Di questo passo, in Calabria, le campanelle non suoneranno più

In Calabria continuiamo a contare scuole che chiudono, classi che scompaiono, paesi nei quali per andare a scuola bisogna percorrere sempre più chilometri, interi plessi accorpati. Si continua nel mentre a parlare di spopolamento come se fosse un fenomeno inevitabile, quasi una condizione geografica del Mezzogiorno. Quando chiude una scuola perdiamo una delle condizioni necessarie affinché una famiglia possa immaginare di abitare ancora quel territorio.

In Cala­bria con­ti­nuia­mo a con­ta­re scuo­le che chiu­do­no, clas­si che scom­pa­io­no, pae­si nei qua­li per anda­re a scuo­la biso­gna per­cor­re­re sem­pre più chi­lo­me­tri, inte­ri ples­si accor­pa­ti. Si con­ti­nua nel men­tre a par­la­re di spo­po­la­men­to come se fos­se un feno­me­no ine­vi­ta­bi­le, qua­si una con­di­zio­ne geo­gra­fi­ca del Mez­zo­gior­no.

Riten­go che una scuo­la sia mol­to più di un edi­fi­cio, è un’oc­ca­sio­ne, un pre­si­dio di comu­ni­tà, un’in­fra­strut­tu­ra pub­bli­ca attor­no alla qua­le si orga­niz­za la vita di un ter­ri­to­rio, come un con­sul­to­rio, una guar­dia medi­ca, un asi­lo, una biblio­te­ca, una linea di tra­spor­to. Quan­do uno di que­sti pre­sì­di scom­pa­re cam­bia la geo­gra­fia quo­ti­dia­na del­le per­so­ne, aumen­ta la distan­za tra la casa e i ser­vi­zi essen­zia­li, si restrin­ge lo spa­zio nel qua­le è con­cre­ta­men­te pos­si­bi­le sce­glie­re di vive­re e vie­ne meno la comu­ni­tà di un ter­ri­to­rio.
Come pre­ten­dia­mo che una fami­glia pos­sa cre­sce­re al Sud se pro­gres­si­va­men­te aumen­tia­mo la distan­za tra la pro­pria abi­ta­zio­ne e tut­to ciò di cui ha biso­gno? Un anno fa, in pie­na cam­pa­gna elet­to­ra­le, veni­va­no pro­mes­si fino a 100.000 euro a chi aves­se scel­to di tra­sfe­rir­si nel­le aree inter­ne acqui­stan­do o ristrut­tu­ran­do un’a­bi­ta­zio­ne. Una casa, però, da sola non costrui­sce un pae­se. Puoi sì dare un aiu­to a ristrut­tu­rar­ne i muri, ma quei manu­fat­ti devo­no coe­si­ste­re atti­ve in una comu­ni­tà con una scuo­la, un medi­co, un auto­bus, un asi­lo, un luo­go di lavo­ro, uno spa­zio cul­tu­ra­le, banal­men­te un pun­to posta­le e un bar.

Lo stes­so vale per i bonus nata­li­tà pre­sen­ta­ti dal Gover­no. Pos­so­no rap­pre­sen­ta­re un soste­gno eco­no­mi­co ma chia­ra­men­te non pos­so­no esse­re la rispo­sta poli­ti­ca a un pro­ble­ma ormai strut­tu­ra­le. Non pos­sia­mo chie­de­re alle fami­glie di far­si cari­co del­lo spo­po­la­men­to e del­la dena­ta­li­tà se con­tem­po­ra­nea­men­te scom­pa­io­no i ser­vi­zi che ren­do­no pos­si­bi­le cre­sce­re pro­prio quel­le fami­glie.

Ave­re un figlio non ria­pre una scuo­la; com­pra­re una casa non ripor­ta un medi­co in un pae­se. Ristrut­tu­ra­re un immo­bi­le non resti­tui­sce una linea di tra­spor­to a un’a­rea inter­na. L’a­bi­ta­re deve esse­re una que­stio­ne mol­to più gran­de, deve esse­re la rela­zio­ne tra casa, spa­zio pub­bli­co, ser­vi­zi, mobi­li­tà, wel­fa­re, istru­zio­ne, sani­tà e lavo­ro. Quan­do que­sta tra­ma si spez­za, pos­sia­mo si recu­pe­ra­re gli edi­fi­ci, ma con­ti­nuia­mo a per­de­re i ter­ri­to­ri. Per que­sto il Sud deve esse­re il pri­mo capi­to­lo di un pro­gram­ma nazio­na­le di gover­no. Non un’ap­pen­di­ce del­le poli­ti­che di coe­sio­ne, non il luo­go dei bonus, del­le misu­re straor­di­na­rie e degli inter­ven­ti una tan­tum.

Se il Pae­se con­ti­nua a pro­ce­de­re a due velo­ci­tà, chie­de­re alle per­so­ne di resta­re diven­ta sol­tan­to reto­ri­ca vuo­ta. Si potrà con­ti­nua­re ad augu­ra­re buon anno sco­la­sti­co dagli sta­di come suc­ce­de­rà pros­si­ma­men­te, cele­bra­re la pri­ma cam­pa­nel­la e ripe­te­re che biso­gna con­tra­sta­re lo spo­po­la­men­to. Di que­sto pas­so, però, le cam­pa­nel­le non suo­ne­ran­no più; quan­do chiu­de una scuo­la per­dia­mo una del­le con­di­zio­ni neces­sa­rie affin­ché una fami­glia pos­sa imma­gi­na­re di abi­ta­re anco­ra quel ter­ri­to­rio.

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