Il voto nel merito e la voglia di decidere

E' sbagliato banalizzare l’esito del referendum del 4 dicembre riducendolo a un problema di “comunicazione”, come l’ex Premier afferma nella sua ultima intervista. All’interno di una serie di “riforme” che hanno avuto come filo conduttore la “chiusura”, la salvaguardia delle posizioni, quella della Costituzione sia stata correttamente individuata come la riforma pilota.

Per non ridur­re sem­pre tut­to a un pro­ble­ma di comunicazione

Cre­do, a dif­fe­ren­za di quan­to soste­nu­to dall’ex Pre­mier nel­la recen­te inter­vi­sta a Ezio Mau­ro, che il 4 dicem­bre le ita­lia­ne e gli ita­lia­ni abbia­no vota­to nel meri­to. Maga­ri non solo nel meri­to del­la rifor­ma costi­tu­zio­na­le, alla qua­le, però – pos­so assi­cu­ra­re per testi­mo­nian­za diret­ta – dav­ve­ro mol­tis­si­me per­so­ne si era­no inte­res­sa­te per cer­ca­re di com­pren­de­re qua­le sareb­be sta­to il loro desti­no in caso di vit­to­ria del Sì o del No. Il voto popo­la­re ha cer­ta­men­te coin­vol­to anche il meri­to di mol­te altre scel­te: dal­la rifor­ma del­la scuo­la (che nep­pu­re il Gover­no uscen­te riven­di­ca­va più come “buo­na”, tan­to che l’unica a spa­ri­re dal­la nuo­va com­pa­gi­ne gover­na­ti­va è sta­ta pro­prio la mini­stra Gian­ni­ni) al jobs act, dal­le scel­te ener­ge­ti­che mol­to fos­si­li alla dife­sa dei con­flit­ti di inte­res­si e dei pri­vi­le­gi par­la­men­ta­ri (con il bloc­co in una sola Came­ra, attra­ver­so il rin­vio in com­mis­sio­ne, del­le pro­po­ste vol­te a inci­de­re pro­prio su que­ste due que­stio­ni). E cer­ta­men­te, più in gene­ra­le, è sta­ta per­ce­pi­ta la soli­ta poli­ti­ca che ha fat­to scel­te di dife­sa di chi è sem­pre sta­to dife­so (come le ban­che), con­ti­nuan­do a dimen­ti­ca­re chi è sem­pre sta­to dimen­ti­ca­to. Ecco, incon­tran­do le per­so­ne, nei dibat­ti­ti sul­la rifor­ma costi­tu­zio­na­le, anche il meri­to di que­ste altre que­stio­ni emergeva.

Cre­dia­mo sia sba­glia­to bana­liz­za­re l’esito del refe­ren­dum del 4 dicem­bre ridu­cen­do­lo a un pro­ble­ma di “comu­ni­ca­zio­ne”, come l’ex Pre­mier affer­ma nel­la sua ulti­ma inter­vi­sta, in cui si dice dispia­ciu­to di “non esse­re riu­sci­to a far capi­re quan­to fos­se impor­tan­te per l’Italia que­sta rifor­ma”. Ci sem­bra, inve­ce, che all’interno di una serie di “rifor­me” che han­no avu­to come filo con­dut­to­re la “chiu­su­ra”, la sal­va­guar­dia del­le posi­zio­ni, quel­la del­la Costi­tu­zio­ne sia sta­ta cor­ret­ta­men­te indi­vi­dua­ta come la rifor­ma pilo­ta: con que­sta (soprat­tut­to uni­ta ad altre con­nes­se: da quel­la sugli enti loca­li a quel­la elet­to­ra­le) si cer­ca­va di dimi­nui­re la pos­si­bi­li­tà degli elet­to­ri di inci­de­re sull’indirizzo poli­ti­co, sul­la scel­ta dei loro rap­pre­sen­tan­ti, pro­met­ten­do stru­men­ti di par­te­ci­pa­zio­ne con­ge­gna­ti in modo da poter rima­ne­re sul­la car­ta, cer­can­do di ovat­ta­re qua­lun­que con­flit­to tra posi­zio­ni poli­ti­che diverse.

Ora, que­sta even­tua­li­tà è sta­ta for­tu­na­ta­men­te scon­giu­ra­ta da un sono­ro No pro­nun­cia­to da oltre dician­no­ve milio­ni di ita­lia­ni, pari a qua­si il 60% dei voti vali­di nel refe­ren­dum del 4 dicem­bre, ma i pro­ta­go­ni­sti del­la sta­gio­ne poli­ti­ca in cor­so (che è esat­ta­men­te la stes­sa che ha fat­to le scel­te boc­cia­te poco più di un mese fa, con qual­che apprez­za­bi­le dif­fe­ren­za dei toni del nuo­vo Pre­mier) sem­bra­no non ave­re col­to la dimen­sio­ne di quel voto, esat­ta­men­te come non fu col­ta la por­ta­ta del voto del feb­bra­io 2013, che ine­qui­vo­ca­bil­men­te indi­ca­va il rifiu­to di quel­la logi­ca del­le “lar­ghe inte­se” che ave­va ret­to nell’ultimo anno e mez­zo il Pae­se. Eppu­re quel­lo sche­ma è sta­to ripro­po­sto ben due vol­te, da un cer­to pun­to con una par­ven­za più “nuo­va” ma sostan­zial­men­te altret­tan­to con­ser­va­tri­ce e pur­trop­po spes­so rive­la­ta­si meno effi­ca­ce nel­la solu­zio­ne dei pro­ble­mi (met­ten­do in cam­po una quan­ti­tà di rifor­me – più o meno con­di­vi­si­bi­li – rea­liz­za­te male e quin­di inca­pa­ci di pro­dur­re risul­ta­ti, boc­cia­te dal­la Cor­te o boc­cia­te dagli elet­to­ri), facen­do gira­re tut­to mol­to velo­ce­men­te ma non di rado a vuo­to.

Que­sta scar­sa con­si­de­ra­zio­ne del voto del 4 dicem­bre sem­bra già visi­bi­le nel­le pri­me dichia­ra­zio­ni sul­la leg­ge elet­to­ra­le, anco­ra una vol­ta impron­ta­te a una gran­de appros­si­ma­zio­ne che acco­sta Mat­ta­rel­lum e pre­mio di mag­gio­ran­za, dop­pio tur­no di col­le­gio e bal­lot­tag­gio nazio­na­le, col­le­gi uni­no­mi­na­li e liste bloc­ca­te, sen­za una chia­ra idea di come rico­strui­re la rap­pre­sen­tan­za e la partecipazione.

Al con­tra­rio, sareb­be neces­sa­rio ripar­ti­re pro­prio dal fat­to che il 4 dicem­bre, di fron­te a una doman­da che evi­den­te­men­te inte­res­sa­va gli elet­to­ri, que­sti sono anda­ti a vota­re in un nume­ro inat­te­so e supe­rio­re a quel­lo ormai soli­to nel­le ele­zio­ni. Per­ché? For­se per­ché l’offerta poli­ti­ca del­le ulti­me ele­zio­ni non era inte­res­san­te? For­se per­ché non c’è più inte­res­se per vota­re sol­tan­to una fac­cia – o qual­che fac­cia – e si vor­reb­be sape­re per fare cosa?

Nel­lo scri­ve­re la leg­ge elet­to­ra­le si dovreb­be tene­re pre­sen­te la gran­de voglia di par­te­ci­pa­re, di poter deci­de­re, dimo­stra­ta il 4 dicem­bre e non disper­der­si in alchi­mie con “pre­mi a scen­de­re” e coa­li­zio­ni for­za­te da soglie dif­fe­ren­zia­te per chi va da solo e chi si allea, pen­sa­te più che altro per evi­ta­re la vit­to­ria o l’affermazione di qual­cu­no. Anche ricor­dan­do che da quan­do si con­ce­pi­sco­no leg­gi elet­to­ra­li “con­tro”, que­ste risul­ta­no affet­te da inco­sti­tu­zio­na­li­tà. Il perio­do, così a ridos­so del­le ele­zio­ni, non è trop­po favo­re­vo­le per l’approvazione di una leg­ge elet­to­ra­le, tan­to che il codi­ce di buo­na con­dot­ta elet­to­ra­le del Con­si­glio d’Europa esclu­de­reb­be l’approvazione del­la leg­ge elet­to­ra­le nell’anno ante­ce­den­te alle ele­zio­ni, per­ché si può esse­re trop­po con­di­zio­na­ti dal pro­prio imme­dia­to tor­na­con­to, ma a que­sto sia­mo costret­ti dal­la irre­spon­sa­bi­le appro­va­zio­ne dell’Italicum, su cui il gover­no appo­se addi­rit­tu­ra la fidu­cia, con­ce­pi­to per l’elezione di una sola Came­ra del­le due elet­ti­ve (pun­tan­do sull’azzardo di un voto a favo­re del­la eli­mi­na­zio­ne del suf­fra­gio uni­ver­sa­le diret­to per il Sena­to). L’ultimo atto di un Par­la­men­to figlio di una leg­ge elet­to­ra­le inco­sti­tu­zio­na­le e che ne ha pro­dot­ta mez­za (cioè una per la scel­ta dei soli depu­ta­ti) su cui gra­va­no dub­bi di inco­sti­tu­zio­na­li­tà che pre­sto saran­no sciol­ti dal­la Cor­te potreb­be esse­re – final­men­te – la appro­va­zio­ne di una leg­ge elet­to­ra­le in cui la deter­mi­na­zio­ne del­la mag­gio­ran­za dipen­da dai voti otte­nu­ti e non da mere clau­so­le di leg­ge (come con il Por­cel­lum e l’Italicum o qua­lun­que siste­ma “a premi”).

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