La pace sarà l’unica vittoria

Due­cen­to­mi­la mor­ti. Otto milio­ni di rifu­gia­ti. Que­ste le sti­me dram­ma­ti­che a un anno dall’aggressione arma­ta volu­ta da Vla­di­mir Putin, in vio­la­zio­ne dell’integrità ter­ri­to­ria­le dell’Ucraina e del­la Car­ta del­le Nazio­ni Unite.

Il nostro pen­sie­ro in que­sto tri­ste anni­ver­sa­rio va alle popo­la­zio­ni ucrai­ne e rus­se, che stan­no pagan­do — in modi diver­si — con il più alto prez­zo un’aggressione scel­le­ra­ta. A chi vede i pro­pri affet­ti spa­ri­re così, all’improvviso. A chi por­ta aiu­to uma­ni­ta­rio nel­le zone di com­bat­ti­men­to. A chi resi­ste, sot­to i bom­bar­da­men­ti o in una cella.

A dodi­ci mesi dall’avvio dell’invasione rus­sa, l’attenzione del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le è anco­ra rivol­ta solo alla for­ni­tu­ra di armi, men­tre trop­po poco è sta­to fat­to per rag­giun­ge­re un ces­sa­te il fuo­co, né ipo­te­si alter­na­ti­ve sono sta­te per­se­gui­te per far rien­tra­re la cri­si pri­ma che scop­pias­se in tut­ta la sua bru­ta­li­tà, come l’interposizione di una for­za di pace. Ogni gior­no che pas­sa sot­to le bom­be, è sem­pre più dif­fi­ci­le tro­va­re la via ver­so la pace, l’unica vit­to­ria possibile.

In Ucrai­na si com­bat­te e si muo­re ogni gior­no. È una guer­ra sen­za solu­zio­ni in vista, in cui né l’aggressore, né il resi­sten­te sem­bra­no poter con­se­gui­re una vit­to­ria. È una guer­ra su cui aleg­gia il rischio fata­le dell’escalation e che già ha inne­sca­to cri­si di por­ta­ta glo­ba­le, da quel­la ener­ge­ti­ca a quel­la ali­men­ta­re. È una guer­ra alle por­te, per cia­scu­no di noi.

Alle mace­rie che si accu­mu­la­no deve con­trap­por­si la neces­si­tà di costrui­re la pace. Non pos­sia­mo per­met­te­re che l’Ucraina spro­fon­di nel­lo stes­so bara­tro del­la Siria, fran­tu­ma­ta da oltre un decen­nio di con­flit­to sen­za fine. Il con­fron­to poli­ti­co ha sino­ra ante­po­sto le con­di­zio­ni mili­ta­ri del­la guer­ra a quel­le diplo­ma­ti­che del­la pace. Occor­re inver­ti­re l’ordine del­le prio­ri­tà ed apri­re una via negoziale.

La guer­ra è una via bloc­ca­ta: non saran­no le armi, i mor­ti e la fame a por­ta­re una pace dura­tu­ra. Ci appel­lia­mo al Gover­no Ita­lia­no e all’Unione Euro­pea affin­ché lavo­ri­no riso­lu­ta­men­te sull’unica via di usci­ta: l’apertura di una con­fe­ren­za di pace con la più ampia par­te­ci­pa­zio­ne inter­na­zio­na­le. Per fer­ma­re il con­flit­to e ripor­ta­re la riso­lu­zio­ne del­le con­tro­ver­sie inter­na­zio­na­li entro i con­fi­ni con­di­vi­si del­la Car­ta del­le Nazio­ni Uni­te. Per far pre­va­le­re l’etica del dia­lo­go a quel­la del­la poten­za. Per far ces­sa­re il rumo­re del­le armi.

Pos­sia­mo far­lo, dob­bia­mo farlo.

Euro­pa Possibile 

ENGLISH 

Two hun­dred thou­sand dea­ths. Eight mil­lion refu­gees. The­se are the dra­ma­tic esti­ma­tes of the fir­st year of war sin­ce the armed aggres­sion wan­ted by Vla­di­mir Putin began, in vio­la­tion of Ukraine’s ter­ri­to­rial inte­gri­ty and of the Uni­ted Nations Charter.

On this som­ber anni­ver­sa­ry, our thoughts go out to the peo­ple of Ukrai­ne and Rus­sia, who have paid – in dif­fe­rent ways – the highe­st pri­ce for this mind­less aggres­sion. To tho­se who have lost their loved ones all of a sud­den. To the huma­ni­ta­rian wor­kers and volun­teers in con­flict zones. To tho­se who resi­st the occu­pa­tion, whe­ther under con­stant bom­bing or in a jail cell.

Twel­ve mon­ths after the Rus­sian inva­sion, the inter­na­tio­nal com­mu­ni­ty is still sole­ly focu­sed on the sup­ply of arms, whi­le too lit­tle has been done to reach a cea­se­fi­re, nor were alter­na­ti­ve hypo­the­ses, such as the inter­po­si­tion of a pea­ce­kee­ping for­ce, pur­sued in order to de-esca­la­te the cri­sis befo­re the war bro­ke out in all its bru­ta­li­ty. Eve­ry day under the bombs, it beco­mes more dif­fi­cult to find the path to pea­ce, the only cer­tain victory. 

Eve­ry day, peo­ple in Ukrai­ne fight and die. It is a war with no end in sight, in which no one can win. It is a war cha­rac­te­ri­zed by the fatal risk of esca­la­tion. For each and eve­ry one of us, war is on the door­step, and has alrea­dy trig­ge­red world­wi­de cri­ses in mul­ti­ple sec­tors, from ener­gy to food. 

As the rub­ble piles up, the need to build pea­ce must pre­vail. We can­not let Ukrai­ne fall into the same abyss as Syria, which has been shat­te­red by more than a deca­de of unen­ding con­flict. So far, the poli­ti­cal deba­te has prio­ri­ti­zed the mili­ta­ry con­di­tions of war over the diplo­ma­tic con­di­tions for pea­ce. We need to rever­se prio­ri­ties to final­ly open up the pos­si­bi­li­ty of real negotiations.

War is a dead end: nei­ther wea­pons, nor dea­ths, nor hun­ger will lead to lasting pea­ce. We urge the Ita­lian govern­ment and the Euro­pean Union to work tire­les­sly on the only way out: con­ve­ning a pea­ce con­fe­ren­ce invol­ving the highe­st num­ber of sta­ke­hol­ders, to gua­ran­tee the broa­de­st inter­na­tio­nal par­ti­ci­pa­tion. To put an end to the con­flict and bring the cri­sis back within the fra­mework of the Uni­ted Nations Char­ter. To esta­blish the ethics of dia­lo­gue over the ethics of power. To final­ly cea­se the clash of arms.

We can and we must do it.

Euro­pa Possibile

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