Il reato di clandestinità, nella cucina di Angelino Alfano

Finalmente ci siamo, anzi no. Continua l’indecente stop and go del governo Renzi e della sua maggioranza di centrodestra sul reato di cosiddetta immigrazione clandestina. Fummo i primi a denunciare il mancato esercizio della delega che il Parlamento aveva conferito al Governo nel 2014 per l’abrogazione di un reato inutile e dannoso. Il termine era scaduto a novembre 2015 e il Governo si era detto indisponibile a cuocere nella sua cucina questa patata bollente. «Se la risolva il Parlamento» disse il Ministro Orlando e il Parlamento, attraverso la Commissione Giustizia, aveva ricordato al Ministro che il Parlamento si era già espresso per l’abrogazione oltre un anno fa e ora toccava al Governo. Riaperta la cucina dopo le feste, lo chef Renzi e l’aiuto cuoco Orlando si ritrovano tra le mani la stessa patata bollente. Tocca a loro cucinarla, dicono che adesso la ricetta è pronta ma stavolta si mette di traverso il vero proprietario del ristorante, tale Alfano, che ottiene come minimo di imporre una cottura a fuoco lento. Ancora una settimana e la patata ormai è un purè. Una vera schifezza, sotto il profilo politico, certo, ma anche dal punto di vista etico, culturale, giuridico. Il reato di clandestinità criminalizza una condizione spesso involontaria di irregolarità amministrativa del cittadino straniero e lo punisce con una multa che egli mai potrà pagare.

Intanto giudici di pace e cancellerie girano a vuoto consumando inutilmente tempo e risorse preziose. Così si violano le basi del diritto penale, che impongono di punire le condotte criminali e non gli status delle persone. E si violano le norme comunitarie, come ci ricorda ogni giorno l’Unione Europea. È ora, perché sono passati 7 anni dall’introduzione di questo reato, di abrogarlo perché lo impongono la civiltà, il buon senso e la democrazia. Sì, la democrazia, che in Italia è ancora parlamentare e che richiede che il Governo dia esecuzione alla volontà chiaramente espressa dal Parlamento. Il servizio di igiene pubblica chiuderebbe la cucina di un ristorante che lavora così male. A noi, alle associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e a tutti i cittadini di buona volontà che lavorano per una vera integrazione, il dovere di denunciare quanto accade e di contrastare lo chef furbetto, l’aiuto cuoco rintronato e il ristoratore pigliatutto.

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