La sfida italiana della Chimica Verde: leader silenziosi #primadeldiluvio

Continua la rassegna #Primadeldiluvio. Questa volta Sofia Mannelli ci parla della Chimica Verde e delle opportunità - sia di sviluppo che occupazionali - che offre al nostro paese, che già si colloca all'avanguardia nel settore.

Con­ti­nua la nostra ras­se­gna #Pri­ma­del­di­lu­vio, quel­lo vero. Per costrui­re un pro­gram­ma di gover­no che reg­ga dal pun­to di vista del­la soste­ni­bi­li­tà ambien­ta­le e del­lo svi­lup­po com­pa­ti­bi­le con le risor­se natu­ra­li. I con­tri­bu­ti pre­ce­den­ti, a ope­ra di esper­ti e ope­ra­to­ri di diver­si set­to­ri, li tro­va­te clic­can­do qui.

 

La Bio­e­co­no­mia è la teo­ria che, accer­ta­to il limi­te bio­fi­si­co alla cre­sci­ta sul­la Ter­ra, mira ad ela­bo­ra­re cri­ti­ca­men­te l’opposizione fra cre­sci­ta eco­no­mi­ca e svi­lup­po soste­ni­bi­le. All’interno di que­sta pen­sie­ro entra la Chi­mi­ca Ver­de che rap­pre­sen­ta un nuo­vo approc­cio, più soste­ni­bi­le, a tut­ti i pro­ces­si indu­stria­li che coin­vol­go­no la chimica.

Noi dell’Associazione Chi­mi­ca Ver­de Bio­net, inter­pre­tia­mo il con­cet­to con un’ac­ce­zio­ne anco­ra più ristret­ta: per noi rap­pre­sen­ta un rivo­lu­zio­na­rio cam­bia­men­to epo­ca­le, ovve­ro la sosti­tu­zio­ne del car­bo­nio di ori­gi­ne fos­si­le, per­trol­chi­mi­ca, con car­bo­nio rin­no­va­bi­le di ori­gi­ne vege­ta­le.

Si par­la mol­to di decar­bo­niz­za­zio­ne dell’economia e la chi­mi­ca ver­de rap­pre­sen­ta una pie­tra milia­re del­la ridu­zio­ne del­le emis­sio­ni cli­mal­te­ran­ti, in quan­to riu­ni­sce intor­no a se l’insieme del­le tec­no­lo­gie che — par­ten­do sia da mate­rie pri­me vege­ta­li, sia da col­tu­re col­ti­va­te che da resi­dui e scar­ti — pos­so­no e potran­no pro­dur­re bio­pla­sti­che, pro­dot­ti per bio­e­di­li­zia, bio­co­sme­si, mole­co­le atti­ve per mez­zi tec­ni­ci per l’agricoltura così come per ali­men­ta­zio­ne uma­na e nutra­ceu­ti­ca, pro­dot­ti ener­ge­ti­ci, i cosid­det­ti “bui­ding blocks” (ovve­ro inter­me­di di chi­mi­ca di base con cui costrui­re com­po­sti com­ples­si). Pra­ti­ca­men­te qua­si tut­to quel­lo che attual­men­te ha una com­po­nen­te di ori­gi­ne fos­si­le può esse­re pro­dot­to in modo soste­ni­bi­le e rinnovabile.

Que­sti bio­pro­dot­ti ven­go­no rea­liz­za­ti nell’industria del futu­ro che ha il nome di “Bio­raf­fi­ne­ria”. Un model­lo indu­stria­le nuo­vo che per­met­te di pro­dur­re bio­pro­dot­ti soste­ni­bi­li diver­si, oltre che di ridur­re al con­tem­po l’uso del­le mate­rie pri­me, spes­so impor­ta­te da pae­si lon­ta­ni, e quel­lo dei rifiu­ti.

Si trat­ta di più impian­ti in un uni­co sito, dove le mate­rie pri­me in ingres­so, di soli­to pro­ve­nien­ti dal ter­ri­to­rio cir­co­stan­te, entra­no in un pro­ces­so defi­ni­to “a casca­ta”, nel qua­le il resi­duo di un impian­to rap­pre­sen­ta la mate­ria pri­ma in ingres­so dell’impianto suc­ces­si­vo, fin quan­do dall’ultimo scar­to non si rie­sce più ad estrar­re nien­te, sia per costi trop­po ele­va­ti, sia per­ché ormai è sta­to vera­men­te uti­liz­za­to al meglio. Nor­mal­men­te l’ultimo scar­to vie­ne uti­liz­za­to per pro­dur­re ener­gia. Il tut­to con cri­te­ri di soste­ni­bi­li­tà che ne assi­cu­ri­no il risul­ta­to miglio­re in ter­mi­ni di mino­ri emis­sio­ni e mino­re impat­to sull’ambiente e sul­la salu­te del­le persone.

Non è fan­ta­scien­za, l’Italia con le sue PMI e gli impor­tan­ti cen­tri di ricer­ca pub­bli­ca e pri­va­ta, rap­pre­sen­ta uno dei lea­der del set­to­re a livel­lo mon­dia­le. Si pro­du­co­no già bio­pla­sti­che par­ten­do dal car­do in Sar­de­gna; bio­e­ta­no­lo par­ten­do dal­la paglia e da altra cel­lu­lo­sa in Pie­mon­te; si pro­du­co­no bio­lu­bri­fi­can­ti e bio­de­ter­gen­ti par­ten­do dai resi­dui del­la filie­ra olea­ria in Puglia; si pro­du­co­no manu­fat­ti di bio­pla­sti­che par­ten­do dai resi­dui del­la filie­ra del­la bar­ba­bie­to­la da zuc­che­ro in Emi­lia Roma­gna; mole­co­le atti­ve e cor­ro­bo­ran­ti che sosti­tui­sco­no bio­fu­mi­gan­ti estre­ma­men­te tos­si­ci ma neces­sa­rie nel­la dife­sa fito­sa­ni­ta­ria in Tosca­na, par­ten­do da alcu­ne pian­te sele­zio­na­te dal­la ricer­ca del CREA; pan­no­li­ni bio­de­gra­da­bi­li e com­po­sta­bi­li, ovve­ro da poter esse­re mes­si nel con­te­ni­to­re dell’umido, nel­la rac­col­ta dif­fe­ren­zia­ta. Pos­sia­mo pre­sen­ta­re mil­le altri esem­pi, come i gio­iel­li rea­liz­za­ti con scar­ti dell’industria itti­ca, la “Pel­le­me­la” rea­liz­za­ta con gli scar­ti del­le mele con la qua­le già si fab­bri­ca­no scar­pe, vesti­ti e diva­ni, o vaschet­te di “Poli­pla”, pra­ti­ca­men­te iden­ti­co al poli­sti­re­ne ma pro­dot­to da amido.

Quel­lo che è impor­tan­te sape­re è che que­sti esem­pi ripor­ta­ti non rap­pre­sen­ta­no pro­du­zio­ni di nic­chia per pochi inna­mo­ra­ti dell’ecosostenibilità: sono pro­dot­ti in milio­ni di pez­zi e ven­du­ti in tut­to il mon­do. Spes­so non sap­pia­mo di ave­re in mano un bio­pro­dot­to ma, già sono nell’uso quo­ti­dia­no, la car­ta dove si met­te la baguet­te cal­da nei super­mer­ca­ti ha una fine­stra tra­spa­ren­te: quel­la è una bio­pla­sti­ca. Mol­ta pla­sti­ca uti­liz­za­ta nel pac­ka­ging di pro­dot­ti pron­ti (ver­du­re lava­ta ad esem­pio) sono in bio­pla­sti­ca, che spes­so ha anche il “dono” di allun­ga­re la vita uti­le del pro­dot­to (la data di sca­den­za). Ormai la Chi­mi­ca ver­de ci accom­pa­gna nel­la vita di tut­ti i gior­ni e inol­tre aiu­ta l’ambiente e le impre­se italiane!

Ser­vo­no mol­te azio­ni poli­ti­che per con­so­li­da­re que­sta lea­der­ship ita­lia­na nel mon­do. Ser­ve una fisca­li­tà ambien­ta­le che rico­no­sca le ester­na­li­tà posi­ti­ve deter­mi­na­te dai bio­pro­dot­ti, ovve­ro il rico­no­sci­men­to che un bio­pro­dot­to dimi­nui­sce i costi ambien­ta­li e socia­li del­l’a­na­lo­go pro­dot­to fos­si­le sosti­tui­to. Ser­vo­no stru­men­ti ammi­ni­stra­ti­vi ade­gua­ti che per­met­ta­no rapi­di iter ammi­ni­stra­ti­vi per la rea­liz­za­zio­ne del­le bio­raf­fi­ne­rie inte­gra­te. Ser­ve una nor­ma­ti­va aggior­na­ta alle miglio­ri pra­ti­che che con­sen­ta la gestio­ne cor­ret­ta del fine vita dei bio­pro­dot­ti: trop­pe vol­te ci tro­via­mo con mate­ria­li bio­de­gra­da­bi­li e/o com­po­sta­bi­li che non pos­sia­mo met­te­re nel­la rac­col­ta dif­fe­ren­zia­ta del­l’u­mi­do (dove natu­ral­men­te dovreb­be­ro anda­re) per­ché impe­di­to da nor­ma­ti­ve obso­le­te o appro­va­te dal nostro Par­la­men­to ma fer­me a Bru­xel­les per veri­fi­che. Ser­vo­no stru­men­ti intel­li­gen­ti di infor­ma­zio­ne e for­ma­zio­ne dei cit­ta­di­ni che non cono­sco­no que­ste real­tà e quin­di non pos­so­no ren­der­si con­to del­le mera­vi­glio­se pos­si­bi­li­tà che han­no a dispo­si­zio­ne e non capi­sco­no per­ché acqui­sta­re un bio­pro­dot­to che ha anco­ra, qua­si sem­pre, costi ovvia­men­te più alti.

Ma soprat­tut­to ser­ve una clas­se poli­ti­ca che si ren­da con­to di que­sta real­tà e costrui­sca un pia­no stra­te­gi­co con­cre­to e sta­bi­le per tale set­to­re. Qual­co­sa sta già suc­ce­den­do ma sem­pre sen­za una cabi­na di regia tra mini­ste­ri, trop­po spes­so con­cor­ren­ti tra di loro in una mate­ria che abbrac­cia mol­te com­pe­ten­ze e mol­ti saperi.

Per que­sto chie­dia­mo al Gover­no che se ne occu­pi seria­men­te. O che alme­no non affos­si que­sto set­to­re come già suc­ces­so con le rin­no­va­bi­li, dato che al momen­to non è sta­to stan­zia­to un euro pub­bli­co per la Chi­mi­ca Ver­de e sia­mo comun­que in otti­ma salute.

Sofia Man­nel­li

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