Per il Primo Maggio, un dossier con le storie di sfruttamento e lavoro che ci raccontate ogni giorno

La questione economica non è mai solo economica, e la disuguaglianza è un fattore collettivo: dove la disuguaglianza è ridotta, gli indicatori sociali registrano i risultati migliori. Meno corruzione, più sicurezza (LA SICUREZZA!), più stabilità delle istituzioni, meno divario di genere, meno criminalità, un dibattito pubblico meno violento, una stampa più libera, più democrazia. A chi conviene? A tutti, tranne a chi basa la sua fetta di potere e di influenza sulla paura, sull’autoritarismo che riesce a esercitare, sul clientelismo e sull’interesse. Sono tanti, ma non sono la maggioranza, nonostante possano occasionalmente controllarla. Dobbiamo ricordarcelo, che siamo di più noi, e che possiamo cambiare le cose. Insieme.

Per il Pri­mo Mag­gio, abbia­mo rac­col­to in un dos­sier con le sto­rie di sfrut­ta­men­to e lavo­ro che ci rac­con­ta­te ogni gior­no.

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Da quan­do abbia­mo pub­bli­ca­to sui social il pri­mo mes­sag­gio che ci era arri­va­to in rispo­sta a un arti­co­lo che se la pren­de­va con “i gio­va­ni che non han­no voglia di lavo­ra­re”, rice­via­mo ogni gior­no, tut­ti i gior­ni, deci­ne di segna­la­zio­ni, denun­ce, sfo­ghi. Impos­si­bi­le pub­bli­car­li tut­ti (e ci scu­sia­mo con le per­so­ne che non vedo­no le loro sto­rie posta­te), ma è un flus­so costan­te. Negli anni, sia­mo riu­sci­ti a segui­re il per­cor­so di qual­cu­no di loro, ma la mag­gior par­te del­le per­so­ne vuo­le solo con­di­vi­de­re, e tro­va­re una poli­ti­ca che si schie­ri dal­la par­te di chi del siste­ma è vit­ti­ma, non di chi ne bene­fi­cia. 

Non si trat­ta solo di testi­mo­nian­ze indi­vi­dua­li, e non solo per la mole nume­ri­ca. Per ogni espe­rien­za lavo­ra­ti­va che ci segna­la­no, c’è un pro­ble­ma strut­tu­ra­le o sta­ti­sti­ca­men­te rile­van­te che gli osser­va­to­ri rile­va­no da anni. Basta apri­re il rap­por­to Oxfam, o con­sul­ta­re i dati ISTAT. Spes­so, alla base c’è una pre­ci­sa volon­tà poli­ti­ca o, nel­la “miglio­re” del­le ipo­te­si, un’inerzia isti­tu­zio­na­le. 

Intan­to, il nostro pae­se è tra i pochi a non ave­re una for­ma di sala­rio mini­mo. Per “pochi”, inten­dia­mo pro­prio “pochi”. Pur nel­le dif­fe­ren­ze, in Euro­pa sono 22 su 27 gli sta­ti con un sala­rio mini­mo garan­ti­to. Nel 2018 Pos­si­bi­le ha pre­sen­ta­to una pro­po­sta di sala­rio mini­mo in Par­la­men­to, che tene­va con­to del­la con­trat­ta­zio­ne col­let­ti­va e pre­ve­de­va un mec­ca­ni­smo di rin­no­vo auto­ma­ti­co del sala­rio mini­mo, lega­to al moni­to­rag­gio sta­ti­sti­co sull’andamento del­le retri­bu­zio­ni pre­vi­ste dai CCNL. Quel­la pro­po­sta, rive­du­ta e aggior­na­ta, è in segui­to diven­ta­ta la base di una rac­col­ta fir­me per una pro­po­sta di leg­ge d’iniziativa popo­la­re. Sono pas­sa­ti poco meno di die­ci anni, e sap­pia­mo dove ci tro­via­mo: nel frat­tem­po non si è mos­so nul­la, e ora il gover­no Melo­ni ha fat­to le bar­ri­ca­te con­tro ogni pro­po­sta del­la mino­ran­za in mate­ria di sala­rio mini­mo. Pro­prio in occa­sio­ne di que­sto Pri­mo Mag­gio, la Pre­si­den­te del Con­si­glio ha intro­dot­to il con­cet­to di “sala­rio giu­sto”, di cui non sen­ti­va­mo dav­ve­ro la man­can­za. “Giu­sto”, in boc­ca a que­sto gover­no, ha lo stes­so sapo­re sto­na­to di “meri­to”: paro­le che sono fini­te a signi­fi­ca­re una osti­na­ta dife­sa dei pri­vi­le­gi e un rifiu­to siste­ma­ti­co del dato di real­tà. 

In trent’anni, il sala­rio medio è rima­sto pra­ti­ca­men­te inva­ria­to. I dati ci dico­no che aumen­ta­no le per­so­ne (e le fami­glie) al di sot­to del­la soglia di pover­tà o in gra­ve dif­fi­col­tà eco­no­mi­ca anche quan­do lavo­ra­no. L’incidenza di pover­tà indi­vi­dua­le tra gli occu­pa­ti è aumen­ta­ta tra il 2014 e il 2023 di 2,7 pun­ti per­cen­tua­li, con dif­fe­ren­ze altis­si­me a secon­da del tipo di occu­pa­zio­ne (Rap­por­to Oxfam 2026). Il per­ché le retri­bu­zio­ni sono bas­se ce lo rac­con­ta­no i mes­sag­gi che ave­te let­to in que­ste pagi­ne, ma sta anche nei rap­por­ti sul­la situa­zio­ne nazio­na­le: quan­to si pren­de all’ora (poco), quan­te ore si rie­sco­no a fare in un mese (trop­pe per non abba­stan­za sol­di, o trop­po poche, spes­so per moti­vi arbi­tra­ri e puni­ti­vi) e quan­ti mesi all’anno si lavo­ra. Il nume­ro dei cosid­det­ti “wor­king poor” in Ita­lia è in trend cre­scen­te e pro­ba­bil­men­te sot­to­sti­ma­to per via dei cri­te­ri UE sul­la pover­tà lavo­ra­ti­va. La man­ca­ta usci­ta dal­la pre­ca­rie­tà anche dopo anni di lavo­ro, che è un’esperienza comu­ne, è il risul­ta­to di poli­ti­che del lavo­ro che van­no nel­la dire­zio­ne del­le ester­na­liz­za­zio­ni e del lavo­ro ati­pi­co, con l’uso disin­vol­to di tiro­ci­ni, rim­bor­si, for­me di lavo­ro ati­pi­co che resta­no (a vol­te discu­ti­bil­men­te) nei mar­gi­ni del­la lega­li­tà, o alme­no plau­si­bi­le lega­li­tà. Non si trat­ta di “pre­te­se” di una gene­ra­zio­ne o un’altra, come a vol­te ven­go­no accu­sa­ti gli auto­ri dei mes­sag­gi nei com­men­ti. Si trat­ta di una pre­ci­sa volon­tà poli­ti­ca che ha pla­sma­to in que­sto modo il mer­ca­to del lavo­ro.

Il con­fron­to con le espe­rien­ze este­re e la spin­ta a emi­gra­re, dove si può, o a pro­get­ta­re di far­lo, è un segna­le deva­stan­te per il Pae­se. Nel 2024 c’è sta­to il 38% di par­ten­ze in più rispet­to all’anno pre­ce­den­te (Rap­por­to Ita­lia­ni nel Mon­do 2025 del­la Fon­da­zio­ne Migran­tes), aumen­to che riguar­da pre­va­len­te­men­te i gio­va­ni e i gio­va­ni adul­ti (età 18–34 anni e 35–49 anni). Migran­ti che dovreb­be­ro pre­oc­cu­pa­re il nostro gover­no mol­to di più di quel­li che inve­ce occu­pa­no le loro fan­ta­sie di “remi­gra­zio­ne”. Eppu­re. 

Intan­to di lavo­ro si con­ti­nua a mori­re, quo­ti­dia­na­men­te (di più: nel 2025 i mor­ti sul lavo­ro sono sta­ti 792, due al gior­no). E spes­so ci stu­pia­mo di sen­ti­re l’età del­le per­so­ne che sono vit­ti­me di inci­den­ti sul lavo­ro.

Intan­to, le disu­gua­glian­ze si fan­no sen­ti­re più for­ti per qual­cu­no: il tas­so di occu­pa­zio­ne del Sud Ita­lia è di cir­ca 20 pun­ti per­cen­tua­li sot­to a quel­lo del Nord. L’occupazione fem­mi­ni­le è 17 pun­ti per­cen­tua­li in meno di quel­la maschi­le, una dispa­ri­tà più alta rispet­to ai prin­ci­pa­li sta­ti euro­pei. E quel­la gio­va­ni­le: nel­la fascia di età 15–29 anni il tas­so di occu­pa­zio­ne è del 35%, 15 pun­ti in meno del­la Fran­cia e 30 in meno del­la Ger­ma­nia.

Intan­to, nel 2024 i Ceo del­le mag­gio­ri 100 azien­de in Euro­pa sono sta­ti paga­ti 110 vol­te di più del lavo­ra­to­re medio (Etuc). Per sali­re anco­ra sul­la sca­la, Oxfam scri­ve che per accu­mu­la­re la ric­chez­za di uno dei 10 miliar­da­ri più ric­chi al mon­do non sareb­be basta­to rispar­mia­re 1.000 dol­la­ri al gior­no a par­ti­re dai tem­pi per cui i ritro­va­men­ti fos­si­li con­fer­ma­no la pre­sen­za del gene­re Homo (315.000 anni fa). Ma se dicia­mo che biso­gna tas­sa­re (e tan­to) i ric­chi, si leva­no gli scu­di.

La que­stio­ne eco­no­mi­ca non è mai solo eco­no­mi­ca, e la disu­gua­glian­za è un fat­to­re col­let­ti­vo: dove la disu­gua­glian­za è ridot­ta, gli indi­ca­to­ri socia­li regi­stra­no i risul­ta­ti miglio­ri. Meno cor­ru­zio­ne, più sicu­rez­za (LA SICUREZZA!), più sta­bi­li­tà del­le isti­tu­zio­ni, meno diva­rio di gene­re, meno cri­mi­na­li­tà, un dibat­ti­to pub­bli­co meno vio­len­to, una stam­pa più libe­ra, più demo­cra­zia. A chi con­vie­ne? A tut­ti, tran­ne a chi basa la sua fet­ta di pote­re e di influen­za sul­la pau­ra, sull’autoritarismo che rie­sce a eser­ci­ta­re, sul clien­te­li­smo e sull’interesse. Sono tan­ti, ma non sono la mag­gio­ran­za, nono­stan­te pos­sa­no occa­sio­nal­men­te con­trol­lar­la. Dob­bia­mo ricor­dar­ce­lo, che sia­mo di più noi, e che pos­sia­mo cam­bia­re le cose. Insie­me.

La coper­ti­na è l’im­ma­gi­ne crea­ta da Gior­gia Gior­gi per il Pri­mo Mag­gio di Pos­si­bi­le

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