Unioni civili: una legge discriminatoria alla quale non si può dire sì

Aspettavamo da tempo che in Italia tutte le famiglie fossero uguali. Aspettavamo che lo fossero tutte le bambine e tutti i bambini, senza distinzione tra quelli che hanno un solo genitore e quelli che ne hanno due, senza distinzione tra quelli che hanno genitori di diverso sesso e quelli che li hanno dello stesso sesso. Aspettavamo che tutte le persone che vogliono condividere la propria vita, i propri affetti e i propri beni, e che vogliono assistersi reciprocamente potessero farlo nello stesso modo, secondo una legge uguale per tutti, come richiede la Costituzione. La soluzione più semplice e più giusta, più rispettosa del principio di uguaglianza, è per noi una sola: il matrimonio ugualitario, per tutti nello stesso modo, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, tra i coniugi e verso i figli, naturali o adottivi.

Abbiamo visto arrivare tutti i Paesi dell’Europa occidentale e molti Stati americani: prima con le unioni civili, per tutti, e poi sempre più spesso con il matrimonio ugualitario. Ora, che così tanti Stati sono arrivati a questa soluzione, nel rispetto di un’autentica uguaglianza, l’Italia arrancalast and least – nell’approvazione di una legge, ancora una volta governativa e ancora una volta conservatrice, che sancisce quella discriminazione che fino ad ora derivava dalla mancanza di una legge. Le coppie dello stesso sesso sono confinate in una sottospecie di “matrimonio di serie B”, al quale è tolto l’obbligo di fedeltà, certo non tra i più rispettati, ma significativo di un impegno nella relazione, di un’esclusività del rapporto che lo rende unico, di un rispetto reciproco che può essere d’esempio anche per i figli. La eliminazione di quest’obbligo, che è senza oneri per lo Stato, non ha naturalmente altro senso che quello di svilire la relazione omosessuale e la sua veste giuridica: l’unione civile. Quella di cui gli omosessuali dovranno accontentarsi mentre guardano coppie come la loro, ma composta da due persone di sesso diverso, potersi sposare, poter avere una famiglia con figli. Quelli che a loro sono negati, sempre e comunque, anche quando uno dei componenti della coppia è il genitore naturale. È questa un’altra discriminazione, forse la più odiosa, proprio perché discrimina anche i figli, ancora una volta senza senso, solo per il sopravvivere di una mentalità ipocrita, conservatrice e datata, contro il buon esito di ormai così tante esperienze straniere, contro l’orientamento ormai assunto dalla magistratura più attenta al rispetto dei diritti.

La legge che verrà approvata oggi, in sostanza, raggira ancora una volta i cittadini. Darà loro l’impressione – che sarà certamente agevolata dalla circolazione di notizie approssimative – che finalmente abbiamo una legge che tutela i diritti di tutte le coppie e di tutte le famiglie. Porterà qualcuno a dire che l’Italia non è più sola in Europa a negare i diritti ad alcune coppie, a discriminare in base al l’orientamento sessuale. E quindi darà loro un’impressione sbagliata. Anzi, falsa. Le coppie composte da persone dello stesso sesso – e solo loro (non i loro figli) – acquisteranno alcuni diritti, questo è vero, ma lo faranno dovendo accettare una situazione di minorità. Di discriminazione. Ghettizzati nel recinto “per omosessuali” delle coppie di fatto mentre il grande spazio del matrimonio rimane privilegio degli eterosessuali.

Per questi motivi Possibile – che ha nella sua Carta fondamentale, nel suo statuto, nel suo simbolo l’Uguaglianza – non potrà certamente votare questa legge. La mancanza di un voto contrario è soltanto una manifestazione di attenzione verso la attribuzione di alcuni diritti, che però – lo ripetiamo – noi vorremmo pieni, uguali. Uguali per tutti, per donne e uomini, donne e donne, uomini e uomini e soprattutto per tutti i loro figli. Come nel matrimonio ugualitario. Questo è il nostro programma e il nostro impegno, che proseguirà domani con la stessa determinazione di sempre, essendo ancora – e ugualmente – necessario.

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