Inizio anche io parlando del caldo, perché oggi siamo, secondo alcune stime, all’apice delle due settimane dell’ondata di calore che stanno attanagliando l’Europa e che sappiamo essere emergenza climatica. Lo zero termico è a quota 4400–5000, un disastro per i ghiacciai.
La Francia, i nostri “cugini d’oltralpe”, è nel cuore di questa ondata di calore. Gli ultimi giorni sono stati peggio del 1976, peggio del 2003, che sono gli anni a cui normalmente si fa riferimento per i record di caldo. Gli scienziati hanno spiegato perché quello che sta succedendo ora non è paragonabile a quelle annate, ma è molto peggio. La Francia è stata il luogo geografico più caldo di quasi tutto il pianeta: soltanto lo 0.93% del pianeta era più caldo della Francia questa settimana.
L’attività in tre centrali nucleari è stata sospesa perché l’acqua dei fiumi che viene usata per raffreddare i reattori è troppo calda — anche tralasciando il “solito” problema che di acqua non ce n’è abbastanza. Ma non vi preoccupate, è arrivato immediatamente il Foglio in soccorso, con un articolo di Zollino che vi consiglio, che si conclude con un grido di sollievo: “Fortuna che i tanto bistrattati reattori francesi ci stanno fornendo (direttamente e via Svizzera) ben 6 GW. Se no sai che caldo in quest’ufficio e nelle nostre case!”. Ma certo, la soluzione all’emergenza climatica è il condizionatore, strano non averci pensato. Come dire che per difenderci dalle inondazioni dobbiamo dotarci di barche.
Nel frattempo, Ignazio La Russa, degno esponente della destra di governo, negazionista del cambiamento climatico, lunedì era a Milano (dove oggi il Pride è stato posticipato di un’ora per cercare di evitare le ore più calde, mentre a Parigi è stato direttamente cancellato per lo stesso motivo) a presentare il libro di Procaccini, responsabile Energia e Ambiente di Fratelli d’Italia. Il libro si chiama “L’ecologia dei conservatori”. La Russa ha detto, letteralmente, che “ci abitueremo al clima caraibico, non moriremo”.
Ecco, La Russa si vergogni. Perché stiamo morendo eccome di emergenza climatica, e non in astratto, e non in numeri trascurabili: nel 2003 ci sono stati 70.000 morti in Europa. Nel 2022, sono stati 60.000. Nel 2023, “solo” 50.000. Perché “solo”? Perché sono state applicate delle politiche di adattamento al cambiamento climatico, altrimenti, secondo le stime del Barcelona Institute for Global Health, sarebbero stati 90.000. In cinque giorni, sono morte più di 50 persone in Francia e più di 200 in Spagna.
La Russa sostiene che l’emergenza climatica non uccide, come i suoi sostengono che l’omotransfobia non uccide, che il patriarcato non uccide, che il classismo non uccide. Eppure contiamo ogni giorno nuove vittime: donne, persone lgbtq+, lavoratori e lavoratrici.
Lo stesso giorno in cui La Russa faceva il suo sproloquio alla presentazione del libro, infilandoci anche un elogio delle politiche fasciste (“Le prime leggi, tra gli anni ’20 e gli anni ’40, non parlavano di ecologismo, parlavano di difesa del panorama, cioè mettevano sempre la natura in relazione con l’uomo, perché la natura è bella, va difesa […] erano più avanzate di quello che è successo dopo per certi versi, considerando l’età”) e un passaggio sulla famiglia “naturale” (uno dei capitoli si intitola “Contro natura”), il quotidiano francese Libération titolava in prima pagina: “Bisogna politicizzare l’ondata di calore”. Ecco, questo è quello che possiamo fare noi qui, perché è quello che facciamo da anni. Possiamo farlo con credibilità e urgenza, dai territori al governo del paese, costituendo l’alternativa di cui il paese ha estremamente bisogno dopo anni di politiche miopi e dannose.

In Francia anche i ministri di Macron come Vincent Jeanbrun, che non hanno proprio brillato sul tema devono ora ammettere che “L’ondata di caldo non è solo una questione climatica», ma anche «una questione di giustizia sociale». Diciamolo: bene, ma troppo tardi e troppo poco. Perché l’emergenza climatica non colpisce tutti e tutte allo stesso modo: chi lavora in un ufficio con l’aria condizionata e chi lavora nei campi o nei cantieri; chi può scegliere di spostarsi dove fa più fresco o chi deve restare nelle città, magari in periferia, in edifici inadatti e aree senza verde pubblico; chi può curarsi senza preoccupazioni e chi, come milioni di persone, ogni anno deve rinunciare a curarsi perché non può permettersi una sanità sempre meno pubblica; i ricchi e i poveri; gli uomini e le donne; chi è più fragile ed esposto.
Abbiamo bisogno di una politica come quella che facciamo qui:
una politica che unisca giustizia ambientale e sociale.
Una politica transfemminista.
Una politica antifascista.
Una politica che non resta in silenzio davanti al genocidio del popolo palestinese.
Ecco cosa significa avere una “visione comune” e lavorare insieme per portarla dai comuni alle regioni al governo del paese.










