Le criticità storiche della manutenzione e come uscirne

Se avremo successo come diceva Pier Giorgio Perotto, forse non trasformeremo il mondo e non si vedrà: ma non si vedrà il degrado diffuso delle nostre città, dei nostri edifici pubblici, delle nostre strade, dei nostri spazi verdi, dei nostri marciapiedi; e, forse, anche qualche ponte o qualche tetto in meno che crollerà.

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Continua ad esi­ste­re e per­si­ste­re, in que­sto pae­se, una “cri­ti­ci­tà sto­ri­ca del­la manu­ten­zio­ne”, ben espres­sa in que­sta fra­se di Tom­ma­so Moro[1] che nel 1516 descri­ve­va la sua socie­tà idea­le che si chia­ma­va, man­co a dir­lo “Uto­pia”.

«Non c’è luo­go sul­la ter­ra, in cui la costru­zio­ne o ripa­ra­zio­ne di fab­bri­ca­ti non richie­da l’opera con­ti­nua di tan­ti e tan­ti ope­rai, e ciò per la bel­la ragio­ne che ogni figlio, con scar­so spi­ri­to eco­no­mi­co lascia a poco a poco anda­re in rovi­na ciò che suo padre ha costruito. 

Ben potreb­be, qua­si sen­za spe­sa, man­te­ner­lo (…) ma no, è il suo ere­de che sarà costret­to, con gran dispen­dio, a rifar tut­to dac­ca­po» («Uto­pia» Tom­ma­so Moro, 1516)

“Manu­te­ne­re” signi­fi­ca, let­te­ral­men­te, “tene­re con la mano”.

Era un’arte del «saper fare», la cui pra­ti­ca si acqui­si­va in can­tie­re, che com­pren­de­va l’insie­me del­le ope­ra­zio­ni neces­sa­rie a man­te­ne­re un deter­mi­na­to ogget­to in sta­to di effi­cien­za, sto­ri­ca­men­te con­nes­sa ai con­cet­ti di man­te­ni­men­to e di con­ser­va­zio­ne.

400 anni dopo Tom­ma­so Moro, un “non addet­to ai lavo­ri”, Pier Gior­gio Perot­to, inge­gne­re e pio­nie­re dell’informatica ita­lia­no, che come pro­get­ti­sta del­la Oli­vet­ti, lega il suo nome al “Pro­gram­ma 101” (il pri­mo esem­pla­re di per­so­nal com­pu­ter), defi­ni­va le atti­vi­tà manu­ten­ti­ve evi­den­zian­do, in manie­ra sem­pli­ce ed imme­dia­ta, il valo­re e l’importanza del­la cor­ret­ta gestio­ne del­le atti­vi­tà manu­ten­ti­ve in qual­sia­si cam­po esse sia­no appli­ca­te:

«Le atti­vi­tà di manu­ten­zio­ne non pre­ten­do­no di tra­sfor­ma­re il mon­do, i loro obiet­ti­vi non sono espri­mi­bi­li in modo sem­pli­ce, non han­no il fasci­no moz­za­fia­to di atti­vi­tà che pro­du­co­no ogget­ti con pre­sta­zio­ni ele­va­tis­si­me, van­no con­ti­nua­men­te e perio­di­ca­men­te ripe­tu­te, se han­no suc­ces­so il loro effet­to non si vede. » (Pier Gior­gio Perot­to, Tori­no 24 dicem­bre 1930 – Geno­va 23 gen­na­io 2002)

In mez­zo a que­ste due fra­si c’è l’e­po­ca del­lo svi­lup­po indu­stria­le e tec­no­lo­gi­co, dove il manu­te­ne­re” diven­ta sem­pre di più il “man­te­ne­re in sta­to di effi­cien­za al mini­mo costo”, e gli ambi­ti manu­ten­ti­vi si amplia­no (dal­l’e­di­li­zia, al ter­ri­to­rio, all’am­bien­te, ecc.) e si spe­cia­liz­za­no sem­pre di più ( manu­ten­zio­ne edi­li­zia, del ter­ri­to­rio, dell’ambiente, ecc.), com­por­tan­do non solo un van­tag­gio eco­no­mi­co, in quan­to costo evi­ta­to, ma asso­cian­do­si anche all’idea di pre­ven­zio­ne del dan­no, di sicu­rez­za, di sal­va­guar­dia del­la salu­te e dell’ambiente.

Ecco dun­que, che la manu­ten­zio­ne non può esse­re anco­ra oggi con­si­de­ra­ta ed approc­cia­ta, solo come una pra­ti­ca suf­fi­cien­te e neces­sa­ria a far sì che un bene o un ogget­to, con­ti­nui a resta­re effi­cien­te ed effi­ca­ce nel­lo svol­ge­re la sua fun­zio­ne immu­ta­to nel tem­po, dal­la sua costru­zio­ne all’e­ter­ni­tà.

Ma va con­si­de­ra­ta ed approc­cia­ta come una scien­za da appli­ca­re in manie­ra costan­te coin­vol­gen­do tut­te le cono­scen­ze, le com­pe­ten­ze e le tec­no­lo­gie atte a con­sen­ti­re a chi ne ha, a qual­sia­si tito­lo, le respon­sa­bi­li­tà, di segui­re il ciclo uti­le di vita del­l’og­get­to da manu­te­ne­re, qual­sia­si esso sia: moni­to­ran­do ed ana­liz­zan­do pun­tual­men­te ed in modo qua­si istan­ta­neo i suoi com­por­ta­men­ti, la sua rispon­den­za all’u­so, alle fun­zio­ni che è chia­ma­to a svol­ge­re, inter­ve­nen­do anche in manie­ra pre­ven­ti­va (non solo a gua­sto), garan­ten­do e sal­va­guar­dan­do la sicu­rez­za di chi lo usa, lo abi­ta, ci vive, ci lavo­ra.

Dun­que la manu­ten­zio­ne, non ser­ve ad esclu­de­re la neces­si­tà di sosti­tui­re l’og­get­to, anzi: deve ricom­pren­de­re tra i suoi costi anche quel­li da desti­na­re alla sua even­tua­le demo­li­zio­ne e rico­stru­zio­ne o per rin­no­var­lo com­ple­ta­men­te, se que­sto non rispon­de più alle neces­si­tà fun­zio­na­li che deve assol­ve­re, o per invec­chia­men­to dei mate­ria­li o del­le com­po­nen­ti che lo costi­tui­sco­no, o per­ché cam­bia­no le esi­gen­ze d’u­so cui deve rispondere.

A que­sta manu­ten­zio­ne andreb­be­ro garan­ti­te risor­se eco­no­mi­che e com­pe­ten­ze tec­ni­che, con atti­vi­tà di aggior­na­men­to e ricer­ca costan­ti, in linea con l’in­no­va­zio­ne tec­no­lo­gi­ca dei mate­ria­li, del­le tec­ni­che costrut­ti­ve, del­le cono­scen­ze scientifiche.

Inve­ce si con­ti­nua anco­ra a con­ce­pi­re l’«investire in manu­ten­zio­ne » come un obiet­ti­vo «mino­re» tra le scel­te stra­te­gi­che degli enti e dei gover­ni: il pri­mo ad esse­re sacri­fi­ca­to quan­do si trat­ta di ridur­re le voci di spe­sa nei bilan­ci.

Per l’i­nau­gu­ra­zio­ne del nuo­vo si taglia il “nastro”; nel­la manu­ten­zio­ne si taglia­no solo i bilan­ci.

Si pre­fe­ri­sce dimen­ti­ca­re che anche il “nuo­vo” dal gior­no dopo del­la sua inau­gu­ra­zio­ne, va manu­te­nu­to, dan­do attua­zio­ne ai quei pia­ni di manu­ten­zio­ne che, soprat­tut­to per le ope­re pub­bli­che, sono docu­men­ti obbli­ga­to­ri del pro­get­to ese­cu­ti­vo già pre­vi­sti ai sen­si dell’art. 33 del dpr 207/2010.[2]

Il Pia­no di manu­ten­zio­ne, per cia­scu­na ope­ra pro­get­ta­ta, com­pren­de il Manua­le d’uso, il Manua­le di manu­ten­zio­ne ed il Pro­gram­ma di manu­ten­zio­ne, e deve esse­re aggior­na­to tenen­do con­to dell’opera effet­ti­va­men­te rea­liz­za­ta allo sco­po di garan­ti­re nel tem­po il man­te­ni­men­to del­le sue carat­te­ri­sti­che di qua­li­tà e di efficienza.

La nor­ma­ti­va richie­de anche che ven­ga­no indi­vi­dua­ti i requi­si­ti e le pre­sta­zio­ni del manu­fat­to in cor­so di pro­get­ta­zio­ne affin­ché tali carat­te­ri­sti­che pos­sa­no esse­re sti­ma­te e garan­ti­te: ovve­ro quan­to costa manu­te­ne­re perio­di­ca­men­te e costan­te­men­te l’o­pe­ra e ognu­na del­le sue parti.

La recen­te tra­ge­dia del Pon­te Moran­di che ha col­pi­to non solo la mia cit­tà, Geno­va, ma tut­to il siste­ma pae­se, ha riac­ce­so per l’en­ne­si­ma vol­ta il dibat­ti­to su que­sti temi e su come, per l’en­ne­si­ma vol­ta vi sia il rischio di sci­vo­la­re nel­la logi­ca del­l’u­na tan­tum, del­l’in­ter­ven­to emer­gen­zia­le che, comun­que, oggi è neces­sa­rio a supe­ra­re la cri­ti­ci­tà e a rimet­te­re a nuo­vo e ripa­ra­re quan­to è sta­to distrut­to, per poi ripren­de­re a com­por­tar­ci come quel “figlio” cita­to 4 seco­li fa da Toma­so Moro, che “con scar­so spi­ri­to eco­no­mi­co” dopo gli ingen­ti inve­sti­men­ti che saran­no neces­sa­ri per rifar tut­to da capo, lascian­do “a poco a poco anda­re in rovi­na” ciò che si è (ri)costruito.

Uscia­mo da que­sta logi­ca: fac­cia­mo del­la manu­ten­zio­ne la più gran­de ope­ra pub­bli­ca per que­sto pae­se in cui inve­sti­re risor­se, pub­bli­che e richia­ma­re quel­le pri­va­te, nei pros­si­mi 10, 20 anni:

  • pre­di­spo­nen­do fon­di e risor­se per garan­ti­re ad enti e sog­get­ti com­pe­ten­ti, l’ef­fet­tua­zio­ne di inda­gi­ni, accer­ta­men­ti dia­gno­sti­ci, inter­ven­ti e appro­fon­di­men­ti cono­sci­ti­vi, col­lau­di, sui beni affi­da­ti loro in manu­ten­zio­ne e dei qua­li, spes­so, non pos­sie­do­no nep­pu­re i dise­gni ese­cu­ti­vi di quan­to realizzato;
  • ulti­liz­zia­mo i dati per pre­di­spor­re per cia­scun bene, il rela­ti­vo Pia­no di manu­ten­zio­ne che costi­tui­sca per tut­to il ciclo di vita uti­le del manu­fat­to, il pro­to­col­lo manu­ten­ti­vo dei con­trol­li e degli inter­ven­ti da ese­gui­re, con la pro­gram­ma­zio­ne dei tem­pi e dei costi da inve­sti­re per la loro ese­cu­zio­ne, e pre­ve­den­do e ren­den­do obbli­ga­to­rio, anche per gli even­tua­li con­ces­sio­na­ri, l’ac­can­to­na­men­to del­le som­me neces­sa­rie alla even­tua­le rico­stru­zio­ne e sosti­tu­zio­ne ex novo del­le par­ti o del­l’in­te­ro bene;
  • rico­struia­mo le strut­tu­re e le com­pe­ten­ze tec­ni­che neces­sa­rie, “que­ste sì nazio­na­li e pub­bli­che” all’in­ter­no degli enti e del­le strut­tu­re sta­ta­li, per l’ef­fet­tua­zio­ne dei con­trol­li e per la gestio­ne del­l’at­tua­zio­ne e del­l’ag­gior­na­men­to dei pia­ni e pro­gram­mi manu­ten­ti­vi, vin­co­lan­do alla loro attua­zio­ne il rila­scio di ulte­rio­ri fon­di e risorse;
  • coin­vol­gia­mo e sen­si­bi­liz­zia­mo i cit­ta­di­ni, le loro asso­cia­zio­ni, i comi­ta­ti, come pri­mi con­trol­lo­ri e pre­si­di sul ter­ri­to­rio.

Se avre­mo suc­ces­so come dice­va Pier Gior­gio Perot­to, for­se non tra­sfor­me­re­mo il mon­do e non si vedrà: ma non si vedrà il degra­do dif­fu­so del­le nostre cit­tà, dei nostri edi­fi­ci pub­bli­ci, del­le nostre stra­de, dei nostri spa­zi ver­di, dei nostri mar­cia­pie­di; e, for­se, anche qual­che pon­te o qual­che tet­to in meno che crollerà.

Rober­ta Burroni

[1] Tho­mas More, lati­niz­za­to in Tho­mas Morus e poi ita­lia­niz­za­to in Tom­ma­so Moro (Lon­dra, 7 feb­bra­io 1478 – Lon­dra, 6 luglio 1535), è sta­to un uma­ni­sta, scrit­to­re e poli­ti­co cat­to­li­co ingle­se; è vene­ra­to come san­to dal­la Chie­sa cat­to­li­ca, cano­niz­za­to come mar­ti­re da papa Pio XI nel 1935. (fon­te: https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Moro)

[2] Rego­la­men­to di ese­cu­zio­ne ed attua­zio­ne del decre­to legi­sla­ti­vo 12 apri­le 2006, n. 163, recan­te «Codi­ce dei con­trat­ti pub­bli­ci rela­ti­vi a lavo­ri, ser­vi­zi e for­ni­tu­re in attua­zio­ne del­le diret­ti­ve 2004/17/CE e 2004/18/CE», ad oggi anco­ra vigente.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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