La vera storia dell’incostituzionalità della legge Madia

Alcuni giorni fa, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale la “legge Madia”, uno dei fiori all’occhiello del Governo in carica, che ha consumato molto rapidamente i passaggi richiesti dal bicameralismo perfetto (due mesi nella seconda Camera che ha apportato alcune modifiche su cui quella che era per prima intervenuta ha deliberato in due settimane).

Naturalmente, essendo la pronuncia intervenuta in prossimità del voto sul referendum costituzionale, di questa è stata data una lettura condizionata a quello. In particolare, i sostenitori della riforma costituzionale (a partire dal Governo e da esponenti di maggioranza che pure ricoprono cariche istituzionali), timorosi che questo potesse essere portato come esempio di cattiva legislazione, hanno inteso attaccare il sistema e sostenere – davvero poco avvedutamente – che la riforma costituzionale risolverebbe tutto questo.

La Corte costituzionale “blocca”, il sistema è sopraffatto dalla “burocrazia” (nella quale non è chiaro se si intenda far rientrare anche l’organo di giustizia costituzionale), siamo afflitti da lacci e lacciuoli. Insomma, il povero Governo che cerca “di cambiare le cose” (da quasi tre anni) come può farcela in questa situazione?

Ecco, la situazione è quella di un ordinamento che ha una Costituzione rigida, che sta cioè sopra la legge. Questo serve ad evitare che chi ha la maggioranza parlamentare in un determinato momento possa fare tutto ciò che vuole. Serve a garantire – quale che sia la maggioranza (della nazione, leghista, pentastellata, ecc.) – che il programma di governo che legittimamente si intende attuare si muova nei “paletti” fissati dalla Costituzione che garantisce tutti i cittadini da qualunque abuso. Perché magari un Governo che intende abusare della propria posizione non lo abbiamo mai avuto (o forse sì?) e magari non lo avremo mai (chissà), ma pensate se questo malauguratamente si verificasse, non sarebbe il caso di poterlo “bloccare”?

Che la Corte costituzionale “blocchi”, o meglio annulli, le leggi contrarie alla Costituzione è una garanzia per tutti, dà un senso al fatto di avere un Costituzione rigida. Stupisce che un politico di lungo corso che ha ricoperto importanti incarichi istituzionali commenti l’incostituzionalità della legge Madia dicendo “Che cos’altro ha in serbo la Corte costituzionale prima del 4 dicembre?”.

Nella sentenza n. 251 si fa presente come, incidendo la legge di delega su materie inestricabilmente di competenza esclusiva regionale, di competenza esclusiva statale e concorrente, in attuazione del principio di leale collaborazione, dovesse essere raggiunta, in sede di conferenza Stato-Regioni, un’intesa.

Si tratta di una conclusione rispetto alla quale la riforma costituzionale in questione non avrebbe portato sostanziali cambiamenti. Infatti questa, pur eliminando la potestà legislativa concorrente, mantiene alle Regioni ampia potestà legislativa. Anzi, alle Regioni continuerebbe a rimanere la competenza su tutto ciò che non è espressamente assegnato allo Stato, con la conseguenza che molte delle materie che la legge Madia coinvolge rimarrebbero comunque di competenza esclusiva regionale e quindi l’intesa sarebbe comunque necessaria.

A meno di non invocare ogni volta l’interesse nazionale o esigenze di tutela dell’unità giuridica della Repubblica.

Tuttavia, un uso troppo esteso di questi concetti finirebbe per svuotare sostanzialmente di competenze legislative le Regioni stesse, riducendoli a enti amministrativi. Ed è evidente come questo sarebbe in contraddizione, oltre che probabilmente con l’art. 5 della Costituzione (la Repubblica “promuove” le autonomie), con la stessa riforma costituzionale, laddove inserisce in Senato (organo che rimane prevalentemente legislativo) rappresentanti dei Consigli regionali, con funzioni di “raccordo” tra i diversi livelli di governo. Per di più, l’invocazione dell’interesse nazionale o dell’unità giuridica della Repubblica, in casi come questo, sarebbe certamente oggetto d’impugnazione da parte di Regioni (nel caso il Veneto) pronte a difendere il proprio ruolo (proprio come avvenuto nel caso di specie), dando così comunque luogo a ulteriore contenzioso.

In definitiva sembra che ancora una volta la soluzione non starebbe nelle “grandi riforme” ma nell’approvazione di buone leggi, ben pensate e poi ben scritte, nel rispetto della Costituzione e in particolare di quanto previsto a tutela delle autonomie.
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