Siamo qui per imparare

«Se nel Pd entra gente che non c’entra nulla con la nostra storia», dice Bersani, «il Pd diventa un’altra cosa, e io non so più se ci voglio stare». Ma non è tutto. Ai ragazzi della scuola di formazione dem, Cuperlo ha precisato: «Se nel Pd entra la destra, questo non è più il nostro partito». Chiaro, no?

Beh, mica tanto. Perché io davvero non la capisco questa loro avversione personalistica. Nel senso, cioè, che non capisco l’avversione per i personaggi, ma non per le politiche. Insomma, nel Pd è da tempo che c’è la destra, politicamente parlando, intendo. Se non altro, quella sufficiente a far sì che quel partito approvasse, d’un fiato e senza fiatare, una legislazione sul lavoro che nemmeno Berlusconi, la riforma della scuola che voleva l’Aprea ai tempi della Gelmini e della Moratti, le libere trivelle in libero mare e libera terra, colate di cemento da Lupi, e infatti proprio lui le aveva volute, una riforma elettorale che mette le ali al Porcellum, la riscrittura della Costituzione nel solco dei saggi della baita di Lorenzago, un “piano casa” law and order, però solo per chi occupa per disperazione immobili vuoti, non per quelli che li costruiscono per speculazione sapendo che tali rimarranno, eccetera, eccetera, eccetera.

Poi, per carità, ognuno la può vedere come vuole e ciascuno ha la resistenza che ha. È tuttavia curioso che si metta il veto sui nomi e non sulle pratiche. Può sembrare strano, me ne rendo conto, eppure molti se ne sono andati dal Pd perché le cose che stava facendo non piacevano, non perché fossero loro antipatici, per dire, Andrea Romano o Stefania Giannini.

L’autorevole Gotor adesso spiega che «la scissione sarà una decisione collettiva, e non una somma sgangherata di narcisismi alla Civati». Boh, di nuovo non comprendo il senso delle parole, a parte l’ossessione ritornante al personalismo. Vuol dire che ci sarà una scissione? E quando, e perché? Va bene stare nel partito del Jobs Act e della Buona Scuola, dell’Italicum con la fiducia e pure della riforma costituzionale che, combinandosi con quella elettorale, «rompe l’equilibrio democratico», ma se si fanno la tessera quelli con cui, in un modo o nell’altro, dall’inizio di questa legislatura sono alleati, allora fanno saltare tutto?

In ogni caso, siamo al mondo per apprendere, anche come si facciano le scissioni “serie”.

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