Il tempo di migrare, ancora

Era di novembre, il 21, all’alba di quel Novecento che tanto a fondo dovette poi sconvolgere la storia, quando il mio bisnonno seppe l’odore dell’aria a Ellis Island. Scendeva dall’Aller, bastimento del Lloyd Germanico salpato da Napoli, lo stesso che tanto impressionò l’allora corrispondente da New York del Giornale d’Italia per i maltrattamenti subiti dai migranti, fino a sortire addirittura – e all’epoca i signori non erano soliti muoversi per i cafoni – un’interrogazione del deputato Luigi Morandi al ministro della Marina, nel dicembre del 1901. E, curioso paradosso, il miracolo economico aveva appena finito di dispiegare i suoi effetti quando, nel marzo del ’64, fu mio nonno a varcare i confini, verso la Svizzera a far mattoni per le case dei ricchi, lui che per riparo dalle stelle in quella terra aveva solamente il tetto d’una baracca.

Potrei continuare con la saga, e mettendoci pure le migrazioni interne, anche fino a diventarne io stesso protagonista. Non è quindi un fatto nuovo, soprattutto per quelli nati più o meno nei posti dove sono nato io, in cui l’emigrazione è una tappa naturale nella crescita di ognuno: si viene al mondo, si diventa grandi, si va via a cercar fortuna da un’altra parte. Nondimeno, leggere questa mattina i dati del Rapporto Italiani nel Mondo 2016, realizzato e presentato a Roma dalla Fondazione Migrantes, mi ha impressionato. Nello scorso anno, sono andate via dall’Italia 107.529 persone. Di queste, più di un terzo sono i giovani fra i 18 e i 34 anni (39.410, il 36,7 per cento), e in gran parte, 16.568, hanno scelto la Germania. Le regioni da cui si è partiti di più (ché la retorica demagogica è spesso urticante proprio perché falsa) sono state la Lombardia (20.888) e il Veneto (10.374).

Non solo non è finita la crisi, non solo la cabalistica numerologia di potere non racconta la realtà che ha spinto un numero di persone pari a quello di un capoluogo medio del “bel Paese” a lasciarlo, ma si è tornati a prendere le valigie, che ora chiamiamo trolley e riempiamo d’identica malinconia di quando eran di cartone. Rispetto al 2014, nel 2015 gli iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, sono stati il 6,2 per cento in più, portando il totale degli italiani al di là dei confini a raggiungere quota 4.811.163 (più 3,7 per cento).

Mentre tutto questo accadeva, mentre i ragazzi, anche quelli più preparati, pure i migliori, lasciavano l’Italia, quelli che rimanevano, vomitavano indicibili spropositi contro quanti, con modi differenti e disperazione incomparabilmente maggiore, provavano a trovare una via per il loro stare al mondo, o tamburellavano giulivi sull’efficacia impalpabile come un tweet di misure arcane fin nella lingua che s’incaricava di spiegarle e che solo, dicevano, uno sguardo accecato dall’odio pregiudiziale poteva non scorgere.

Chiedendoti poi da dove nascesse la sfiducia e perché paresse cedere al rancore.

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