Portato all’attenzione del Comitato Possibile di Bologna con una circolare dell’Ufficio Scolastico Regionale datata 23 settembre e firmata dal Comando Militare Esercito “Emilia-Romagna”, il caso parla da sé: anche quest’anno l’Esercito si presenta nelle scuole della regione.
L’oggetto, in burocratese, parla di “conferenze di orientamento e informazione” ma la sostanza è un’altra: il Comando si qualifica senza giri di parole come “unico referente istituzionale in Regione per la promozione dei reclutamenti nell’Esercito Italiano”.
Quello che propone, l’offerta tutt’altro che formativa, prevede quindi promozione e reclutamento neanche mascherato.
La richiesta che portiamo è netta: l’Ufficio Scolastico Regionale revochi la convenzione con il Comando Militare dell’Esercito. Le nostre scuole non sono un bacino da cui attingere ragazze e ragazzi da mandare al fronte, e le istituzioni che le governano devono delle spiegazioni.
L’attività di reclutamento nel dettaglio
Il programma è costruito su misura per ogni fascia d’età: agli studenti del primo e secondo anno delle superiori si illustrano le Scuole Militari di Napoli e Milano, mentre a quelli del quarto e quinto anno l’Accademia Militare, la Scuola Sottufficiali e le “variegate opportunità di impiego” tra le fila della Forze Armate. Gli incontri durano circa un’ora, con videoclip e “racconto di esperienze personali”, e possono svolgersi anche a distanza. L’anno scorso, dichiara lo stesso Comando, questa attività ha raggiunto 2899 studenti in tutto il territorio regionale.
Non è la prima volta che questo accade, e non solleva il fatto che non sia solo un problema circoscritto all’Emilia-Romagna. Come ha denunciato l’Osservatorio contro la Militarizzazione nelle Scuole, la stessa macchina gira da tempo in Toscana, dove si arriva a coinvolgere i bambini già dalla scuola primaria con l’affiancamento di “genitori in divisa” incaricati di promuovere l’Esercito, e con la distribuzione di gadget come quaderni e penne. La direzione è chiara: trasformare la scuola, come scrive l’Osservatorio, in una specie di “ufficio di collocamento delle Forze Armate, sfruttando la disoccupazione giovanile per procurarsi una riserva di ragazze e ragazzi nel pieno di una corsa al riarmo che l’intera Europa ha scelto di assecondare.”
Una pratica che calpesta l’articolo 11
Occorre ricordare che l’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Aprire le porte della scuola pubblica alla promozione del reclutamento militare è incostituzionale nello spirito prima ancora che nella forma: contraddice il fondamento su cui la nostra Repubblica ha costruito l’istruzione pubblica, ma soprattutto contraddice il lavoro quotidiano di quegli insegnanti che in classe provano a trasmettere altri valori, come la convivenza, il pensiero critico e il rispetto delle differenze.
È esattamente qui che la contraddizione si fa stridente, perché mentre si spalancano le porte alla propaganda militare, nelle stesse aule si fa il contrario con chi quei valori prova a trasmetterli. Come ha ricordato la FLC CGIL Emilia-Romagna, si denunciano gli insegnanti che invitano Francesca Albanese, si guarda con sospetto chi porta in classe quello che accade a Gaza e si pretende perfino il “contraddittorio” quando si parla di un evento storico inequivocabile come la Resistenza. La scuola pubblica, nata sui valori antifascisti della Costituzione, viene aperta a chi recluta e chiusa a chi dissente, e questa non è altro che ipocrisia da manuale.
Il caso Bologna: militarizzare invece di educare
C’è poi un dato che per chi vive questa città è intollerabile: Bologna è purtroppo, a tratti, teatro di conflitti tra giovanissimi, di una fatica crescente a crescere e a stare insieme. Di fronte a questo, la risposta di una comunità civile dovrebbe essere una sola: più educazione alla pace, più educazione all’affettività, più strumenti per gestire i conflitti senza violenza. E invece vediamo il contrario: proprio quelle risorse e progetti vengono trascurati e tagliati, mentre si trova spazio, tempo e legittimazione istituzionale per attività di reclutamento.
È la fotografia di una scelta a rovescio, o per citare una letteratura di quart’ordine “un mondo al contrario”: si abbandonano gli strumenti educativi civili e si promuove la divisa, si rinuncia a insegnare a disinnescare un conflitto e si insegna, nei fatti, a prepararsi a combatterlo. Non bisogna vedere la militarizzazione della scuola e l’impoverimento della sua funzione educativa come due fenomeni separati ma come la stessa scelta politica guardata da due lati.
Le nostre richieste
In una regione che storicamente della pace e dei diritti ha sempre fatto una bandiera, bisogna andare oltre l’indignazione. Chiediamo spiegazioni, e chiediamo che l’USR interrompa la convenzione con il Comando Militare dell’Esercito, come hanno domandato la FLC CGIL e il Comitato pace e diritti del circondario imolese, e che al suo posto si finanzino percorsi strutturati di educazione alla pace, ai diritti umani, alla cittadinanza democratica.
Un’altra difesa, del resto, è possibile: fatta di servizio civile, protezione civile, tutela dei diritti, gestione nonviolenta dei conflitti. Chiediamo nel concreto di tenere la scuola libera dalla promozione del reclutamento e di restituirla al suo compito, che è formare cittadini e non arruolare manodopera.
Lo chiediamo mentre il governo, con la prossima legge di bilancio, si prepara a uno scostamento per far crescere ancora le spese militari: l’Ufficio parlamentare di bilancio ha messo nero su bianco che il riarmo si pagherà tagliando la spesa pubblica. Più soldi alle armi significano meno soldi a scuole fatiscenti, classi sovraffollate, personale precario, salari che hanno perso potere d’acquisto. È la stessa logica che in queste settimane ha riportato nelle piazze studentesse e studenti di tutta Italia, tra cortei e occupazioni.
Possibile sta con i volti del futuro che la scuola pubblica deve avere il coraggio di difendere: a scuola si impara la pace e il resto è mera propaganda. Alla propaganda si risponde con la disobbedienza: invitiamo le scuole a non aderire, i docenti a non rendersi disponibili, le famiglie a esonerare i propri figli da queste iniziative.
Fonti: circolare del Comando Militare Esercito “Emilia-Romagna” pubblicata dall’USR ER (23 settembre 2026); comunicato FLC CGIL Emilia-Romagna (14 ottobre 2026); comunicato del Comitato pace e diritti del circondario imolese (14 ottobre 2026); Valeria Casolaro, “L’esercito entra nelle scuole di Emilia-Romagna e Toscana”, L’Indipendente (13 ottobre 2026).
Sara Facchini
Possibile Bologna










