Non personalizzano, no, però se perdono se ne vanno. O così o niente. Se ne vanno e non tornano più. Ma il referendum non è sul governo. Figuriamoci: sono gli altri che personalizzano. Come già le elezioni che non riguardavano il governo. Però se il partito le vinceva poi il governo le rivendicava, le vittorie. Loro sono impersonali: attaccano tutti, banalizzano tutto, fanno pubblicità gratuita a Casa Pound, dicono che i partigiani veri sono con loro (pensa un po’), vanno avanti in modalità ciaone, ma non vogliono apparire. Fin dal Nazareno rifiutano le telecamere: sono i gufi e i professoroni, come li chiamano loro per essere gentili e non polemici, a personalizzare. Hanno fatto una riforma a maggioranza (e che maggioranza), con un Parlamento votato con una legge dichiarata incostituzionale, con le sedute fiume e i canguri, senza accogliere nulla di ciò che proveniva dalle opposizioni, facendo coincidere il proprio mandato con un senato di consiglieri regionali (di cui parlano male ogni volta che si può, maledette regioni) però è colpa degli altri se la campagna referendaria è nata sotto il segno della rissa da bar. Complimenti. Noi voteremo no, poi se volete togliere il disturbo, fate pure.

Dopo il NO, le idee. Il fronte progressista si unisca sulle cose da fare
Quello che l’Italia chiede, e che noi dobbiamo saper ascoltare, è un confronto serio sui contenuti, che coinvolga tutte le forze che vogliono costruire un’alternativa al governo Meloni. Un confronto che abbia al centro la Costituzione, che ancora una volta si è rivelata la bussola intorno a cui il Paese sa ritrovarsi. Perché la Costituzione non è solo il testo che abbiamo difeso al referendum, è l’orizzonte di un Paese più giusto che non abbiamo ancora costruito.









