Quando i voti non (si) contano

Quindici milioni di persone (pari a poco più del 32% del corpo elettorale) sono andate a votare e l’85% di queste si è espresso per abrogare una norma che – contro le regole della concorrenza – prevede trivellazioni senza limiti (di tempo) nell’ambito delle concessioni entro le dodici miglia.

La volontà di questi elettori, però, non avrà nessun peso, nessun seguito, perché nella Costituzione è stato previsto che il referendum produca l’abrogazione soltanto se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è stata raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. Si tratta di una disposizione che, assente nel progetto Mortati, fu poi introdotta per evitare – precisò il costituente Paolo Rossi – che «una legge, eventualmente approvata con larghissima maggioranza dai due rami del Parlamento, fosse abrogata col 17 o 16 o 15 per cento degli elettori iscritti». Quando fu introdotta nessuno pensava che i contrari all’abrogazione l’avrebbero strumentalizzata, sommando i propri voti a quelli di chi si astiene per i motivi più diversi. Non esercitare il proprio voto, conquistato con tanta fatica (e per le donne così tardi), definito dalla Costituzione come «dovere civico» era praticamente impensabile (ricordiamo che votava nelle prime elezioni il 90% degli aventi diritto).

Fu infatti scandalosa la proposta avanzata da Pannella, ormai nel 1985, di invito all’astensione nel referendum sulla scala mobile. E anzi la Cassazione precisò come la sanzione contro il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle proprie funzioni, fa propaganda per l’astensione valga anche per il referendum (del resto è la stessa legge sul referendum a stabilirlo).

Successivamente, invece, quell’invito è diventato la regola, divenendo celebre nel 1991, quando il segretario del Psi che spingeva gli elettori ad «andare al mare» fu clamorosamente smentito da quasi trenta milioni di cittadini.

Invece, nel 1990, nel 1997, nel 1999, nel 2000, nel 2003, nel 2005, nel 2009 e – appunto – nel 2016 l’invito è andato a segno e non è stato raggiunto il quorum di partecipazione, non perché il referendum non interessasse, ma perché coloro ai quali interessava mantenere la legge hanno deciso di seguire la strada più facile: quella di unirsi a coloro che si astenevano per i più diversi motivi, evitando il confronto ad armi pari nelle urne. Così abbiamo visto votare fino a un minimo del 23,49% nel 2009 e del 25,6% nel 2005, mentre, tra i partecipanti, i “Sì”, cioè i favorevoli all’abrogazione, risultavano sempre numerosissimi: ad esempio, nel 2005 e nel 2009, tra l’87% e l’88%, pari a dieci milioni di voti; nel 1999, il 91,5%, pari a 21 milioni di voti.

Sono stati così ignorati milioni e milioni di elettori, molti più di quelli con il sostegno dei quali si attribuiscono premi di maggioranza, si formano governi o si pretende di considerarli confermati con elezioni “di medio termine”. Basti pensare che mentre il voto dei tredici milioni che hanno votato “Sì” a questo referendum non conterà nulla, quello di dieci milioni di elettori, espresso nel 2013 a favore della coalizione di centrosinistra, ha determinato l’attribuzione del premio di maggioranza (incostituzionale); basti pensare che questo governo si regge su una maggioranza composta da partiti che (anche volendo considerare a Ncd, assai generosamente, la metà dei consensi ottenuti dal PdL) valgono certamente meno di sedici milioni di voti; basti pensare che il celebre 40% dei voti ottenuto alle elezioni europee dal Pd corrisponde a undici milioni di voti.

Ecco, ci si chiede se, così stando le cose, sia ragionevole ignorare il voto dei cittadini che si pronunciano molto chiaramente su una questione specifica, prendendo parte attiva a un dibattito pubblico dal quale alcuni loro rappresentanti (termine talvolta davvero poco appropriato) nelle istituzioni vorrebbero tenerli fuori.

In passato sono stati proposti diversi rimedi: dal “quorum zero”, ai due quinti (inizialmente previsto alla Costituente) alla maggioranza di coloro che hanno votato nelle ultime elezioni della Camera dei deputati (presumendo questi come gli elettori attivi). Quest’ultima soluzione, già prevista dallo Statuto della Regione Toscana, è stata solo parzialmente accolta dalla proposta di revisione costituzionale recentemente approvata dal Parlamento, in attesa di referendum popolare. Infatti essa rimane subordinata al fatto che a proporre il referendum siano stati almeno ottocentomila elettori e quindi non avrebbe potuto trovare applicazione nel caso di specie, perché la proposta proveniva dalle Regioni.

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