lo disse la sindaca di Betlemme: “Guardate, guardate tutto, poi parlate della Palestina. Perché la Palestina vista da Google non è la stessa cosa di quella vista con gli occhi.” Sono passati sei anni. È ancor più vero oggi.

Dopo il NO, le idee. Il fronte progressista si unisca sulle cose da fare
Quello che l’Italia chiede, e che noi dobbiamo saper ascoltare, è un confronto serio sui contenuti, che coinvolga tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa al governo Meloni. Un confronto che abbia al centro la Costituzione, che ancora una volta si è rivelata la bussola intorno a cui il Paese sa ritrovarsi. Perché la Costituzione non è solo il testo che abbiamo difeso al referendum, è l’orizzonte di un Paese più giusto che non abbiamo ancora costruito.









