La dignità del Parlamento salvaguardata dall’uguaglianza e non dai vitalizi

Una legge parziale e migliorabile, ma che comunque si pone nel solco dell'uguaglianza.
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Sui vitalizi in molti hanno perso la lucidità. Soprattutto quelli che lo hanno (che non sono pochi), anche in reversibilità, i loro figli e nipoti.

Durante la discussione parlamentare abbiamo sentito di tutto, perfino l’«attacco al Parlamento», che è stato molto più «attaccato» dal trasformismo, dalle pessime modalità di esercizio del mandato, dagli episodi di corruzione e malversazione della cosa pubblica. Si sarebbero voluti sentire in quelle occasioni, nelle aule parlamentari, certi «sospiri, pianti ed alti lai».

Ora, la legge licenziata dalla Camera non è un granché anzitutto perché manca del pezzo che ci pareva forse anche più importante, quello della riduzione delle indennità e dei rimborsi spese per i parlamentari e che probabilmente non è stata inserita perché avrebbe colpito anche quelli in carica (che invece il vitalizio non lo hanno già più, essendo stato sostituito da una pensione con il metodo contributivo) e in secondo luogo perché rischia di essere ancora poco rispettosa del principio di uguaglianza senza il contributo di solidarietà per le pensioni più alte che avevamo proposto.

Tuttavia, il passaggio segna un punto importante per il superamento dei troppi privilegi. Tra questi sono certamente da iscrivere i vitalizi, che – lo ricordiamo – non sono previsti dalla Costituzione (che si limita a contemplare le indennità), la cui eliminazione non ridurrà nessuno sul lastrico, perché chi oggi li percepisce vedrà riconosciutasi una pensione come quella degli altri. Col sistema contributivo.

Tra gli aspetti di più forte critica ne emergono due: 1) l’incostituzionalità per l’applicazione retroattiva, con negativa incidenza su un trattamento già maturato e percepito; 2) la possibilità che in un secondo momento lo stesso trattamento sia riservato ad altri pensionati.

Circa il primo argomento, risulta apprezzabile anzitutto che queste Camere stiano sviluppando una scrupolosa attenzione alla Costituzione, purtroppo risultata assente nei precedenti quattro anni, non solo per l’approvazione di una riforma costituzionale sulla cui forte debolezza non è il caso di tornare, ma anche per le numerose leggi incostituzionali licenziate con leggerezza. Ora, in relazione a questa legge, la questione è certamente complessa e la Corte costituzionale non mancherà di esaminarla. Nell’attesa possiamo almeno ricordare, però, che, con sent. n. 446 del 2002 la stessa Consulta ha affermato che «il diritto ad una pensione legittimamente attribuita (in concreto e non potenzialmente) – se non può essere eliminato del tutto da una regolamentazione retroattiva che renda indebita l’erogazione della prestazione – ben può subire gli effetti di discipline più restrittive introdotte non irragionevolmente da leggi sopravvenute».

Circa il secondo argomento, pare fin troppo ovvio che l’incidenza sui trattamenti pensionistici diversi dai vitalizi non arriverebbe a seguito di alcun automatismo né evento imprevisto o imprevedibile, ma soltanto – eventualmente – a seguito di una decisione politica delle Camere adottata con legge. Basta che quello stesso Parlamento che se ne preoccupa, continui a preoccuparsene e non lo faccia e nessun trattamento deteriore colpirà nessun altro.

Peraltro chi fosse davvero convinto dell’incostituzionalità non dovrebbe temere così tanto, confidando che questa arrivi ben presto, rasserenandoli.

Speriamo quindi che la legge possa terminare il suo iter, attraverso il passaggio al Senato, non disperando che si ponga mano anche a una ragionevole riduzione delle indennità e dei rimborsi spese per l’esercizio del mandato. Sempre nel segno dell’uguaglianza, che siamo certi contribuirà alla dignità del Parlamento più dei vitalizi.

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